SANREMO 2012/ Se il Festival è il naufragio del Costa Concordia Rai

- Maurizio Caverzan

Sanremo 2012: l’immagine più forte l’ha usata un dirigente di Viale Mazzini che preferisce mantenere l’anonimato. Questo Festival ricorda la disavventura della Concordia. MAURIZIO CAVERZAN

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Festival di Sanremo 2012 - Conferenza stampa (Infophoto)

L’immagine più forte l’ha usata un alto dirigente di Viale Mazzini che preferisce mantenere l’anonimato. Il Festival 2012 è il naufragio del Costa Concordia della Rai, con il direttore della prima rete Mauro Mazza nei panni del comandante Schettino: io non c’entro, io non potevo, a me non compete…
Metafore e forzature a parte, ora che ci avviciniamo alla conclusione, è evidente agli occhi di tutti che la sessantaduesima edizione della rassegna canora che il nostro servizio pubblico irradia in Eurovisione è il capolinea di un certo modo di fare televisione. Anzi, per essere precisi: di “non” fare televisione.
Tutto quello che è successo in questi giorni sul palco dell’Ariston davanti a una dozzina di milioni di telespettatori medi si può interpretare con una sola chiave di lettura. Ovvero, la mancanza di una guida, l’assenza di una leadership politica e culturale della prima azienda di comunicazione italiana. Non si spiega altrimenti come possa accadere che, nella manifestazione di maggior esposizione mediatica, si concentri una serie tanto clamorosa di infortuni e inefficienze.
Le gag punteggiate dal turpiloquio di Luca e Paolo, i guasti al funzionamento del televoto, l’inopinata cancellazione di un break pubblicitario con la perdita secca di 650 mila euro per le casse della Tv di Stato, l’imbarazzante, pretenziosa quanto sgangherata telepredica di Celentano condita di insulti gratuiti e di richiesta di chiusura di importanti organi di stampa, la discutibile esibizione dell’inguine tatuato di una bella figliola a caccia di flash e di pubblicità facile, la qualità scadente della gran parte delle performance di ospiti e (presunti) artisti stranieri e italiani, la scelta della parte femminile del cast fisso, dalla prima valletta prematuramente depennata alla seconda che, invece, ahinoi, ha resistito fino alla fine: una simile concentrazione di episodi negativi è tutto meno che casuale. Piuttosto è un compendio, un’epifania della deriva nella quale versa il servizio pubblico televisivo. Un’azienda priva di leadership culturali adeguate, che ha mortificato le competenze specifiche, che ha scelto i suoi dirigenti esclusivamente in base alla docilità ai diktat dei partiti di appartenenza. E di cui il disastro sanremese è solo l’ultimo di una lunga catena di esempi: dalla mortificazione dell’informazione, servile o anestetica, alla vacuità dei programmi d’intrattenimento, per non parlare del clientelismo che governa il ricorso ai continui appalti esterni.
Chiedendo sulla prima pagina del “Corriere della Sera” un intervento tempestivo al governo Monti per il risanamento della Rai, Ernesto Galli Della Loggia ha scritto che la Tv pubblica ha “perduto del tutto qualunque idea di mission nazionale, di servizio al Paese nel senso più vasto del termine”.
Non si tratta di fare del purismo fuori luogo. Anche in altre epoche la politica aveva notevole influenza nelle cose di Viale Mazzini. Ma la politica era la cornice, la sponda della trattativa per le decisioni da prendere. Non era il centro, il motore, la causa prima e ultima delle decisioni. La politica faceva i conti con professionalità e personalità – Ettore Bernabei, Biagio Agnes, Carlo Sartori, Carlo Freccero, Angelo Guglielmi, Giampaolo Sodano solo per ricordarne alcuni – in grado di rivendicare margini di autonomia e di confrontarsi alla pari con i leader dei partiti. 

La politica era un partner dialettico, non il deus ex machina. Da anni i manager della Rai hanno rinunciato a difendere quella autonomia. La rapidità e lo zelo con i quali realizzano i desiderata dei capi sono divenuti garanzia di carriera. Ci si è abituati a pensare e agire per favorire la propria parte o la propria corrente, non per fare una buona tv e soddisfare i telespettatori che pagano il canone. Competenza e aggiornamento sono stati mortificati.
Siamo a fine corsa: ci si augura che dopo la débàcle di questo Festival ne possa iniziare una di nuova. In passato, quando si voleva indicare una via di riforma della televisione pubblica si suggeriva come esempio la Banca d’Italia, modello di un’agenzia svincolata dalle pressioni delle parti e garante di terzietà e di servizio al cittadino. Forse la strada giusta potrebbe essere questa. Monti sarà in grado?



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