RECENSIONE/ “Working On A Dream”, l’ultimo album di Bruce Springsteen

- Paolo Vites

A quasi sessant’anni “The Boss” sforna un nuovo album, sull’onda del fenomeno Barack Obama e in contemporanea con il suo insediamento. Luci e ombre di un lavoro non entusiasmante. Il commento di PAOLO VITES

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Due dischi in poco più di due anni Bruce Springsteen non li aveva mai fatti. Anzi, era famoso per essere uno dei più pignoli e precisi artisti del rock, capace di metterci sei mesi solo per incidere un pezzo come Born To Run e di far passare anche 4, 5 anni fra un album e l’altro.
A quasi sessant’anni di età invece il Boss scopre il gusto di incidere, anche se questo non fa necessariamente rima con qualità. E scopre anche il gusto del marketing ad hoc: il disco esce praticamente in contemporanea con l’ingresso di Barack Obama (di cui Springsteen è stato il più forte sostenitore rock) alla Casa Bianca. E il disco celebra tutto l’ottimismo e il “sogno” che questo evento sta portando nell’immaginario comune di molti americani.
“Magic”, il disco del 2007 che aveva preceduto questo “Working On A Dream,” pagava pesantemente tributo al suo passato, ripescando il suono creato con la sua E Street Band nei momenti di gloria (gli anni Settanta) in un’operazione che alla fine sembrava nostalgica e fatta più che altro per accontentare gli hard core fans (che, si sa, quelli di Springsteen, sono tra i più conservatori della musica rock, essendo riusciti a penalizzare dal punto di vista commerciale un bellissimo disco come “The Seeger Sessions” solo perché non presentava brani autografi e non c’era la E Street Band).
Il nuovo disco invece riparte da uno dei brani più strani (e decisamente il più bello) di quel disco, Girls In Their Summer Clothes, un tripudio di suoni orchestrati e aperture corali che faceva venire in mente il formidabile “wall of sound” di Phil Spector e le voci dei Beach Boys. In questo senso Outlaw Pete, dalla durata inedita per i canoni di Bruce – ben otto minuti – è senza dubbio la più eclatante novità: un brano che si regge su un imponente accompagnamento orchestrale che in alcuni passaggi fa venire in mente Ennio Morricone (che Bruce ha sempre amato, arrivando a vincere un Grammy l’anno scorso con una reinterpretazione del tema di C’era una volta il West).
Peccato che il pezzo paghi pesanti debiti d’ispirazione a due classici del pop del passato: la similitudine con Rhiannon dei Fleetwood Mac e soprattutto con la canzoncina da discoteca I Was Made For Lovng You dei Kiss stupisce e lascia perplessi.
L’uso dell’orchestra fa capolino più volte, segnando marcatamente questo disco come il più pop (comunque nel senso nobile del termine, quando “musica pop” non era una parolaccia com’è oggi) della sua carriera, con l’eccezione della cavalcata blues distorta e claustrofobia di Good Eye (un pezzo che pesca abbondantemente nel repertorio della leggenda di questa musica, Muddy Waters) e il folk acustico di The Last Carnival e della bonus track, The Wrestler, che Springsteen ha scritto per l’omonimo film di Mickey Rourke e con cui ha recentemente vinto un Golden Globe come miglior canzone da film dell’anno (scorso).
Molto bella è Surprise Surprise, una festa di chitarre in stile jingle jangle, una melodia di grande presa e un crescendo finale tra violini e voci che ricorda le grandi orchestrazioni amate da un altro grande idolo del giovane Bruce, e cioè Roy Orbison, così come piace Queen of the Supermarket, intensa interpretazione tra soul e pop di classe.
Il resto del disco si trascina stancamente, anche la premiata The Wrestler suona di già sentito e non emoziona più di tanto: la title track è imbarazzante per la pochezza musicale, ma anche per lo spottino elettorale riciclato (Bruce la cantò durante i comizi di Barack Obama) con il suo ormai stantio richiamo al “sogno americano” da ricostruire. La canzone politicamente impegnata va bene, quando è fatta con passione e cognizione di causa (Bob Dylan docet), negli altri casi fa solo sbadigliare. Tutto il disco, a livello lirico, è pieno di questo senso di gioiosa spensieratezza, un inno all’amore, alla semplicità della vita quotidiana e al rimboccarsi le maniche per rendere il mondo migliore.
Per uno come Springsteen, che ha sempre cantato di esistenze disperate sul ciglio della strada, è anche questo un cambiamento. Forse Obama ha, per il cantante americano, più forza redentrice di sua moglie.



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