L’INTERVISTA/ Dolcenera, il pop italiano che sogna David Bowie e Joni Mitchell

Il pop melodico è il suo mondo, ma DOLCENERA cerca sempre qualcosa di nuovo nel suono e nell’arrangiamento, per trovare la sua via. L’intervista esclusiva a cura di Walter Gatti

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Dolcenera in concerto

Tra tutte le donne italiane del pop apparse alla ribalta negli ultimi anni, Emanuela Trane – in arte Dolcenera – è una di quelle che ha il vantaggio di saper leggere le note del pentagramma. Trentaquattrenne pugliese, mora e dagli occhi grandi e splendenti, Dolcenera ha già cinque album all’attivo (tra cui i vendutissimi “Un mondo perfetto” e “Nel paese delle meraviglie”), decine di concerti, ma soprattutto è autrice delle sue stesse canzoni, cosa non indifferente nell’epoca dei talent show e del supermercato della musica da interpretare.
La prima volta che ho visto Dolcenera esibirsi era il 2008 e cantava un pezzo di McCartney, Carry that Weight in un concerto tributo ai Beatles a Sorrento. Lei aveva vinto qualche anno prima la sezione giovani di Sanremo e ci voleva una bella faccia tosta per confrontarsi con i mostri della popmusic. Ecco, avevo pensato: questa non ha sicuramente un difetto di personalità. Dolcenera stava in scena con la fisicità di una bella mediterranea carica di passione ed energia, tra microfono e pianoforte, apparentemente per nulla emozionata. Son passati alcuni anni e poco prima di uno dei suoi concerti dell’estate 2011 a Manzano, a due passi da Udine, è arrivata l’occasione di un’intervista. Dopo averla vista on stage, c’è da dire che il suo percorso musicale può divertire anche per chi nel pop melodico cerca qualche venatura rock, grazie a una band “assemblata con cura”, come dice la stessa Emanuela, “per mettere insieme un background rock-blues e soul. Per non parlare, poi, del batterista, che contribuisce al tutto con un sound molto potente, quasi heavy metal…”. La conversazione pre-concerto è andata in giro come una pallina da flipper, parlando del bello e del brutto del pop italiano, con un pensiero speciale a sua eleganza mister David Bowie. Ecco insomma cosa Dolcenera dice di se e del suo lavoro da popstar…

Allora Emanuela-Dolcenera: rivelaci qualcosa degli inizi tuo percorso musicale…

Suono il pianoforte da quando avevo sei anni, praticamente da sempre e quasi ininterrottamente. Il piano e la voce sono i miei strumenti, ma mi sento un anima cangiante che cerca di apprendere ovunque e che ha avuto dei momenti di vera illuminazione. Questo è accaduto soprattutto in due occasioni: prima quando ho abbandonato casa mia per iscrivermi all’università a Firenze, dove in modo inatteso ho cominciato a muovere i primi passi musicali, poi quando con Lucio Fabbri ho scoperto il lato più interessante del lavoro di arrangiatore e produttore.

Scusa una curiosità: per te sono più importanti le qualità naturali o l’esercizio, l’applicazione?

Oggi nella musica contemporanea devi studiare, sempre, a lungo. Se perdi l’allenamento sei perduto. Non intendo solo l’allenamento tecnico: anche la voglia di scommettere, la voglia di ascoltare quel che fanno gli altri….

Dopo quasi dieci anni dal tuo esordio come ti definiresti oggi? Una cantante pop?

Io oggi? Non mi definisco. Certo il pop melodico è il mio mondo, visto che la ballata italiana è una forma che mi piace da matti. Però sono eclettica, provo milioni di canzoni e poi sono molto testarda sul suono e sull’arrangiamento, che sono una delle parti preponderanti del tempo che passo su ogni disco. Vorrei differenziarmi da quel succede nel resto della produzione italiana, dove tutto suona un po’ uguale e sembra non esserci un po’ di ricerca sonora.

Tu cosa stai cercando di fare in questo senso?

Con la mia band proviamo e riproviamo suoni nuovi, anche durante una stessa tournée. Negli ultimi tempi abbiamo ascoltato molto i Phoenix, i Daft Punk e i Mgmt, tutta gente che ha un sound distintivo e che in qualche modo ci stimola. Se uno ascolta Wolfgang Amadeus, dei Phoenix, capisce quanto sia efficace un certo lavoro di chitarre, di “effetto stoppato” che è proprio loro caratteristica. Insomma: quando incontriamo qualcosa di stimolante proviamo a chiederci se e quanto possa influenzare anche il nostro prodotto…

Immagino quindi che anche certe cose dei Radiohead siano entrate nelle tue influenze…

Assolutamente si, come d’altra parte i Led Zeppelin o Joni Mitchell. In questo senso le più grandi ispirazioni le ho avute da Janis Joplin e dai Doors: fantastici. Però sopra tutti gli altri metto David Bowie, il mio faro. Grande nella scrittura, fantastico nell’eleganza e ineguagliabile negli arrangiamenti. Non a caso oggi se lo dimenticano tutti, almeno qui in Italia. Sono convinta che se artisti, autori e produttori tornassero ad ascoltare Bowie ci sarebbe una sferzata di qualità. Sarebbe un modo per uscire dalla monotonia di tante produzioni.

Sei diventata famosa negli anni in cui è apparsa una certa Amy Winehouse…

Mi piaceva e mi piace ancora da matti: ho la sensazione che per lei cantare fosse come respirare. In certi brani non si capisce come facesse a rimanere intonata, però è affascinante…

Non credi, invece, che dai talent-show emergano per lo più personaggi perfetti, limati in ogni particolare, senza difetti e forse anche inutili?

Personalmente da questi show televisivi vedo arrivare tante meteore, pochissime band e nessun cantautore e credo che questi siano segni di un impoverimento della nostra proposta artistica. Ricordiamoci che il periodo migliore della canzone italiana è stato quello in cui cantautori e band gareggiavano per la miglior qualità: vedevi quei nomi in cima alle classifiche che contrastavano Beatles e Rolling Stones. Oggi invece, per quanto riguarda la produzione nostrana, ci sono tanti interpreti che cantano canzoni scritte sempre dagli stessi autori. Andando avanti così non ci si possono attendere tante novità….

A proposito: perché negli ultimi anni la canzone italiana sta lanciando tante donne-interpreti?

In questo momento mi pare di vedere tante belle voci che sprofondano nei territori del lagnoso  del patetico, come se questo fosse l’unico aspetto interessante dell’universo artistico femminile. Per fortuna che il successo non si misura in due dischi. In compenso il cliché della donna che si lagna mi pesa da morire. Sentire una che piange quando canta mi fa rabbia…

Invece cosa serve per mantenersi successo?

La volontà di reinventarsi sempre. E la qualità della propria scrittura. Prendi ad esempio Joni Mitchell: il successo non si improvvisa e non basta un maestro di canto per confermarlo…

Dolcenera anno 2011: hai delle certezze?

Direi che ho un desiderio certo: che la mia libertà artistica rimanga, che non sia costretta ad abbandonare la mia strada perché costretta a fare cose di basso livello musicale. E poi ho un sogno: vorrei vedermi in concerto. Non una registrazione, ma proprio essere in platea mentre mi esibisco, perché così saprei davvero come arrivo alla gente e in cosa dovrei correggermi. Peccato che non potrò mai realizzarlo…

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