MPS/ Il piano di risanamento complicato dalla crisi di Governo

- Mauro Rufini

La crisi di Governo non è certo un buon segnale nel processo di riordino e messa in stabilità del nostro sistema bancario. In particolare per quel che riguarda Mps

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La crisi di Governo, apertasi la settimana scorsa, non è certo un buon segnale nel processo di riordino e messa in stabilità del nostro sistema bancario. Pochi giorni fa, altri commentatori hanno ricordato come l’estate sia una stagione tradizionalmente movimentata per la finanza italiana e, come stavolta, non ci siano operazioni bancarie in corso. 

Il risiko bancario è al palo? È un addio al terzo polo bancario? In precedenti interventi abbiamo descritto la situazione e le manovre in corso con dovizia di particolari. Intanto il 30 giugno sono venuti meno gli incentivi fiscali per operazioni di fusione e aggregazioni, le c.d. DTA (Deferred Tax Asset), per cui il panorama a livello nazionale sembra destinato a rimanere ancora per un po’ quello di adesso. 

La non presenza di operazioni alla luce del sole non è comunque un segno di immobilità o mancanza di movimenti nel settore. Tante sono le partite aperte, a partire da quella più spinosa per l’intero mercato, il dossier Mps, il più critico e impegnativo, anche per il Tesoro che detiene il 64% del capitale. Una crisi che dura da tre lustri e deve ancora trovare una soluzione. Il Monte Paschi è atteso da un aumento di capitale di 2,5 miliardi di euro e un piano di esodi volontari e incentivati del personale per circa 3.500 dipendenti. Sono questi i principali contenuti del piano industriale 2022-26 “A clear and simple commercial bank” che il nuovo Ceo Luigi Lovaglio, in carica dal 7 febbraio di quest’anno, ha presentato poco meno di un mese fa. Obiettivo dichiarato 270 milioni di euro di costi in meno dal 2023 alla voce personale, cessione di 800 milioni di euro Npl.

Il nuovo piano industriale di Mps prevede quindi un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro fra 4 mesi: di questi, 0,8 miliardi coprono le uscite volontarie, mentre il resto, insieme agli utili generati sull’intero arco del piano, servirebbero a portare il CET1 (Common Equity Tier 1) nel 2024 a un livello stabile sopra il 14% e al 15,2% nel 2026. Per raggiungere l’obiettivo di avere una banca stabile e profittevole si agirà seguendo tre direttive: semplificazione della struttura aziendale, razionalizzazione dei costi, partendo dalle uscite volontarie, spinta del business mix verso i ricavi commerciali puntando su Bancassurance (Axa) e Asset Management (Anima). Grazie a queste azioni il management si aspetta di raggiungere un ROTE (rendimento del patrimonio netto tangibile) dell’8% nel 2024 e dell’8,7% nel 2026 (partendo da un 4,6% nel 2021). Gli utili previsti sono di 1 miliardo di euro nel 2024 e un ritorno al dividendo, con payout del 30%, nel 2025. 

Non è questa l’occasione per entrare di più nel dettaglio, c’è solo da osservare che è un piano abbastanza conservativo e rimangono numerose le incognite per capire se potranno essere realizzati gli obiettivi del piano industriale di Mps che ha scelto una strada di autonomia. 

Ma come si può proteggere chi investe negli asset italiani, che si tratti di Btp, o di banche come Mps, mentre si attende la fine delle trattative tra il Mef maggiore azionista e il Dg Comp Ue, e anche più in generale di Piazza Affari, dopo questa ultima crisi di Governo che ha investito la politica e provocato non pochi malumori e forti preoccupazioni nella comunità degli investitori ed economisti.

Oggi sarà il giorno cruciale quando Draghi si presenterà al cospetto delle Camere. La settimana finanziaria europea e quella italiana può diventare ancora più calda di quella meteorologica. C’è grande attesa anche per la Bce di Christine Lagarde: giovedì 21 luglio è atteso non solo un rialzo dei tassi di 25 punti base, il primo da 11 anni a questa parte, ma anche lo scudo anti-spread salva-Btp, sostanzialmente salva-Italia, che la Bce ha assicurato verrà lanciato in settimana. Un tema che si lega fortemente alla crisi politica italiana perché la nostra situazione nazionale potrebbe fornire valide argomentazioni ai contrari.

Le coincidenze, a volte… A quasi dieci anni esatti dal «whatever it takes» con cui Draghi alla Bce tagliò le gambe alla speculazione contro i debiti statali (era il 26 luglio del 2012), la crisi del Governo Draghi di oggi rischia di diventare una sorta di «whatever it takes» al contrario. In attesa di capire e vedere se Mario Draghi avrà le condizioni e vorrà continuare a portare avanti il suo impegno per salvare l’Italia e ricondurla sulla retta via con le riforme del Pnrr, il timore non può non riguardare anche e soprattutto le banche, a causa di quel doom loop tossico, che espone in particolare alcuni istituti di credito italiani, scontare più di altre società il rischio Italia. 

In questo quadro anche il piano Mps, necessario a restituirgli credibilità sui mercati, prima di partecipare a una eventuale operazione di M&A, e poter essere privatizzato, è a forte rischio. Sulle altre banche e sul loro stato di salute avremo modo di tornare e approfondire in prossimi contributi. 

Intanto in questi ultimi giorni la Borsa, con il Ftse Mib, il termometro da sempre più sensibile dei mercati, ha pagato l’annuncio delle dimissioni di Draghi capitolando del 3,44% confermando Milano la peggiore tra le borse europee, e le vendite hanno affossato soprattutto le banche, solo Mps negli ultimi 5 giorni ha lasciato sul terreno più del 9%. 

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