RECENSIONI/ Michel Petrucciani & N-HØP

- La Redazione

Questa non è la recensione a un bellissimo disco, ma l’omaggio a una coppia di jazzisti eccezionali, purtroppo non più fra noi. Stiamo parlando di Michel Petrucciani e Niels-Henning Ørsted Pedersen, scomparsi improvvisamente e giovanissimi (37 anni il primo e 58 il secondo) lasciando un’impronta indelebile nella musica jazz e una produzione importante quantitativamente, ma soprattutto qualitativamente

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Questa non è la recensione a un bellissimo disco, ma l’omaggio a una coppia di jazzisti eccezionali, purtroppo non più fra noi. Stiamo parlando di Michel Petrucciani e Niels-Henning Ørsted Pedersen, scomparsi improvvisamente e giovanissimi (37 anni il primo e 58 il secondo) lasciando un’impronta indelebile nella musica jazz e una produzione importante quantitativamente, ma soprattutto qualitativamente.
Nel 1994 si sono incontrati alla Copenhagen Jazzhouse con la voglia di misurarsi con una manciata di standard in una formula, il duo piano-basso, non proprio usuale nel jazz. Infatti, almeno sulla carta, questo tipo di duo non è equilibrato e fortemente a rischio di far scomparire nella preponderanza dello strumento principale (il pianoforte) il contributo dell’altro (il contrabbasso): così non è stato e la registrazione, inedita e pubblicata solo pochi mesi fa dall’etichetta francese Dreyfus Jazz, ci testimonia intesa e colloquio continui tra i due grandi musicisti e un’interpretazione profonda e bellissima di pezzi noti delle migliori penne della musica come Ira Gershwin, Sonny Rollins, Miles Davis, Charlie Parker, Oscar Pettiford, Thelonious Monk.
Il lavoro è distribuito su 2 CD per un totale di 15 pezzi e circa 2 ore di musica che, nella sua ottima registrazione dal vivo, ci permette di apprezzare la vivacità, la grandissima intesa – fatta di accelerazioni, attese e rallentamenti – e la genialità dei due interpreti che possono a tutti gli effetti considerarsi dei giganti e mostri sacri del jazz.
Riderebbe l’ironico Petrucciani di questa definizione (gigante): nonostante i problemi fisici che lo hanno costretto per la sua breve ma intensa vita in un corpo minuscolo e sgraziato, quando era seduto al pianoforte è sempre riuscito a esprimersi come un autentico virtuoso, degno erede del grandissimo pianista statunitense Erroll Garner, dal quale ha imparato l’istinto d’improvvisazione e la velocità di movimento sulla scala bicolore.
Parallelamente alle centinaia di sue composizioni Petrucciani si è spesso confrontato con gli standard, soprattutto quelli di Miles Davis per il quale nutriva una vera e propria passione, con la voglia di far emergere da quei pezzi tutto quello che è inespresso e sopito.
Anche se doveva usare un’estensione della pedaliera e si aggrappava al pianoforte per raggiungere le note più lontane sulla tastiera le melodie che crea sono meravigliose e dal vivo – ho avuto il privilegio di vederlo molte volte e ne ho quindi testimonianza diretta – trasmetteva sensazioni indimenticabili mescolate a suggestioni e armonie di infinita grazia.
Petrucciani ha suonato con grandi personaggi della scena musicale jazz (all’inizio della carriera con Kenny Clarke, Lee Konitz e Charles Lloyd poi successivamente con Dizzy Gillespie, Jim Hall, Wayne Shorter, Palle Daniellson, Eddie Gomez e Steve Gadd solo per citarne alcuni) e, qualche anno prima della scomparsa, con il famosissimo bassista danese Pedersen.
Niels-Henning Ørsted Pedersen, meglio noto come NHØP per abbreviare la complessità del suo nome scandinavo, si è fatto conoscere per la sua formidabile tecnica nel suonare il contrabbasso al quale era giunto dopo anni di studi classici al pianoforte.
Il forte legame con il suo paese gli ha in qualche modo impedito una grande carriera internazionale ma gli ha permesso comunque importanti collaborazioni come session-man con i grandi musicisti che approdavano nel vecchio continente (a partire da Ben Webster, Bill Evans, Brew Moore, Bud Powell, Count Basie, Roy Eldridge, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Jackie McLean, Roland Kirk, Sonny Rollins e molti altri).
Con NHØP è stato fatto un passo avanti nell’utilizzo melodico del basso oltre a quello più classico di accompagnamento e supporto ritmico, basato sul modo particolarissimo di suonare lo strumento a quattro dita e sulle sue straordinarie capacità interpretative. Due giganti e mostri sacri del jazz da ascoltare in questa bellissima opera testamento.

(Davide Palummo)



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