PIANO DI ZONA/ Forte: il Comune non può pensare di gestire i cittadini

- Matteo Forte

Il Piano di Zona è uno dei fiori all’occhiello della giunta Pisapia. Eppure MATTEO FORTE, consigliere comunale di minoranza, ne mostra i difetti culturali e le insidie nascoste

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foto: Infophoto

Nella relazione introduttiva al Piano di Zona, l’Assessore Majorino ha sviluppato il suo pensiero in 12 punti. Più sinteticamente cercherò di rispondere in 5. Parto dalla definizione teorica del Piano.
1) Il titolare delle Politiche Sociali del Comune ha chiarito come per la Giunta «il welfare sia una questione di diritti» e «non un insieme di servizi». Al di là dell’appeal che oggi questa dichiarazione può suscitare, c’è da chiedersi se essa non risulti addirittura dannosa. La sottolineatura insistente sui diritti tout court rischia di trasformare questi in pretese, per rispondere alle quali si arriva per forza di cose ad una dilatazione scriteriata della spesa pubblica. E se – come recita lo stesso Piano a pagina 97 – «l’azione dell’Amministrazione in questi 12 mesi ha già espresso, almeno in parte, lo spirito di questo Piano», si trova triste conferma di quanto paventato in un Bilancio che segna l’aumento della spesa corrente di oltre 200 milioni di euro.
2) È importante, allora, rimanere ancorati alla concezione di welfare che ispirò i nostri padri costituenti. Come ha spiegato negli ultimi mesi la costituzionalista Lorenza Violini, la nostra Carta fondamentale disegna un welfare “mirato”, dove le cure gratuite sono garantite «agli indigenti» (art. 32), le borse di studio ai «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» (art. 34), il mantenimento e l’assistenza agli «inabili al lavoro» e ai lavoratori «in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria» (art. 38). Secondo la concezione dei nostri padri costituenti non tutto è dovuto a tutti, poiché lo Stato non è chiamato a sollevare alcuno dalle fatiche dell’esistenza. Tale pretesa era, invece, tipica delle ideologie totalitarie dalle quali si voleva mettere al riparo il Paese dopo la disastrosa esperienza della guerra. Per questo motivo mi sento di difendere un’idea di welfare intesa come mix di diritti e doveri, per cui ciascun cittadino è altresì chiamato dall’articolo 4 della Costituzione a «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Così lo spazio “pubblico” non è qualcosa cui graziosamente chi detiene il potere chiama gli altri a partecipare, magari proprio perché la crisi economica costringe l’amministrazione a rivolgersi “fuori”. Pubblica è l’iniziativa di qualunque natura giuridica che, per vocazione, è aperta a tutti.
3) Da qui deriva il principio di sussidiarietà, che pure è richiamato nel documento. Il termine deriva dal latino subsidium. Nella terminologia militare stava ad indicare le truppe di riserva che intervenivano in ausilio di quelle che combattevano in prima linea sul fronte. E chi c’è in prima linea a combattere la guerra contro l’attuale crisi economica? Le nostre famiglie. Sono loro le prime agenzie di welfare. Non va dimenticato, infatti, che nella maggioranza dei casi la perdita del lavoro ha riguardato giovani ancora nella famiglia di origine, il cui colpo è stato ammortizzato dai redditi dei genitori, poiché nonostante tutto le famiglie italiane rimangono le meno indebitate dell’Occidente. Un’indagine della Banca d’Italia calcola la loro ricchezza lorda intorno ai 400 mila euro in media e quella abitativa era stimata alla fine del 2010 a circa 4.950 miliardi. Il problema più urgente che si pone oggi, quindi, è come correre in ausilio di queste “truppe”. E non dicendo loro quello che devono fare, come «lanciare un programma di massa nelle scuole per il pedibus di tutti i bambini, invitando un genitore o a un nonno/a a fare a turno gli accompagnatori», «per rivitalizzare le connessioni sociali e la fiducia reciproca (ognuno affida il proprio figlio ad altri genitori)» (p. 103). E nemmeno «rilanciando con forti campagne di comunicazione la disponibilità all’affido familiare» o «un servizio che consenta a più famiglie di condividere una tata nella gestione dei propri bambini». Perché la condivisione, la fiducia reciproca e la disponibilità all’affido ci sono o non ci sono. Non nascono in forza di un Piano di Zona, bensì dall’esperienza di un ideale vissuto o dall’educazione dovuta ad una appartenenza comunitaria. Ciò che può fare un’amministrazione, piuttosto, è quello di riconoscere ciò che di positivo già avviene all’interno della famiglia e premiarlo, in modo da indicare a tutta la società degli esempi cui guardare. In questo senso vale la pena di considerare seriamente l’adesione alla sperimentazione regionale del Fattore Famiglia Lombardo, per disciplinare l’integrazione delle rette e delle tariffe di tutti i servizi comunali, tutelando maggiormente la famiglia in base alla sua composizione e ai compiti di cura.

4) Una questione molto importante, che il documento redatto dal Professor Longo e dal Cergas della Bocconi solleva ma su cui non ipotizza alcuna strada da intraprendere, è quella relativa alla spesa sociale per la città di Milano nel suo complesso. Il Piano di Zona spiega bene che su 1431 euro procapite spese in città per il welfare, solo 348 sono quelle messe a disposizione dal Comune. Se si aggiungono le risorse di Asl e Regione si arriva a 619 euro. Vuol dire che il rimanente 57% (cioè 812 euro procapite) corrisponde alle risorse trasferite direttamente dagli istituti previdenziali e assistenziali alle famiglie. Al Comune e a quanti complessivamente governano il territorio rimangono le briciole da litigarsi. Il problema, quindi, non è che «il 57% è nella disponibilità diretta delle famiglie», come denuncia Majorino. Il vero tema da discutere è l’eterogeneità e la frammentazione degli stanziamenti, per cui denaro pubblico (cioè di tutti i contribuenti) diventa privato e scompare in una giungla, dove spesso più erogazioni si sovrappongono tra loro e generano rivoli di sperperio. E se al Nord le prestazioni assistenziali, quelle per l’invalidità e i superstiti costituiscono il 43% delle uscite dell’INPS, al Sud corrispondono al 67%, a fronte di soli 37,8 euro di incasso per ogni 100 di prestazioni pagate. 
Questa dimensione nazionale ci offre solo una vaga idea di quello che potrebbe accadere se Stato ed enti locali, ciascuno per la propria zona di competenza, si mettessero intorno ad un tavolo e ragionassero sulla necessità di creare un meccanismo di regia che faccia conoscere e connettere le reciproche azioni intraprese e integri tutte le risorse a disposizione, nell’ottica che le entrate contributive del territorio devono rimanere sul territorio stesso. Questa corresponsabilizzazione, per cui ogni area del Paese dovrebbe raggiungere una propria autosufficienza, secondo Alberto Brambilla (ex consigliere d’amministrazione dell’INPS ed ex Sottosegretario al Welfare) genererebbe in 30 anni il dimezzamento del debito pubblico. E tutto ciò senza un ulteriore inasprimento della pressione fiscale. Se ipotizzare una riforma di sistema è troppo ardito, perché il Comune non chiede per lo meno a Regione, Asl e INPS di creare un help desk condiviso che funga da asse di collegamento tra le diverse istituzioni al fine di agevolare il tentativo di razionalizzazione della spesa e dare maggiore efficacia nelle risposte ai bisogni? 

5) Tuttavia il caos non è solo sulle risorse. L’ipertrofia della Giunta, proporzionale solo all’aumento di spesa corrente di Palazzo Marino, rischia di generare un caos anche in materia di competenze. Il Piano di Majorino, infatti, prevede azioni ed interventi che inficiano con le politiche sanitarie della Regione, come «il processo di fusione di PAT, Golgi Radaelli ed altri soggetti» (p. 128), «con l’obiettivo di costituire una nuova centrale pubblica nelle azioni riguardanti la fascia di popolazione anziana» (p. 107). Azione di per sé condivisibile, ma unilaterale. Così come unilaterale e altamente impattante sulle politiche e risorse regionali risulta il «necessario riassetto, anche a geometrie variabili, che possa configurare con chiarezza la corrispondenza tra sedi dei servizi (sia sanitari che sociali) e aree territoriali», con «la determinazione dei servizi minimi necessari per ciascuna zona/distretto» e «la disponibilità a rivedere alcuni aspetti della organizzazione territoriale» (p. 163). O ancora: «la possibilità di sperimentare una o più case della salute (ossia strutture integrate sanitarie e sociali) in base sia a un modello mono-strutturale, che di struttura a rete, coinvolgendo altre figure professionali come i medici specialistici ambulatoriali, i riabilitatori, le infermiere» (p. 164). Per non parlare poi della Carta dei diritti del malato, che addirittura arriva a sostituirsi al legislatore nazionale in tema di fine vita e biotestamento. 
Le questioni toccate sono molto complesse e cruciali per il periodo storico che stiamo vivendo. La sfida che abbiamo davanti è quella di governare con sempre meno risorse pubbliche disponibili l’ambito dei servizi alla persona, ma ponendoci l’obiettivo di garantire offerte più puntuali, migliori e più efficaci. Il Piano di Zona presentato, da questo punto di vista, è un buon lavoro accademico sull’analisi dei bisogni della città, ma è carente nell’individuazione degli strumenti e delle risorse per raggiungere gli scopi e le priorità d’intervento. Prendendo in prestito parole del Cardinale Scola, credo che questa carenza sia spiegabile con il fatto che l’attuale Giunta non sia tanto preoccupata di “governare” l’ambito dei servizi, quanto di “gestire” le persone e le realtà che operano nella società. In nome di quel welfare “dei diritti” che tanti danni rischia di fare. Prima ai bilanci. E poi alle risposte ai bisogni.

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