Giovanni Allevi, un “equivoco di successo”

- La Redazione

Alcuni lo definiscono un grande jazzista, paragonandolo a Keith Jarrett, per altri è il compositore che riavvicinerà i giovani alla Musica classica contemporanea. Ipotesi verosimili?

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Giovanni Allevi ha appena sfornato un nuovo album dal titolo Evolution.
Il suo nome gira da qualche anno: impossibile sfuggire al “tam tam mediatico” e non averlo sentito o visto in Tv. La sua chioma nera è riconoscibile, così come la faccia buona e occhialuta: un po’ genio-bambino, un po’ Harry Potter nostrano. La sua parlata timida e impacciata suscita inevitabile simpatia ai più, abituati forse all’aria imperiosa e altezzosa dei grandi pianisti.
I maligni pensano che non sia però spontaneo, ma costruito “ad arte”, a cominciare dagli aneddoti dispensati nelle sue numerose interviste, che aiuterebbero a formare il “personaggio Allevi”. I più famosi sono ad esempio: il travestimento da cameriere a una cena per consegnare a Muti il suo primo lavoro, il concerto a Napoli per un pubblico di cinque persone, la notte seguente passata in stazione in smoking tra barboni e prostitute, la sera che al termine di uno spettacolo venne dimenticato e chiuso in teatro, l’immancabile torta al cioccolato prima di ogni concerto o le visite della “strega capricciosa” (la musica).
Ai suoi concerti si presenta quasi sempre in jeans, maglietta e scarpe da tennis (se non a piedi nudi) ed esegue composizioni proprie al pianoforte, senza alcuna variazione rispetto a quelle che si possono ascoltare nei suoi album (né improvvisazioni quindi, né repertorio classico).
Alcuni negozi di dischi lo collocano nel settore “Musica jazz”, salvo poi appendere classifiche di vendita che avvisano che tra i primi 10 dischi di “Musica classica” 5 sono di Allevi (ovviamente anche il primo). Le riviste proclamano i suoi successi, le collaborazioni con i Berliner Philharmoniker o i sold out al Blue Note di New York (nell’immaginario collettivo il sogno di ogni musicista classico e di ogni jazzista). La Bmw e la Fiat hanno usato la sua musica per i propri spot, i suoi concerti sono sempre stracolmi di fans scatenati e i paragoni addirittura con Mozart o Keith Jarrett si sprecano.
La confusione avanza e con lei una domanda spontanea che sorge nel vedere i dischi di un “novello Jarrett italiano” scavalcare le incisioni di Maurizio Pollini o le edizioni speciali per il centenario della morte di Herbert Von Karajan: ci troviamo di fronte a un genio, l’ultimo enfant prodige della musica classica e contemporaneamente del jazz?
La realtà è diversa, decisamente. Se scartiamo d’ufficio l’ “ipotesi enfant prodige”, che poco si addice a chi è a un passo dai quarant’anni e lasciando decidere ad altri se sia davvero un genio, è per prima cosa chiaro che Giovanni Allevi non sia un jazzista. Esegue musica scritta, senza alcuno spazio all’improvvisazione. Non vi è traccia nella sua musica di swing, di radici che arrivino dal blues, dal ragtime, non c’è un paragone con il repertorio degli standard della tradizione jazzistica, né una ricerca di un suono “suo” proprio particolare e riconoscibile, né collaborazioni con altri jazzisti con cui forse non saprebbe dialogare musicalmente.
Il suo tocco è elegante, i suoi studi e le sue radici sono classiche e la sua tecnica non è in discussione (si è diplomato in Pianoforte e Composizione al Conservatorio). Viene da questo mondo, ma oggi scrive musica strumentale leggera, “pop”, anche se suonata da un Pianoforte a coda o – ecco l’“evolution” dell’ultimo disco – da un’orchestra sinfonica.
Non c’è nulla di male nello scrivere al meglio ciò che si sente come “propria musica”, né nell’ascoltarla, ma quando il mercato discografico opera eccessive semplificazioni è necessario un minimo di chiarezza.
Ecco perché, come non sono condivisibili le critiche per il suo comportamento, che mi sembra spontaneo e capace di creare una sintonia forte con il suo pubblico, appare inappropriata l’autoproclamazione a compositore di una “nuova Musica Classica Contemporanea” (soprattutto negli aggettivi “Classica” e “nuova”) che cerchi di «riportare centralità all’Italia, dopo la colonizzazione tedesco-dodecafonica del ‘900 e l’egemonia americana del Minimalismo». Sono forse esagerazioni di chi scrive musica “piacevole”, volta al consumo e con l’obiettivo dichiarato di raggiungere i ragazzi che ascoltano l’Ipod in tram.
Ognuno ascolti ciò che vuole o che lo tranquillizza di più, se è ciò che cerca dalla musica, se però il pianoforte e l’orchestra non fanno più paura, c’è un mondo inaspettato e meraviglioso tutto da scoprire.

(Franco Mila)



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