NEW MEDIA/ Artisti e case discografiche sono prigionieri del web. E il Cd non tira più…

- Paolo Vites

Sono sempre più frequenti i casi di artisti che promuovono, distribuiscono e vendono le proprie opere sul web. PAOLO VITES analizza il comportamento delle case discografiche di fronte alle nuove tendenze della distribuzione musicale

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Ormai è diventato quasi consuetudine. A luglio i R.E.M. pubblicano un intero disco, Live In London, disponibile solo su i-Tunes. Lo stesso ha fatto Bruce Springsteen con un ep di quattro brani registrati nel corso del recente tour che ha toccato anche Milano. E sono sempre di più i grandi e meno grandi nomi della musica che rendono disponibili brani dal vivo, rarità o anche semplici inediti tramite il download da Internet e nel formato, criticato dagli audiofili per la scarsa resa sonora, dell’MP3.
Che il mondo della musica stia attraversando da tempo la più grande rivoluzione di sempre è un dato acquisito. Che questa rivoluzione sia positiva è tutto da verificare. Intanto il primo dato di fatto è il licenziamento in atto da tempo di migliaia di dipendenti del cosiddetto “cartello” delle major, i grandi gruppi discografici che si erano spartiti dalla fine degli anni Ottanta il mercato e che sembravano non dover mai veder tramontare il sole sul loro impero. Gruppi nati da fusioni di case storiche, ad esempio Sony Music con RCA Bertelsmann (unione che peraltro sembra stia per finire, dato i pochi positivi riscontri commerciali degli ultimi tempi) o Virgin ed Emi, questi ultimi i più tartassati dalla crisi. Perché queste elefantiache corporazioni che si giocavano gli artisti a suon di contratti da decine di miliardi delle vecchie lire, hanno dimostrato di non essere riusciti a stare dietro ai cambiamenti tecnologici e ai gusti del pubblico, impantanandosi e trovando come unica soluzione appunto il licenziamento coatto.
Recentemente, l’uomo che mise per primo sotto contratto gli Oasis, ha consigliato agli artisti esoridenti di non firmare nessun contratto con alcuna casa discografica: «Vivono nel passato, una casa discografica di oggi è l’equivalente di una fabbrica di tram. È meglio che ognuno si dia da fare per conto proprio, ci sono più possibilità». Che infatti non mancano, ad esempio MySpace che permette a chiunque di mettere “in vetrina” la propria musica e farsi conoscere da migliaia di appassionati in tutto il mondo.
I nuovi modi di fruire della musica poi lasciano aperti ancora tanti interrogativi: intanto ci si domanda se è giusto selezionare i propri acquirenti, dividendo il mercato tra chi acquista MP3 e chi ancora si affida ai vecchi supporti come il CD. Una volta si diceva che la musica era per tutti, oggi non è più così. I nuovi sistemi tecnologici, vecchio trucco dell’industria per sopperire alla crisi inventando sempre nuovi supporti con la scusa di migliorare la resa sonora, spuntano di giorno in giorno. Questo permette ogni volta di ristampare il catalogo di un artista e rimetterlo in vendita nel nuovo supporto, con il risultato che spesso uno finisce per avere lo stesso disco (magari abbellito da un paio di brani rari in più) in tre o quattro diversi formati.
Ricordate negli anni Ottanta il laser disc, che doveva prendere il posto del VHS? Fu un flop. Adesso è arrivato il blu-ray, un sistema che dovrebbe soppiantare quello che è considerato già obsoleto, cioè il dvd, che a sua volta aveva preso il posto con successo della video cassetta. Artisti come Neil Young hanno giurato che pubblicheranno d’ora in avanti solo con questo sistema, dichiarando apertamente che se ne fregano se gli acquirenti saranno poche centinaia. Naturalmente lui, dall’alto di una carriera quarantennale costellata di successi se lo può permettere. Non altrettanto gli artisti a inizio carriera. Così come si possono permettere gruppi di successo mondiale come i Radiohead di mettere in vendita i loro dischi tramite download e con il prezzo a scelta dell’acquirente, anche 0 euro, per bypassare il sistema distributivo delle case discografiche. Lo possono fare perché hanno una base di fan di centinaia di migliaia di persone e la risposta infatti è stata massiccia (salvo rimettere in vendita il tutto pochi mesi dopo nel vecchio formato CD, con resa sonora migliore e obbligare i fan a comprare due volte lo stesso prodotto), ma un esordiente non potrà mai fare esperimenti del genere.
Altri pubblicano lo stesso disco in tutti i supporti disponibili: CD, addirittura il vecchio vinile, e naturalmente possibilità di download dei singoli brani.
Il nuovo disco dei Metallica, atteso a settembre, potrebbe far impazzire più di un fan: sarà infatti disponibile in una confezione deluxe contenente il disco, un cd di dieci tracce demo, un dvd con il “making of”, una t-shirt, una bandiera e una chiavetta USB che permette il download dell’album e altre sfiziosità ancora.
È una schizofrenia che non dice nulla di buono: intanto le vendite complessive dei supporti discografici sono in calo comunque. I giovani preferiscono comprare (o scaricare in modo pirata, cioè senza pagare) brani singoli, pescati qua e là a seconda degli stimoli del momento (pubblicità), delle mode o della semplice curiosità. Un cantante americano diceva recentemente che questo è il sistema per uccidere l’ascolto. Un disco veniva una volta concepito come un vero libro: ogni canzone ne era il suo capitolo e faceva parte di un messaggio unitario che l’artista cercava di portare al suo pubblico attraverso appunto il supporto discografico. La possibilità di acquistare un brano qui e uno là uccide qualunque intento educativo artistico, lasciando solo un oceano ignoto davanti al quale il giovane finisce per perdersi.
Infine spariscono ovviamente anche i negozi di dischi, quei piccoli angoli di curiosità e di passione immortalati nel bel film Alta definizione, tratto dal libro di Nick Hornby. Posti dove si andava per farsi consigliare, discutere, ricercare sono ormai stati spazzati via dagli acquisti online, un sistema che non fa altro che aumentare la solitudine e l’individualismo.
In America un esperimento interessante per combattere questa situazione è stato portato dalla catena di negozi di cappuccini e caffè Starbucks (che peraltro in tempi recenti ha annunciato una grave crisi con conseguente chiusura di centinaia dei suoi locali): al suo interno non solo si vendono dischi, ma artisti di grande livello come Bob Dylan, Paul McCartney, James Taylor hanno pubblicato alcuni dei loro prodotti più recenti per la casa discografica appositamente aperta dalla catena, la Hear Music, rendendoli disponibili all’acquisto solo in questi punti vendita. Un caffè e un CD, poteva essere una bella idea, ma sembra che la Rete abbia avuto la meglio anche su questo tentativo.



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