FERRARI/ Il “disastro” di Camilleri e l’aggettivo costato l’8% in Borsa

- Franco Oppedisano

Ferrari ha presentato i dati del secondo trimestre dell’anno, l’ultimo dell’era Marchionne. L’esordio di Louis Camilleri non è stato dei migliori. FRANCO OPPEDISANO

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Un esordio col botto, anzi, con l’otto: i punti percentuali che ha perso il titolo Ferrari alla Borsa di Milano la prima volta che il suo nuovo amministratore delegato, Louis Camilleri, ha aperto bocca in pubblico. Gli è bastato un aggettivo per segnare tutta la differenza tra lui e Sergio Marchionne. Il ceo del Cavallino ha definito “aspirational” gli obiettivi fissati dal predecessore. Non “ambiziosi”, come hanno erroneamente tradotto molti in Italia, ma “aspirazionali”, un brutto aggettivo che ha finito per definire il piano di Ferrari per il 2022 poco più che un sogno, una aspirazione non suffragata da elementi concreti, da dati, da strategie. 

A poco è servita una sua successiva dichiarazione  nella quale chiariva di non aver voluto dire che gli obiettivi erano troppo ambiziosi e rimandava al prossimo investor day previsto a Maranello per il 17 e 18 settembre per delineare in modo più specifico i piani del Cavallino. Con un solo aggettivo Camilleri ha spazzato via oltre l’8% del valore del titolo in meno di venti minuti, proprio nel giorno in cui Ferrari ha presentato uno dei suoi migliori semestri di sempre, l’ultimo di Marchionne: un utile netto pari a 160 milioni di euro, in crescita del 18,1% rispetto all’analogo periodo 2017. I ricavi netti sono pari a 906 milioni di euro, in calo rispetto ai 920 milioni di un anno prima, ma soltanto per una questione di cambi, con consegne  totali di vetture che hanno toccato quota 2.463 unità, in aumento di 131 unità (+5,6%). 

A dirla tutta, se proprio tentassimo di dare un senso al tracollo di ieri in Borsa, al di là di un singolo aggettivo, il secondo trimestre del 2018 è andato meno bene rispetto al primo: l’ebitda a marzo era cresciuto del 13%, come l’ebitda adjusted, mentre da aprile a giugno sono saliti, rispettivamente, del 7 e dell’8%. Anche l’aumento dei profitti netti è passato dal 19% al 18%, ma sono bazzecole e non certo un segnale significativo di un rallentamento delle attività della fabbrica di automobili più famosa del mondo

L’azienda ha confermato, poi e fortunatamente, le previsioni per la fine del 2018: consegne per oltre 9.000 unità, ricavi netti superiori ai 3,4 miliardi di euro, ebitda adjusted maggiore o uguale a 1,1 miliardi, indebitamento industriale netto inferiore a 400 milioni inclusa una distribuzione dei dividendi ai possessori di azioni ordinarie.

Camilleri ha promesso agli analisti che al contrario di Marchionne che gestiva più aziende, si concentrerà nella gestione di Ferrari grazie alla sua esperienza nel “gestire industrie complesse a altamente regolate come la Philips Morris”, di cui è stato ceo dal 2008 al 2013. Speriamo lo faccia. Misurando con molta attenzione le parole e soprattutto gli aggettivi.

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