LAVORO/ Brunato (Cgil): ripensiamo i distretti per dare più occupazione a Milano

Per IVANA BRUNATO, occorre un’attenzione nei confronti del tessuto produttivo in grado di generare buoni risultati, soprattutto per quanto riguarda l’innovazione e la formazione

09.08.2012 - int. Ivana Brunato
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Lombardia prima in Italia per quanto riguarda la cassa integrazione. Secondo i dati diffusi dalla Cgil, sono in tutto 143 milioni e 393.626 le ore di Cigs registrate in regione nei primi sette mesi dell’anno, per un totale di 117.922 lavoratori coinvolti. Quasi il doppio rispetto al Piemonte, con 83 milioni di ore e 68mila lavoratori coinvolti. A essere particolarmente colpiti sono edilizia, commercio, meccanica e lo stesso hi-tech. In totale la cassa integrazione ordinaria è cresciuta del 56,17%. Ilsussidiario.net ha intervistato Ivana Brunato, responsabile per le politiche del lavoro della Cgil di Milano.

Brunato, di che cosa sono il segno le nuove statistiche sulla Cigs?

Questi dati indicano che non ci troviamo ancora fuori dal tunnel dal punto di vista della crisi, e soprattutto per quanto riguarda i settori produttivi ma non solo. All’interno di queste cifre quella più preoccupante riguarda il terziario: nel ricorso agli ammortizzatori e alla cassa integrazione vi è infatti una forte presenza dei servizi.

Perché il record della cassa integrazione si registra in Lombardia?

Per la composizione del suo tessuto produttivo. Essendo una delle regioni dove si concentrano maggiormente le attività, anche il maggior ricorso non può che essere relativo a dove è presente il numero maggiore di addetti.

Com’è invece la situazione a Milano?

Le attività produttive si trovano soprattutto nell’hinterland e nell’area metropolitana. Per quanto riguarda la dinamicità degli avviamenti e degli avviati, la città di Milano è effettivamente messa un po’ meglio rispetto al resto della situazione lombarda. C’è quindi ancora un forte ricorso agli ammortizzatori, ma la caratteristica che c’è sempre stata anche in altre fasi della crisi è che Milano è meno colpita rispetto ad altre situazioni.

A che cosa è dovuta questa situazione migliore che altrove?

Alla forte diversificazione delle attività. Siamo in presenza di situazioni in cui ci sono ancora delle produzioni di eccellenza e dove per fortuna non tutto va male, altrimenti saremmo molto più esposti di quanto non lo siamo già. Questo presuppone un’attenzione nei confronti del tessuto produttivo in grado di generare buoni risultati, soprattutto per quanto riguarda l’innovazione, la formazione e gli investimenti. La Cgil richiama al fatto che non dobbiamo vedere solo gli aspetti negativi, in quanto se sono realizzati alcuni interventi finalizzati alla crescita è possibile uscire dalla crisi.

Lei che cosa ha in mente in particolare?

Va ripensato il ruolo dei distretti, soprattutto di quelli innovativi e tecnologici, e ci deve essere un forte intreccio tra il tessuto economico e la ricerca, pensando a dei poli d’eccellenza che mettano in contatto i settori delle attività con la ricerca e soprattutto le università nella fase di incubazione.

 

Secondo il ministro Fornero, “l’autunno non sarà facile, questa crisi molto pesante mette a rischio il futuro industriale del nostro Paese”. Lei è d’accordo?

 

La vera questione è che non si può parlare soltanto del mercato del lavoro inteso come ammortizzatori o strumentazione a disposizione delle aziende per la flessibilità in entrata e in uscita. La posizione critica della Cgil sulla riforma nasce dal fatto che se rimane questa impostazione, ci troviamo nella situazione di continuare a ragionare a monte invece che a valle.

 

In che senso?

 

Nel momento in cui le persone sono in difficoltà, si tampona il venir meno di un reddito con un ammortizzatore. Al contrario, occorre tornare a parlare di politiche attive del lavoro, cioè di chi si prende in carico la persona disoccupata, per riconvertirla e professionalizzarla sulla base delle nuove esigenze. Questo può dare uno spunto di certezza personale nell’uscire dalla crisi, perché uno pensa di potere trovare un’alternativa di lavoro. Questo comporta un salto culturale per il nostro Paese.

 

Perché quanto è stato fatto finora non basta?

 

Chi è disoccupato, sia che sia giovane sia che sia meno giovane, troppo spesso è considerato come una persona che deve arrangiarsi per trovare un lavoro. Occorre invece mutuare ciò che realizzano altri Paesi, molto più avanti di noi, dove sono organizzati dei corsi di formazione finalizzati ad acquisire una professionalità, un mestiere o anche solo un apprendimento.

 

(Pietro Vernizzi)

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