Analisi/ Il testo di “Tanto ci sei” di Raphael Gualazzi e The Bloody Beetroots, prima canzone del Festival di Sanremo 2014

- La Redazione

Analisi del testo di ‘Tanto ci sei’, la canzone di Raphael Gualazzi e The Bloody Beetroots, in gara tra i Big al Festival di Sanremo 2014. A cura di PAOLO SIMONE COVASSI

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Raphael Gualazzi

Il secondo testo che Raphael Gualazzi e The Bloosy Beetroots presentano a San Remo, dove stavolta tra gli autori è presente anche Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, mantiene un andamento piuttosto “criptico”, dove sono più le suggestioni che non le affermazioni a farla da padrone. Potremmo sbagliarci, ma il “tu” di questo testo ci sembra proprio che sia la musica, che per un musicista diventa elemento vitale che non abbandona mai: tanto ci sei. Una certezza quindi, fin dal titolo, che accompagna il testo che resta comunque intriso di una certa paura, perché è vero che “tanto ci sei”, ma se “mi perdo” anche questa certezza vacilla.

Dal punto di vista testuale “Tanto ci sei” non è particolarmente articolato, la metrica è varia e non presenta particolari soluzioni linguistiche, con il risultato che la lettura non risulta particolarmente agevole. Anche in questo caso si ha la netta impressione che le parole servano la musica, e non viceversa. In sintesi un testo che riporta l’amore del musicista per ciò che lo determina e lo supera: la musica nessuno la può vedere tranne lui, eppure c’è.

Soffio d’animo e aria

nessuno può vederti a parte me

ma so che ci sei

Anzi, la musica diventa tutto ciò che lui non potrà essere mai e non c’è nulla di impossibile al mondo. Una storia d’amore intensa, totalizzante dove tra amata e amante si crea una simbiosi totalizzante,

Non ho più bocca e poi

Canto e torni

Come se

Non ci fosse più

Niente più

D’impossibile

Un rapporto definito da questa presenza certa e assoluta, ma che a un certo punto “vacilla”:

Mi perdo sempre qui

Se ti penso, sbaglio e mi perdo

Sempre qui

Sempre qui

Sempre qui

Ti vedo adesso

Nel nero scivoli

Non andar via

Resta qui

Un’invocazione che sembra in antitesi con la certezza espressa nel titolo, ma che è davvero tanto descrittiva di come siamo: anche di fronte a ciò che ci costituisce, che ci definisce meglio di quanto non siamo capaci di fare noi stessi non regge di fronte a un errore, uno sbaglio. “Sbaglio e mi perdo” e tutto, anche la nostra certezza, scivola nel nero, ma quando sembra non esserci speranza e addirittura non ci sono più mani e voce “ecco che torni” come un regalo inatteso.

Anche in questo caso però dobbiamo dire che a predominare, nella lettura del testo, è la delusione: domande, risposte, certezze e smarrimenti sono qualcosa trattato in maniera superficiale, senza un particolare coinvolgimento. Un testo che non propone risposte e, purtroppo, nemmeno domande. Magari la musica saprà dare a questo testo un significato più profondo, visto che di fatto ne è la protagonista… E niente è più impossibile.

 

(Paolo Simone Covassi)

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