CARRON SU MARTINI/ Risé: le scuse non c’entrano, è un modo nuovo di amare la verità

- int. Claudio Risé

Non si tratta di scuse, ma del suggerimento di un nuovo, diverso rapporto con la verità. La lettera di Julián Carrón in morte del cardinal Martini, secondo CLAUDIO RISE’

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Julián Carrón (Infophoto)

Non si tratta di scuse, che appartengono piuttosto al formulario delle buone maniere. Secondo Claudio Risé, psicoterapeuta e scrittore, nella lettera che Julián Carrón, presidente di Cl, ha scritto in occasione della morte del cardinale Martini c’è ben altro. «Mi sembra che Carrón abbia innanzitutto proposto una riflessione personale e collettiva sulla nostra capacità di abbracciare la verità» dice Risé a IlSussidiario.net. «È un aspetto che gli sta a cuore e che aveva già proposto, in circostanze totalmente diverse, anche nella sua precedente lettera a Repubblica della primavera scorsa, riguardo al modo in cui è stato solo parzialmente speso e valorizzato l’insegnamento di don Luigi Giussani».

A cosa si riferisce in particolare?

Alla presa d’atto della nostra difficoltà, anzi, meglio, della nostra incapacità di dare fino in fondo il giusto valore a quello che la realtà e, in particolare, la testimonianza e l’insegnamento dell’altro, ci offre.

Perché dice questo?

È quello che vedo nelle due lettere. Nella prima parlava di “dolore indicibile nel vedere cosa abbiamo fatto della grazia che abbiamo ricevuto”. E in quest’ultima, insieme a molte altre cose, dice “ci rincresce e ci addolora se non abbiamo trovato sempre il modo più adeguato di collaborare alla sua (del card. Martini, ndr) ardua missione”. A me pare di vedervi il nocciolo della riflessione cristiana in ogni campo e relativamente ad ogni incontro.

I principali organi di stampa hanno chiosato: «Cl chiede scusa». È anche la sua impressione?

Le scuse appartengono al campo delle buone maniere; qui mi pare ci sia di più, ed altro. Mi sembra che Carrón abbia innanzitutto proposto una riflessione personale e collettiva sulla nostra capacità di abbracciare la verità che il rapporto con l’altro, e la realtà che incontriamo, sempre ci offre. Siamo sempre debitori verso la realtà testimoniata dall’altro, che è sempre eccedente, di più, della nostra «capacità» di abbraccio, di accoglienza, di ascolto. Le nostre braccia rimangono sempre troppo strette. È il Kyrie eleison cristiano.

Il grido della nostra incapacità.

Che cos’è il Kyrie eleison se non questo? “Signore, pietà perché non sono mai all’altezza di ciò che Tu mi offri”: questa è la posizione di partenza dell’Eucarestia, e dunque dell’intera vita del cristiano. Se il cristiano non parte da quel grido, cosa può fare? C’è, in questa posizione umana, un riconoscimento di inadeguatezza che è indispensabile per poter effettivamente credere ed essere in grado di incontrare l’altro, e quindi anche Cristo. Nel momento in cui pensiamo di essere già perfettamente arrivati, in realtà ci stiamo smarrendo.

L’ultima lettera di Carrón riguarda Martini e la Chiesa, la sua precedente a Repubblica riguardava l’“attrativa del potere”. Siamo sicuri che il problema è lo stesso?

Certamente. Il tema della Chiesa è quello dell’unità nella pluralità, ma ancora una volta, come nella sfera politica, il fondo della questione è la posizione umana: il riconoscimento della nostra inadeguatezza nel rapporto con l’altro − che poi, alla fine, è anche quello con Gesù Cristo − al centro della vita del cristiano. Quello che più mi sorprende, anzi, è lo stupore degli stupiti, quasi come se quello sottolineato da Carrón non fosse l’unico punto di partenza reale. 

Cosa trattiene, lei personalmente, del cardinal Martini?

Le sue meditazioni sui Vangeli, i Salmi, la Bibbia, che mi avevano dato molto, ancora prima che diventasse arcivescovo di Milano. E che ispirarono da subito anche il suo contatto con la città. Ricordo l’incontro che il cardinale, ogni anno, teneva con i giornalisti nel giorno del loro patrono san Francesco di Sales. Martini puntualmente introduceva l’incontro con una serie di immagini attinte dalle Scritture e riferite alla vita della città. Questo fatto, di proporre l’immagine come punto di partenza e come strumento di indagine personale e religiosa, mi ha molto colpito perché incontrava direttamente anche il mio metodo di lavoro. Lo sguardo all’immagine dell’archetipo e del sogno è assolutamente centrale per capire l’altro, e suggerisce sempre come muoversi in un percorso di crescita.

Di quale immagine stiamo parlando?

L’inconscio non si esprime per concetti ma per immagini simboliche, che riuniscono i molteplici elementi da cui sono  costituite ed esprimono un “senso”, sia come significato attuale che come direzione e orientamento. Ma anche ogni situazione della vita ci presenta un’immagine, un sumballein, una riunione di molti e diversi aspetti dell’esistenza, che dobbiamo saper contemplare (come appunto un’immagine religiosa, o dell’arte), per avvicinarci il più possibile alla sua ricchezza. Le immagini, diceva Romano Guardini, sono rappresentazioni che insorgono dall’imbatterci in un determinato incontro o evento, ma poi illuminano l’intera esistenza ed esprimono i modi in cui l’uomo in essa si orienta.

E qui vengono le meditazioni del Cardinale.

Sì. La meditazione delle immagini, con la loro capacità simbolica di riunire aspetti diversi e apparentemente contradditori, riunisce momenti dell’esistenza, della personalità che un approccio puramente concettuale, nel suo rigore a volte ristretto, rischia di dividere, separare. Per questo l’immagine è così importante nella terapia del profondo, dove si tratta di ricomporre potenziali scissioni. Ma naturalmente è centrale anche nell’esperienza religiosa e spirituale: l’immagine in quanto simbolica, riunificante aspetti diversi, è davvero ecumenica, in senso profondo e non di maniera.

Secondo lei da dove arrivava in Martini questa centralità dell’immagine?

Direttamente dagli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, base della formazione dell’Ordine dei Gesuiti. Gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio si svolgono attraverso la contemplazione di una serie di immagini simboliche, meditando le quali e pregando il cristiano si forma e sviluppa gradualmente, verificandola costantemente, la sua condizione spirituale.

Come mai questo aspetto di Martini è andato in subordine rispetto ad altri, ad esempio quello delle sue citate «aperture» o del dialogo coi non credenti?

Le immagini esprimono il profondo, e i media descrivono la superficie, perché di solito del profondo hanno paura. Il mondo della comunicazione è spesso, come diceva Rilke in una sua elegia, “un fare senza immagini”, duro, e tendenzialmente schizoide, produttore di separazioni, conflitti, polemiche infinite. L’autentico ecumenismo invece risponde, come ogni attività simbolica, a quell’esigenza di valorizzare ogni aspetto di verità, di vita, sempre presente nell’altro e nel reale: la lettera di Carrón ha parlato esplicitamente – per come io l’ho letta − anche di questo.

Martini secondo lei è riuscito a trasformare questa sua ispirazione in opera educativa?

Fin dall’arrivo del cardinale a Milano, il Duomo si riempì per una sera alla settimana di persone che vi rimanevano per ore, la sera, ascoltando Martini commentare un salmo o un passo del Vangelo. Egli partiva da un’ immagine ricreando e proponendo, attraverso i loro contenuti e le emozioni da essi suscitate, grandi meditazioni comunitarie che hanno nutrito l’anima e cambiato nel tempo la coscienza di decine di migliaia di persone. Di questo gli sarò sempre grato.

(Federico Ferraù)


 

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