BRUNORI SAS/ “A casa tutto bene”: la bellezza che teniamo nascosta in un pugno

- Edoardo Manes

Tra i più quotati cantautori dell’ultima generazione, il calabrese Brunori Sas ha molte carte da giocare. Ad esempio la poesia della realtà quotidiana. Ce ne parla EDOARDO MANES

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Brunori Sas

Capita, a volte, che – capita, certo! (Ma è raro) – la canzone d’autore italiana torni ad essere… torni. La novità viene dalla Calabria con il nome di Dario Brunori in arte Brunori Sas (dove S.A.S è un omaggio all’impresa edile dei suoi genitori). Dicevamo, dunque, Dario. Perché parlare di lui e del suo album A casa tutto bene pubblicato il 20 gennaio 2017? Si potrebbe lanciare l’ipotesi  per aiutarci, farci incazzare per aiutarci. Il protagonista dell’album è l’uomo o, meglio, l’uomo contemporaneo o sociale che dir si voglia e (siamo sinceri), quanto tempo, che non si trovavan di questi temi in canzone. Quindi potremmo partire con un ringraziamento, fosse solo perché: 

Lamezia Milano
È un viaggio pazzesco
Da nonno Michele a mio nipote Francesco
C’è un lupo della Sila
Fra i piccioni del Duomo
C’è un vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo
Di un uomo. 

(…)

Lamezia Milano
Valigia e biglietto
Lo spazio in aereo
Sembra sempre più stretto
C’è gente che ride
Per l’applauso al pilota
Io vedo solamente attaccamento alla vita.

Non possiamo accettare che, il ‘viaggio pazzesco’ di Dario, sia stato fatto, compiuto senza un preciso scopo. Ha visto un pericolo Dario, un pericolo, con forti richiami deandreiani. Le nuvole, ricordate? Dove il poeta Ligure vedeva nelle nuvole il potere, il potere in tutte le sue sfaccettature, ovvero quella forza che ci impedisce di guardare il cielo, il cantautore calabrese vede un rischio per l’uomo, uomo che definisce ‘liquido’: 

Liquido è il mio corpo che si piega ad ogni condizione
Alcool che si adatta al vetro del contenitore
Liquidi i principi ed il concetto di morale
Liquido è il miscuglio che mi aiuta a non pensare
Che sono un uomo liquido
E sotto questo sole
Potrei evaporare
E diventare nuvola

Dipinge Dario e, lo fa, con una coraggiosissima prima persona. Abbiamo dunque a che fare con un cantore che non si sottrae ma, al contrario, è partecipe del dramma di cui canta e, potrebbe anche sorprendere, ne è consapevole. Un uomo dunque che non si accorge di non scegliere ma si adatta, prende la forma del contenitore in cui lo si vuole rinchiudere senza, crediamo di poter affermare, che se ne accorga. Perché  dire così?  Perché  in caso contrario saremmo testimoni di una reazione, un tentativo di capovolgimento. Ma questo sembra non essere nè auspicabile nè possibile. Infatti non si trovano certezze su cui appoggiarsi, fare leva. Tutto è liquido, astratto, disperazione. E se si arriva a questo, se non troviamo un bene concreto, tangibile, inesauribile che ci riaccende, cosa si fa? Forse, morire… :

Ma l’hai capito che non ti serve a niente
Sembrare intelligente
Agli occhi della gente
E che morire serve
Anche a rinascere

Con una allocazione diretta all’ascoltatore, Dario, si racconta. Si racconta, sì, perché non crediamo possibili versi come questi se non sono stati riscontrati nella sua esperienza. Dario non insegna, racconta. Il cantautore non insegna, racconta. Dunque toccare il punto più basso, il fondo del pozzo per rendersi conto che la vita è altra, che la luce c’è ed è lì per te. Perché senza questa consapevolezza ci troveremmo di fronte alla battuta in stile Woody Allen: “Vedo una luce in fondo al tunnel, speriamo non sia un treno”.

Dunque una luce che ci può o accogliere o annientare. L’invito a rinascere passa attraverso l’autenticità di sè, al rifiuto della maschera per riscoprire il volto. E non occorrerà più l’uso del mantello e abitare luoghi mitici:

Certo non è bello
quando guardo il mio castello in aria
e penso che un castello
sulla Terra così bello non ci sta.

(…)

Passami il mantello nero
il costume da torero
oggi salvo il mondo intero
con un gioco di magia

Dario ci dipinge la rinascita attraverso la riscoperta di sè e del proprio volersi bene. Ma con una sincerità che solletica gli occhi, ci avverte di come sia una sfida, una guerra quotidiana questo. Perché  la fuga, l’abisso, tunnel o pozzo, nel momento di fatica, tornano a colpirci con la loro attrattiva. 

Tutto quello che mi serve adesso
è ritrovarmi con me stesso perché spesso
con me stesso ritrovarmi non mi va
Certo non si può nemmeno stare
tutto il giorno a disegnare
una casetta con il sole
quando il sole se ne va

E allora la risposta finale è appellarci a quello per la quale siamo stati pensati, essere parte attiva nel mondo:

La realtà è una merda
ma non finisce qua
passami il mantello nero
il costume da torero
oggi salvo il mondo intero
con un pugno di poesie

Nel momento in cui la consapevolezza di uno scopo ti colpisce, la realtà,  torna a prenderti per mano e farti vedere tutto il suo fascino.  Dicevamo che la sfida è quotidiana e, allora, la salvazione del mondo – e quindi di se stessi – bisogna ri-scoprire continuamente che è in qualcosa che ci teniamo ben stretti, stretti in un pugno. La bellezza. Quel pugno di poesia che non lasciamo mai scappare, che conserviamo, ognuno, con la giusta dose di gelosia. Perché per noi, come per Dario, basta ricordarsi cosa teniamo nel nostro pugno per non soccombere alla realtà ma, anzi, per fare della realtà la più autentica,  concreta delle storie. La sfida è proprio questa. 

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