CASO DAIMLER/ A chi tocca salvare la Germania dalla guerra dei dazi Usa-Cina?

Il profit warning di Daimler è il primo segnale di una burrasca che si profila all’orizzonte del settore. E’ allarme in Germania. Ma una via d’uscita potrebbe esserci. FRANCO OPPEDISANO

22.06.2018 - Franco Oppedisano
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Donald Trump (LaPresse)

Il profit warning di Daimler è il primo segnale di una burrasca che si profila all’orizzonte del settore. Ieri la casa automobilistica di Stoccarda ha messo nero su bianco che i dazi introdotti dalla Cina per ritorsione possono colpire le vendite dei Suv prodotti negli Stati Uniti in Alabama (oltre la metà viene esportata) e hanno avvertito gli investitori che il declino del diesel e la nuova regolamentazione europea sulle emissioni peseranno sui conti. Questioni che non riguardano solo Mercedes, ma un po’ tutti i costruttori, in diversa misura, e stanno mettendo in fibrillazione aziende che hanno fatto della globalizzazione della produzione il loro cavallo di battaglia.

Proviamo a concentrarci solo sui dazi, anche se non è facile fare chiarezza tra quelli promessi, quelli ritorsivi e quelli annunciati. I dazi cinesi sulle auto importate avrebbero dovuto abbassarsi dal 25 al 15%, ma sono stati riportati ancora al 25% esclusivamente per i veicoli made in Usa dopo la decisione di Donald Trump di imporne una cinquantina di miliardi su merci varie importate dalla Cina. Secondo uno studio di Alliance Bernstein pubblicato ad aprile, Bmw e Daimler, che producono rispettivamente a Spartanburg e Chattanooga in Alabama, sono le società più colpite. Molto meno dei costruttori americani General Motors e Ford, che vendono in Cina quasi esclusivamente auto di medie dimensioni prodotte in joint venture con produttori locali. Maserati e Alfa Romeo, prodotte in Italia, beneficeranno del primo taglio (dal 25 al 15%), proprio come Jeep, che però deve scontare l’aumento dei dazi sulle auto prodotte negli Usa. A dire il vero in Cina le tasse sulle auto importate sono sempre state molto alte perché per anni il governo cinese ha voluto favorire la produzione locale e le joint venture internazionali. E non c’è nessuna differenza tra il vecchio 25% che doveva essere abbassato al 15% e il nuovo 25%. Infatti il vero problema non è la Cina. Il ricco cinese che compra una grande Suv o un’auto sportiva continuerà a comprarla e a badare poco al prezzo.  

Il vero problema è un altro. Eccolo: Trump ha fatto notare quanto sia ingiusto che le auto europee esportate negli Usa paghino il 2,5% di dazio, mentre quelle americane che arrivano in Europa ne pagano uno del 10%. E per non sapere ne leggere né scrivere ha minacciato di portare i dazi Usa sulle auto europee al 25% (sempre la stessa cifra che si ripete come un mantra). La notizia è arrivata come una fucilata da Washington al cuore dell’Europa, che sta cercando di correre ai ripari. Il Wall Street Journal, citando varie fonti, scrive che l’ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell, dovrebbe presentare al presidente Trump un piano, appoggiato dai principali produttori di auto tedeschi e dal governo a Berlino, per abbandonare tutti i dazi sulle auto tra Unione Europea e Stati Uniti. Ma se il tentativo all’ultimo minuto non dovesse andare in porto sarebbe un disastro. Porsche, Bmw, Mercedes, Audi dovrebbero rivedere i propri piani industriali, le allocazioni delle produzioni, la distribuzione nelle varie fabbriche dei prodotti. Possono farlo perché qualcuno ha avuto la lungimiranza di realizzare linee produttive flessibili dove possono essere prodotti diversi modelli. Ma in ogni caso ci vorranno soldi e tempo. Che i costruttori tedeschi, ma anche Maserati e Alfa Romeo, avrebbero volentieri speso in un altro modo.

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