FCA AI CINESI?/ I colpi di scena pronti al “Supercinema Agnelli”

Secondo Automotive News Fca avrebbe rifiutato un’offerta venuta dalla Cina. La casa automobilistica da predatrice è diventata preda? SERGIO LUCIANO

15.08.2017 - Sergio Luciano
Marchionne_Fca_Lapresse
Sergio Marchionne (Lapresse)

FCA AI CINESI? “For more than two years, FCA has been FSBO – that’s For Sale By Owner – with no serious offers”; ovvero: “Per oltre due anni, Fca è stata messa in vendita dal proprietario, senza aver ricevuto nessuna offerta seria”. È questo l’attacco del pezzo di Automotive News che ieri sera ha risvegliato i giornalisti economici di mezzo mondo nel mezzo di un sonnolento pre-Ferragosto. Le notizie che leggeremo – tutte e soltanto riprese da “Automotive”, anche se tradotte e variamente commentate (come questo articolo, del resto), perché nessuno ha potuto spillare una sillaba in più dal no-comment del gruppo ex-torinese – sono semplicemente la frittura e rifrittura in molte salse dei contenuti dello scoop, tutti concentrati sull’offerta d’acquisto – almeno una – che Fca avrebbe ricevuto da un gruppo cinese nell’ultimo mese.

Ma la vera notizia è tutta in quell’attacco. Automotive News dice che da due anni la Fiat è in vendita! Capiamoci bene: Automotive News è, allo stesso tempo, la testata giornalistica più autorevole e più indipendente del settore. E difficilmente sbaglia, soprattutto in due attività: le analisi tecniche e gli scoop. Fca non ha commentato: non che questo silenzio vada considerato come in Italia, cioè una mezza conferma. In America – e la Fca è decisamente americana, non solo in questi costumi – il no-comment è nient’altro che un no-comment. Però, stiamo attenti: la Borsa ci ha creduto, e ha fatto salire il titolo: dopo aver aperto a un robusto +4%, le azioni Fca ieri sono salite del 5% per chiudere addirittura all’insù del 7,64%.

Dunque: se l’offerta cinese c’è stata, e che sia stata accettata o respinta conta fino a un certo punto. Quel che più rileva è che la Fiat è considerata in vendita sul mercato e che i suoi capi non considerano indispensabile smentire che lo sia. Questi i fatti. Ma vediamo, per chi non li avesse già letti, gli altri fatti riportati da Automotive News. Secondo il giornale, “almeno un’offerta” è stata presentata questo mese da un costruttore cinese, respinta comunque al mittente da Fca in quanto non ritenuta sufficiente. Attenzione: è stata respinta non perché la Fiat abbia detto di non essere in vendita, ma solo perchè il prezzo offerto è stato considerato inadeguato.

Varie delegazioni cinesi avrebbero visitato il quartier generale di Fca ad Auburn Hills (Detroit) per incontri di sondaggio. I gruppi cinesi “sospettati” dell’offerta sono Great Wall Motor, Dong Feng Motor, Zhejiang Geely e Guangzhou, attuale partner di Fca in una joint-venture in Cina. La possibile vendita includerebbe Jeep e Ram, Dodge, Chrysler e Fiat, lasciando fuori comunque Maserati e Alfa Romeo. Imprecisate le sorti di Ferrari, di cui Exor controlla direttamente il 24,9% del capitale e il 33,3% dei diritti di voto, maggiorati grazie alla legislazione europea. Fca piacerebbe molto ai cinesi, dice sempre Automotive News, perché sia la rete globale che i prodotti Fca rispettano i requisiti del Governo di Pechino, che nel suo piano quinquennale in corso prescrive alle sue imprese di investire fortemente fuori confine.

Ma come: Fca non era una società “predatrice”? Non voleva comprare General Motors? Sì che era predatrice, si che voleva la Gm. Naturalmente voleva comprarla senza soldi, come senza soldi Fiat ha comprato la Chrysler. Mary Barra, però la coriacea “Marchionne in gonnella” che guida il colosso di Detroit, ha rispedito al mittente le profferte di Marchionne, sostenuta dal suo consiglio d’amministrazione all’unanimità. Non che la Barra non prenda sul serio il ragionamento di Marchionne sulla necessità di accrescere ancora la “massa critica” produttiva dei gruppi per fronteggiare le prossime fasi evolutive del settore, tra auto elettrica, auto a guida automatica e metamorfosi dell’intero business, dall’epoca del bene prodotto e venduto a quella del servizio venduto su un prodotto affittato e non più acquistato, cioè il futuro ancora incerto ma probabile del car-sharing.

Però la Barra non crede – e come darle torto? – che Marchionne sia l’uomo giusto (cioè: più giusto di lei!) per pilotare un colosso globale come quello che nascerebbe dalla fusione Fca-Gm: perché il manager svizzero-canadese-abbruzzese, celebre per i suoi successi finanziari e i suoi maglioncini, non è un uomo di prodotto, non crede nel prodotto e non lo ama, è un “deal-maker”, come lo definiscono gli americani, vede un affare, lo fa, incamera i risultati e ne cerca famelicamente un altro.

Quindi, sia chiaro a tutti: Fca è vendibile, se non formalmente in vendita. Però attenzione: Marchionne è anche un grandissimo giocatore di poker. Quindi proprio nel momento in cui tutti i suoi avversari attorno al tavolo verde pensano che sia alla frutta e che possa soltanto passare la mano, ecco che non ci sarebbe da meravigliarsi se fosse lui a comprare qualcuno. Alle spalle ha un azionista perfetto, alla bisogna: John Elkann non è come un Carlo Pesenti o come gli eredi Merloni, cioè uno di quelle nuove generazioni imprenditoriali del tutto indifferenti all’idea di guidare un gruppo o di avere solo i forzieri pieni di quattrini. Elkann ha il senso del ruolo e il gusto del potere. Come Marchionne, però, è indifferente al prodotto. Produrre più auto, o magari zero auto e invece tante case, o magari aeroplani o chissà che, poco cambia per lui. Pareva innamorato del real estate (l’immobiliare), quando acquistò Cushman & Wakefield, invece dopo pochi anni l’ha venduto a ricchissimo prezzo d ha acquistato PartnerRe, big della riassicurazione. Ha venduto La Stampa, ma ha comprato L’Economist. È imprevedibile, come ogni vero, cinico uomo d’affari. E quindi?

Quindi, benvenuti al Supercinema Agnelli: prossimamente, su questi schermi, ne vedremo delle belle.

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