INDAGINE/ Giovani bamboccioni e viziati? Solo nella testa di certi giornalisti…

- Alessandro Rosina

Dal “rapporto giovani” dell’istituto Toniola emerge chiaramente la voglia delle nuove generazioni di essere protagonisti di un futuro migliore per sé e per proprio Paese. ALESSANDRO ROSINA

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Non c’è nessuna possibilità di creare crescita economica e benessere sociale se non si riattiva il protagonismo positivo delle nuove generazioni. Questa è la sfida principale che ha il nostro Paese, messa al centro del Convegno nazionale “Con i giovani protagonisti del futuro”, organizzato dall’Istituto Giuseppe Toniolo, lunedì 7 aprile 2014, in preparazione della  90esima Giornata per l’Università Cattolica.

Se in Italia le nuove generazioni trovano più difficoltà, rispetto ad altri paesi avanzati, a esprimere le proprie capacità e veder valorizzate le proprie competenze non è solo perché mancano investimenti e politiche adeguate, ma anche perché mancano strumenti conoscitivi dettagliati e approfonditi. Senza informazione adeguata il dibattito pubblico rischia di avvitarsi attorno a luoghi comuni e l’azione politica risulta fuori fuoco e quindi inefficace. Ma un’adeguata conoscenza della realtà dei giovani è di aiuto anche alle famiglie, agli educatori e ai giovani stessi perché aiuta a riconoscere i mutamenti in corso, a mettere in luce limiti del contesto con cui ci si confronta, i rischi che si possono incontrare, ma anche le specificità positive da sostenere e incoraggiare.

Proprio per rispondere a questa cruciale esigenza l’Istituto Toniolo ha messo in campo un osservatorio che si propone come uno dei principali punti di riferimento in Italia su analisi, riflessioni, politiche utili a conoscere e migliorare la condizione delle nuove generazioni (www.rapportogiovani.it). L’asse centrale è costituito da una rilevazione condotta operativamente dall’Ipsos su un campione di 5000 persone tra i 18 e i 29 anni. L’indagine, iniziata nel 2012, è impostata in modo da poter seguire nel tempo un panel di intervistati per un periodo di cinque anni, arrivando così a coprire le tappe principali del processo di transizione alla vita adulta.

I risultati ottenuti consentono in primo luogo di sgomberare il campo da molti stereotipi che in questi anni si sono creati attorno al dibattito sui giovani. I dati analizzati mostrano, ad esempio, come i ventenni italiani non appaiano passivi e rassegnati. Sono, nell’ampia maggioranza dei casi, ben consapevoli delle difficoltà ma per nulla rinunciatari. Alta risulta, in particolare, la percentuale di giovani che vorrebbero conquistare una propria indipendenza ma non ci riescono. Il 70% degli intervistati dopo essere uscito dalla casa dei genitori per studio e lavoro si è trovato a fare marcia indietro.

Tutt’altro che bamboccioni e schizzinosi, la larga maggioranza cerca comunque di adattarsi per quanto possibile a quanto il mercato offre. Un giovane su due, pur di non rimanere inattivo, si adegua a un salario sensibilmente più basso rispetto a quello che considera adeguato. Inoltre, una quota molto alta, pari al 47% si adatta a svolgere un’attività che non considera pienamente coerente con il proprio percorso di studi.

La mancanza di adeguate politiche di sostegno all’autonomia dei giovani e di inserimento solido nel mondo del lavoro producono, infine, ricadute negative sulla realizzazione delle scelte di vita. Eppure i giovani intervistati non rinunciano a pensare di poter costruire una propria famiglia e la vedono formata mediamente con più di due figli.

Nel complesso, l’indagine mostra come i giovani italiani più che assistenzialismo vogliano essere messi nelle condizioni di potersi mettere in gioco con le proprie capacità e realizzare i propri progetti di vita. Oltre l’80% degli intervistati dichiara che la propria generazione è la risorsa più preziosa che l’Italia deve metter in campo per poter tornare a crescere.

Insomma, pur nelle difficoltà, emerge forte e chiara la voglia di essere protagonisti di un futuro migliore per se e per proprio Paese.

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