MISTERO WUHAN/ Le provette che possono costare care a Macron (e all’Italia)

- int. Francesco De Remigis

Il laboratorio di Wuhan, a cui qualcuno attribuisce l’origine “artificiale” del virus, fu costruito con l’aiuto dei francesi. Ma l’accordo è sfuggito di mano a Parigi

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Il presidente francese Emmanuel Macron (LaPresse)

Dopo il Washington Post anche Le Figaro torna a puntare i riflettori sul laboratorio batteriologico P4, cioè di massima sicurezza, di Wuhan, da dove il virus potrebbe essere “fuggito” in seguito a negligenze del personale. Un laboratorio costruito dai francesi, a partire dal 2004 e inaugurato nel 2015, in seguito a un accordo scientifico firmato dagli allora presidenti Jacques Chirac e Hu Jintao: tecnologia francese e fondi cinesi per aiutare Pechino in una situazione potenzialmente esplosiva dal punto di vista sanitario e con l’obiettivo di sconfiggere le grandi malattie infettive. Piano piano, però, quell’opera sfuggì di mano a Parigi. “Quell’investimento di apparente reciproca generosità – racconta Francesco De Remigis, già corrispondente del Giornale da Parigi – è stato rimesso in discussione, ma quasi mai lo è stata l’intesa economica e commerciale. Quindi la Francia ha di fatto rinunciato a mettere piede lì dentro”. Anche se oggi “i vertici politici francesi hanno compreso cosa c’è in gioco e ognuno sta facendo la propria parte per difendere la Francia dal peso di Pechino in questa storia”.

Che cosa spinse Chirac e Hu Jintao a collaborare?

Di fatto nel 2004 l’allora presidente Hu Jintao chiese una mano al capo di Stato francese Jacques Chirac, all’epoca in ottimi rapporti con Pechino anche grazie al lavoro diplomatico del premier Raffarin, che era tra i promotori di un avvicinamento europeo alla Cina, per affrontare i nuovi virus. Ma facciamo un passo indietro. Nel 2003, quando l’epidemia della Sars dilagò in Cina, il Partito comunista non sembrava avere la risposta pronta. Quindi si rivolse alla Francia di Chirac – non proprio uno che amava l’America – e scattò l’accordo per combattere insieme le malattie emergenti. Niente di più semplice.

A grandissime linee, dal punto di vista politico e strategico come sono cambiati i rapporti Francia-Cina da allora?

Allora si saldò un rapporto che pareva utile a tutti, per esempio per battere l’influenza aviaria. A Parigi sembrava conveniente: la Cina pagava, si costruiva in loco, con le loro regole, e i francesi ci mettevano tecnologia e scienza per lo studio dei virus di classe 4, cioè quelli più pericolosi per l’uomo. Apparentemente un affare per Parigi. Pian piano, e veniamo all’oggi, quell’investimento di apparente reciproca generosità è stato rimesso in discussione, ma quasi mai lo è stata l’intesa economica e commerciale. Quindi la Francia ha di fatto rinunciato a mettere piede lì dentro.

È vero che gli scienziati erano contrari, perché secondo loro era come mettere in mano alla Cina una “bomba batteriologica”, ma alla fine prevalsero le ragioni politiche?

La costruzione in Cina era una condizione posta dai cinesi per la nuova collaborazione. I francesi accettarono. Ragioni politiche, ma anche commerciali. Con la scusa dei lavori, si viaggiava più spesso verso Pechino. E sui voli di Stato quasi sempre c’erano imprenditori accanto a politici di rango. I virologi allora non erano delle star.

La collaborazione inizia nel 2004 e fino al 2018 non se ne è saputo nulla. Che cosa è successo in questi 14 anni?

In Francia se ne è parlato, invece. Dire di non saperne nulla oggi significa non avere studiato. O almeno non essersi fatti troppe domande leggendo le notizie sui giornali. Per esempio quando il SGDSN, Segretariato generale per la difesa e la sicurezza nazionale, diceva che il P4 poteva trasformarsi in un arsenale biologico, specie dopo l’opacità con cui la Cina aveva spiegato che fine avessero fatto i laboratori P3 finanziati dal governo Raffarin dopo l’epidemia di Sars.

Però la Francia rimase lì. Perché?

Certo, perché la collaborazione economica ha storiche radici ben più lontane. Se pensiamo che nella provincia dell’Hubei, già nell’800, la Francia era entrata di diritto con un ruolo da protagonista, nel ‘900 Wuhan è diventata “una piccola Francia”. Lo diceva l’ex premier Bernard Cazeneuve, non un passante qualsiasi, nel 2017, quando l’allora inquilino dell’Eliseo Hollande credeva ancora che i cinesi sarebbero stati di parola sul laboratorio in comune.

Quanto i francesi sono riusciti a vigilare sulle misure di sicurezza adottate in quel laboratorio? La Francia è stata sempre informata sui risultati della ricerca raggiunti dai cinesi?

Questo non lo so e non credo lo sappiano veramente neppure i politici francesi. Informata, sì. Ma perlopiù dalla voce di Pechino. Quindi possono benissimo aver detto che in quel laboratorio non si stava cavando un ragno dal buco e negli anni i francesi hanno perso gradualmente attenzione per quel sito, privilegiando altri aspetti.

Quando la situazione è sfuggita di mano ai francesi e poi ai cinesi?

Da subito, si potrebbe dire, visto che il laboratorio ha cominciato a lavorare a pieno regime appena due anni e mezzo fa. Quel laboratorio fu aperto nel 2015. Finché all’Eliseo c’era François Hollande sembrava ancora un buon affare. Già Macron, nella prima missione di Stato in Cina da presidente nel 2018, capì benissimo che i cinesi non avrebbero fatto toccare palla, o in questo caso provetta, ai francesi. Di fatto l’accordo tra Hu Jintao e Jacques Chirac è rimasto lettera morta e i 50 scienziati lo dimostrano: non sarebbero mai partiti.

Questa storia può aver spinto il Nobel Montagnier a rilanciare l’idea del virus creato e fuggito dai laboratori di Wuhan?

Possibile. Il direttore dell’Istituto di virologia di Wuhan ha respinto le accuse, perché a suo dire “non è possibile che provenga dalla nostra struttura”. Un commento di Yuan Zhiming trasmesso dalla tv di Stato a ripetizione. Ecco, tra un luminare riconosciuto come Montagnier e la propaganda di regime, tendenzialmente, propenderei per ascoltare il Nobel e porre altre domande ai cinesi. Lo stesso Macron ha ammesso che lì sono accaduti fatti che ignoriamo.

Risulta che la Francia si stia interrogando sulla Cina senza ipocrisie. Perché?

Il punto è questo: la Francia si sta interrogando. Noi molto meno. Non mi piacciono le teorie del complotto, ma se a Parigi si stanno muovendo per tenere a bada l’operazione simpatia messa in campo da Pechino un motivo c’è. E il virus c’entra molto poco.

Qual è lo scenario politico?

I vertici politici francesi hanno compreso cosa c’è in gioco e ognuno sta facendo la propria parte per difendere la Francia dal peso di Pechino in questa storia. Il Covid-19 sta accelerando lo scontro a freddo, in corso da tempo, tra Stati Uniti e Cina. L’Europa, finora in mezzo, ha incassato i colpi. Macron e Merkel hanno però cominciato a rispondere: sono usciti dalle corde in cui il virus aveva inizialmente costretto il morale politico dei leader e hanno preso a tirare jab su Pechino.

Che cosa vuole Macron?

Anzitutto essere rieletto, come quasi tutti i leader al primo mandato presidenziale. A questa evidenza poco scientifica si aggiunge la necessità di preservare la forza geopolitica del “sistema Francia”, un tema che ha risvegliato il ministero degli Esteri dal letargo.

Quindi la Francia sta cercando di tenere a bada la Cina?

Quando Macron dice “non sappiamo cosa sia successo” a Wuhan, non lancia un messaggio rassicurante nei confronti del regime cinese. Da Pasquetta in poi, dal discorso in tv sulla crisi sanitaria con cui ha prolungato il confinamento fino all’11 maggio, sempre più programmi tv sono dedicati al nuovo coronavirus, o se vogliamo al cosiddetto “virus cinese” come lo chiama Trump. Macron non lo dice apertamente, ma il sottinteso è quasi inevitabile.

Perché?

Perché se gli investimenti cinesi nell’Europa del Sud hanno portato liquidità in alcuni Paesi durante la crisi finanziaria, oggi l’invadente presenza di Pechino, apparentemente amichevole, non è priva di rischi per nessuno. La Cina del 2020 non è quella del 2010. La direzione presa dal regime, dopo il XIX congresso del Partito comunista tre anni fa, rivela un’ambizione che non è solo quella di uno Stato che investe, o dona mascherine, ma di un potere con importanti pretese geopolitiche. E questo, almeno la Francia di Macron, lo ha capito benissimo.

(Marco Tedesco)

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