TERREMOTO/ Un concerto “per non dimenticare le nostre chiese”

- Luciano Zanardini

L’iniziativa “Un coro oltre il terremoto” è promossa dalla chiesa di Bologna per raccogliere fondi da destinare alla ricostruzione delle chiese distrutte dal sisma 

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foto Infophoto

“Per non dimenticare le nostre chiese” è lo slogan che fa da sfondo all’iniziativa “Un coro oltre il terremoto” promossa dalla chiesa di Bologna. Ad oggi sul territorio sono 29 le chiese bolognesi inagibili dopo il sisma dello scorso maggio che ha sconvolto l’Emilia Romagna. Prosegue, quindi, la raccolta fondi con una celebrazione liturgica nella Cattedrale di San Pietro animata dalla prima uscita ufficiale di “Un coro oltre il terremoto” diretto da Daniele Proni; l’appuntamento è per domenica 7 aprile alle 17.30 a Bologna, mentre il secondo momento sarà nel Duomo di Genova domenica 21 aprile. Il progetto, che prevede anche esibizioni in tutta Italia, è stato organizzato dal Circolo della Stampa di Cento con il sostegno della curia di Bologna guidata dal card. Carlo Caffarra. In un unico coro sono stati riuniti i diversi cori della tradizione liturgica emiliana, portatori di una storia secolare e rappresentativi quindi di una cultura che vuole testimoniare la sua vitalità pur in una situazione complessa. L’obiettivo è quello di far ritornare, quanto prima, le chiese a essere un punto di riferimento spirituale. L’indomani del terremoto, il 27 maggio, l’arcivescovo Caffarra spedì una lettera aperta per confortare i fedeli, i sacerdoti e i religiosi. “In pochi minuti – scrisse Caffarra – avete visto coi vostri occhi secoli di storia e di lavoro spazzati via. Ma soprattutto avete sperimentato quanto sia fragile, breve, fugace la nostra vita”. Ribadì l’importanza di non perdere la coscienza di essere creature fragili: “La cultura in cui viviamo ha fatto di tutto per oscurare questa consapevolezza. Chi vive in questa oscurità, venga nelle vostre terre; si fermi un istante a guardare quelle rovine e non farà fatica a capire che chi ha insegnato all’uomo a considerare se stesso padrone di se stesso, lo ha tragicamente ingannato”. Nel suo viaggio tra le rovine rimase impressionato dal fatto che gli edifici più colpiti fossero le chiese e i municipi, entrambi simbolo dell’appartenenza a una comunità. “È in essi – disse – che voi vi riconoscete come appartenenti alla comunità di fede e alla comunità civile. Sono i due luoghi in cui l’uomo esprime i suoi due desideri più propriamente umani: cercare il volto di Dio; vivere in una società giusta. Forse nel fatto che il sisma ha soprattutto colpito questi due luoghi, è nascosto un preciso invito rivolto a tutti noi, a tutti ripeto, a ripensare le ragioni che ci fanno convivere nella stessa città?

A riflettere sulla qualità della nostra appartenenza alla Chiesa?”. In questi mesi la comunità emiliana ha risposto a queste domande con un impegno senza fine e, soprattutto, senza piangersi addosso. Proprio davanti a Benedetto XVI Caffarra, il 26 giugno, testimoniò l’impegno “senza misura” della gente. In molti si ricorderanno dell’aneddoto sul bambino che disse: “Ci sono tante crepe nelle nostre case, ma nessuna nei nostri cuori”. Le parole del bambino fecero ricordare all’arcivescovo una pagina di Guareschi quando don Camillo dopo la grande alluvione pronunciò la frase memorabile: “E se alla fine voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete perso la fede”. 



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