LETTERA/ Burqa vietato: fa più paura la religione di Stato del velo islamico

- La Redazione

Cosa è peggio, vietare un simbolo religioso o lasciare che la nuova religione di Stato imponga a tutti, cristiani e non, la sua visione di potere? DARIO CHIESA

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Caro Direttore,

L’articolo di Aldo Brandirali sul “Burqa vietato” credo possa aprire un serio dibattito su cosa significhi l’integrazione tra culture diverse e quali siano i limiti che la cultura ospitante può porre alle culture ospitate sul suo territorio. La premessa che il criterio fondamentale è il reciproco rispetto e che la cultura ospitante ha il diritto, all’interno di questo criterio, di cercare di non essere snaturata, o addirittura sopraffatta, è corretto ma forse non sufficiente.

Nel caso specifico citato da Brandirali, il limite è posto in base al concetto di sicurezza, un criterio che limita la libertà individuale di ogni cittadino in nome di un principio superiore: la sicurezza della collettività di cui il singolo è parte. Il limite non è posto solo ai musulmani, ma a ogni cittadino italiano, che è tenuto a farsi identificare dagli organi preposti, e il fatto che spesso non sia attivo nei confronti di facinorosi mascherati denota solo una sua cattiva, o difficile, applicazione, non che la legge non debba essere applicata. Purtroppo si continua ad uccidere, ma questo non è un motivo sufficiente per depenalizzare l’omicidio. Così come non pare un argomento determinante il fatto che la proibizione del burqa non abbia impedito gli attentati di Parigi.

Il burla e il niqab non derivano da disposizioni religiose, come il velo o hijab, la cui proibizione in pubblico, come avvenuto in Francia insieme al crocifisso e altri simboli religiosi, sarebbe sì segno di intolleranza,di più, di violazione della libertà di religione. Infatti, né il velo, né il crocifisso arrecano nessun pericolo od oltraggio, se non alla religione di Stato che pretende di imporsi su tutti.

Il punto fondamentale è se ogni cultura debba essere totalmente accettata, anche se viola principi basilari della cultura ospitante. Davvero ci sentiremmo di non battere ciglio di fronte a una cultura che pratica il cannibalismo o i sacrifici umani? Non è un’ipotesi astratta, se si pensa ai problemi posti per esempio dall’infibulazione o dal matrimonio imposto a bambine, problemi del tutto attuali. D’altro canto, nel nostro diritto sono stati eliminati trattamenti di favore nei confronti del cosiddetto “delitto d’onore”, che pure un tempo giocava un certo ruolo nella cultura di parte del nostro Meridione. Dobbiamo considerarlo un’espropriazione della cultura meridionale da parte di quella settentrionale?

Credo che il dibattito sia molto serio, anche urgente, e non sono di certo io a poterlo neppure avviare. Mi  limito a sottolineare che un punto di partenza determinante è il concetto di legge naturale che tanta parte ha avuto nel pontificato di Benedetto XVI e che non riguarda solo i rapporti con l’islam, ma con quella ideologia gender che tenta di presentarsi come  il nuovo “padrone del mondo”.  

(Dario Chiesa) 

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