CHEAP WINE/ “Based on Lies”: se il rock italiano urla in inglese

- Paolo Vites

I pesaresi Cheap Wine sono tornati con un nuovo disco, Based on Lies, che conferma la loro capacità di fare rock di matrice americana. La recensione di PAOLO VITES

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Cheap Wine

Nelle loro innumerevoli tournée italiane Bob Dylan e Bruce Springsteen, pur senza saperlo, devono aver dato vita a parti incestuosi, nel nome del rock’n’roll naturalmente. L’Italia probabilmente è il paese che ha infatti il maggior numero di band e solisti che si ispirano in modo innegabile ai due. Band e solisti che rimangono per lo più nell’underground, anche per la scelta di cantare prevalentemente in inglese, cosa che li penalizza automaticamente nel mondo delle radio e delle tv musicali (anche se non mancano in Italia le radio rock che trasmettono in gran quantità musica anglo americana, per cui non si capisce perché i nostri debbano venir sistematicamente censurati).
Tant’è, la scena è ricca e in gran parte valida, ingiusto fare qui nomi o classifiche. Giusto invece parlare del nuovo disco dei pesaresi Cheap Wine, anche se ahimè in realtà ormai uscito da qualche mese, una delle band di questa scena che sopravvive da più lungo tempo (l’esordio su ep è del 1997) e che con il nuovo “Based on Lies” firma uno dei migliori lavori di rock italiano (ma cantato rigorosamente in inglese) dell’ultimo periodo. Tutto, in questo disco, concorre per farne un lavoro di alta classe: il sound, la capacità tecnica strumentale dei componenti il gruppo, la qualità delle registrazioni, il livello compositivo e la buona dose di onestà e sincerità che traspare  da un gruppo che sa unire in modo convincente rock garage, ballate classiche e naturalmente quei due là, Springsteen e Dylan che da dietro le spalle sorvegliano e benedicono il tutto.
In realtà, se la matrice sono que due artisti, i Cheap Wine hanno saputo recuperare e fare propria anche un’altra storia, molto più recente e poco conosciuta. Quella della scena rock americana degli anni 80, uno dei periodi di maggior decadenza per questa musica che regalò però alcuni dischi memorabili anche se passati quasi del tutto inosservati. Stiamo parlando di band come Del Fuegos o Green on Red, di cui i pesaresi sanno riaffermare il senso purissimo per il rock più stradaiolo e verace, messo giù senza compromessi e con il cuore al posto giusto.
“Based on Lies” è come un viaggio: notturno e inquietante nello scorrere nervoso e sofferto delle canzoni. E’ come avviare il motore di una macchina antica ma sempre affidabile e partire verso non sappiamo dove, nell’oscurità, tra luci stradali nascoste nella nebbia, entrando di volta in volta in locali scalcinati, in stazioni di benzina abbandonate, su strade secondarie di provincia. Con noi, in questo viaggio, le canzoni, le chitarre urlanti, la voce che scorre con sottile angoscia, il senso di straniiamento, quasi fossimo dei “natural bon killer” in cerca di una redenzione impossibile. La colonna sonora per un film impossibile ispirato alle storie di Raymond Chandler.

A far scattare questo motore l’iniziale Breakaway, energica e frizzante ma sempre carica di malinconia, springsteeniana fino al midollo. E viaggio sia, tra brani furiosamente rock (straordinaria la chitarra di Michele Diamantini, capace di suscitare le memorie di un rock che credevamo morto e sepolto, specie nell’assolo finale e devastante di The Vampire) e ballate folk nel loro dna (la bella On the Way Back Home) dove eccelle spesso l’ottimo tastierista Alessio Raffaelli sia al piano elettrico (con spunti jazz nel brano che intitola il disco) che a quello classico.
Non rimane indietro la sezione ritmica (il batterista Alan Giannini e il bassista Alessandro Grazioli), sferragliante, senza sbavature e sempre incalzante. La voce di Marco Diamantini, autore anche dei testi, è vellutata e allo stesso tempo malinconica, ma sa anche ruggire, ha la capacità di rendere credibile ogni storia raccontata. Lo spettro musicale è ampio, dal rock senza quartiere sparato bello in faccia di To Face a New Day al folk antico e spettrale con tanto di banjo di The Stone, la ballata di matrice californiana, ariosa e incalzante di Waiting on your Door, o ancora il country di The Big Blow. Per poi avere ancora la voglia di riascoltare quella chitarra che fa male e bene al cuore allo stesso tempo, quella di The Vampire, una delle cose migliori che il rock italiano abbia proposto da molti, molti anni a questa parte.







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