LETTURE/ Giuseppe Di Stefano: una vita che non sia mai tardi di un tenore per caso

- Giuseppe Pennisi

Il musicologo Gianni Gori ha dedicato un pregevole studio alla vita e alla carriera di “Giuseppe Di Stefano: voglio una vita che non sia mai tardi”. GIUSEPPE PENNISI

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La copertina del libro

Il musicologo Gianni Gori ha dedicato un pregevole studio alla vita e alla carriera di Giuseppe Di Stefano: voglio una vita che non sia mai tardi (pp.168, Zecchini Editore, euro 20). Gori chiama giustamente la voce di Di Stefano un tesoro scoperto per caso. 

“Pippo”, come lo hanno sempre chiamato amici, colleghi e fan, passa la giovinezza a Milano, dove i genitori si trasferiscono alla ricerca di migliori condizioni economiche e dove il padre trova un modesto impiego come calzolaio e la madre fa la sarta. Viene educato in un seminario dei Gesuiti meditando per qualche tempo di avvicinarsi al sacerdozio. Successivamente, grazie all’amico Danilo Fois che lo trascina per ore e ore al loggione della Scala, inizia a dedicarsi al canto, formandosi in modo frammentario presso vari maestri le cui lezioni vengono pagate da Fois e da altri amici. 

Nel 1938 vince un concorso di canto a Firenze. Allo scoppio della guerra viene arruolato nell’esercito, finendo ripetutamente in cella per il suo comportamento. Grazie ad un ufficiale medico che lo giudica “più utile all’Italia come cantante che come soldato“, sfugge allo sterminio del proprio reggimento nella campagna di Russia ed ottiene una licenza per una convalescenza fittizia poche ore prima di una  nuova  partenza per il fronte. Inizia quindi un’attività come cantante di musica leggera ed avanspettacolo con lo pseudonimo di Nino Florio, in quello che descrive come “bombardamenti a parte, il periodo più bello della mia vita. Trascorre l’ultimo periodo della guerra in Svizzera, dove ha l’opportunità di esibirsi presso la radio di Losanna, alternando brani lirici e canzoni (rimangono al riguardo alcune registrazioni acquisite dalla EMI). Quindi, un “tenore per caso”.

Tornato a Milano dopo il termine del conflitto, riprende le lezioni di canto e, dopo alcuni piccoli ruoli, debutta ufficialmente il 20 aprile il 1946 a  Reggio come protagonista di Manon, iniziando rapidamente un’intensa attività in teatri di provincia e anche in sedi più importanti, come Genova (Rigoletto),Bologna), Venezia  (I pescatori di perle). Bruciando le tappe, inizia inoltre la carriera internazionale inaugurando la stagione del Gran Teatro del Liceu di Barcellona , ancora con Manon. Con il medesimo ruolo, il 15 marzo del 1947  debutta alla Scala, mentre il 25 febbraio del  1948 , come Duca di Mantova nel Rigoletto, è la volta del Metropolitan di New York del nel quale sarà una presenza fissa fino al 1952. Nel 1951, con La Traviata a San Paolo del Brasile, diretta da Tullio Serafin, inizia il legame artistico con Maria Callas

La sua a carriera si sviluppa in tutti gli altri più importanti teatri del mondo, Tappe fondamentali, rimaste nella storia dell’opera, sono alcune rappresentazioni alla Scala, tra le quali Lucia di Lammermoor nel 1954 con la Callas e la direzione di Herbert von Karajan, Carmen  nel 1955, con Giulietta Simionato e ancora Karajan sul podio, La traviata, nello stesso anno, sempre con la Callas, nella storica edizione con la regia di Luchino Visconti, Tosca nel 1958, in occasione del rientro alla Scala dopo diversi anni di Renata Tebaldi.

Dalla seconda metà degli anni sessanta inizia a sfoltire progressivamente gli impegni operistici, privilegiando recital e concerti, dedicandosi anche all’insegnamento e tenendo seminari e stage di canto. Ottiene inoltre un grande successo in Germania come interprete di operette (che esegue in lingua originale), in quel paese genere nobile e molto amato. Da segnalare anche la partecipazione al Festival di San Remo con la canzone Per questo voglio te Nel 1973  è ancora una volta partner di Maria Callas nella sua ultima tournée mondiale, che ha un eccezionale successo di pubblico, ma che si interrompe poi bruscamente.

Il saggio di Gori non è una mera biografia che si aggiunge alle altre su Di Stefano. Ne analizza la voce morbida, dall’inconfondibile  timbro caldo e ricco e notevolmente estesa, nonché  per la dizione chiarissima, il fraseggio appassionato, il modo interpretativo accattivante e la squisita levità dei pianissimi e delle sfumature; tutti elementi che gli hanno anche consentito una straordinaria ecletticità, che pochi altri tenori possono vantare, ma che ne ha probabilmente abbreviato la tenuta vocale. Ho avuto il piacere di ascoltarlo quando ero giovane; una voce incomparabile.

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