MITCH MITCHELL/ Il ricordo di Ellade Bandini e Walter Calloni

Due “istituzioni” della batteria italiana a ruota libera sul grande Mitch Mitchell, batterista della Jimi Hendrix Experience, recentemente scomparso. Ricordi, impressioni ed esempi per celebrare un grande musicista

20.11.2008 - La Redazione
Mitchell6R375_181108

«In un gruppo il batterista può essere il motore con una marcia in più che fa decollare il bolide o la ruota di scorta che, non essendo all’altezza delle altre, lo fa rallentare. Sicuramente è il musicista che instaura un rapporto speciale col pubblico: lo spettatore infatti il più delle volte non riconosce le complicate sostituzioni armoniche del chitarrista o del pianista, ma si ritrova a battere il piede assieme a lui». Immagini suggestive da una piacevole chiacchierata con due “istituzioni” della batteria italiana come Ellade Bandini e Walter Calloni, che ci hanno concesso dopo la triste notizia della scomparsa di Mitch Mitchell, storico batterista della Jimi Hendrix Experience.
Per chi pensa di non conoscerli, (anche se probabilmente possiede almeno un disco che li vede alla batteria) hanno suonato con artisti come: Mina, Lucio Battisti, Paolo Conte, Fabrizio De André, P.F.M., Area, Eugenio Finardi, Giorgio Gaber e una lista infinita di tanti altri.
Chi volesse sentirli suonare assieme tenga d’occhio le date de “la Drummeria”, un’interessante formazione di cinque batteristi tra musica, sketch e incastri ritmici impegnativi che arrivano a compositori come Béla Bartók ed Edgar Varèse. Il quintetto comprende anche Maxx Furian, Christian Meyer (di Elio e Storie Tese) e Paolo Pellegatti.

Cosa ascoltavate in quegli anni e che impatto avete avuto con il trio di Jimi Hendrix che vedeva Mitch Mitchell alla batteria e Noel Redding al basso?

Walter: Negli anni Settanta avevo 13 anni, più o meno, ascoltavo i dischi dei Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Cream, Bob Dylan…
Preferivo il trio di Jimi Hendrix a quello di Eric Clapton, mi sembrava qualcosa di veramente nuovo, unico, mentre molti altri si rifacevano in qualche modo a ciò che c’era già, come i Rolling Stone  a Muddy Waters ad esempio. Poi ho scoperto Miles Davis e si è aperto un mondo (non penso sia un caso che un innovatore del jazz com’è stato Miles fosse affascinato dalla figura di Jimi). A quei tempi, comunque, penso che il trio di Hendrix e le poesie di Dylan fossero davvero fuori dal comune.

Ellade: Io sono di un’altra generazione e emiliano. Dalle mie parti si ascoltava un genere di musica più “semplice”, se vogliamo, suonato da musicisti di colore e più attento al groove. La Jimi Hendrix Experience era un gruppo eccezionale che mi colpì molto. Ricordo un loro album che mi sono completamente divorato: “Axis: Bold as Love”.

Cosa aveva di unico lo stile di Mitchell?

Ellade: Portava avanti un discorso quasi jazzistico, all’insegna dell’interplay, ma in ambito rock. Apparteneva a quella categoria di musicisti creativi, coraggiosi, in grado di rivoluzionare. Sicuramente aveva alle spalle ascolti jazz ed era legato a una tradizione americana più “colta” rispetto ad altri. Rimasi impressionato dalla creatività, ma soprattutto dalla sua preparazione, che gli permetteva di fare cose che gli altri non facevano, a livello di indipendenza e di suono.
Era tra l’altro un periodo in cui la voglia di trovare qualcosa di nuovo, di sperimentare era diffusa.

Walter: Suonava molto “aperto”. Non si limitava ad accompagnare, a tenere il tempo, ma ricamava sulle linee di Jimi, sviluppando un dialogo (domanda e risposta), un contrappunto, non solo una ritmica. Era un sodalizio fortunato, il suo stile era perfetto per un chitarrista come Jimi Hendrix.

e lo confrontiamo ai batteristi di quegli anni?

Walter: All’epoca John Bonham dei Led Zeppelin si distingueva per la potenza e la precisione, Ginger Baker (Cream) per il suono più continuo, ipnotico, “africano”, uno stile che poteva apparire come semplice rispetto a quello di batteristi più sofisticati.

Ellade:
Mitchell proprio perchè possedeva i rudimenti dello strumento aveva grande libertà nell’esporre certi temi, nel differenziare molto, nell'”avvisare” l’ascoltatore di quello che stava per succedere. A differenza ad esempio del batterista degli Who, che aveva dei limiti a livello di conoscenza dello strumento. Cercava di salvarsi con il grande istinto selvaggio che  possedeva e si permetteva degli assoli improbabili che oggi non si potrebbero più fare. In Mitchell c’era invece una ricerca profonda, onesta. John Bonham e Ian Paice dei Deep Purple si rifacevano a batteristi come Buddy Rich, in lui sentivo invece una vicinanza con Tony Williams (batterista che suonò con Miles Davis all’età di 17 anni).

Quali erano le ragioni dell’intesa perfetta tra Mitch e Jimi?

Ellade: Jimi Hendrix era un compositore strepitoso e aveva bisogno di un batterista di quel tipo e con quel suono “sporco”. Bisogna anche dire che per poter incendiare la chitarra e combinarne di tutti i colori sul palco serve un certo tipo di tensione che ti può creare il batterista. Senza questo mantra, che può ricordare l’Africa e i suoi riti (in cui guardacaso il tamburo è fondamentale), la cosa non regge.

Walter: Entrambi hanno segnato Il cambiamento. Lavoravano sul suono, cosa attuale oggi dopo che per anni ci si è concentrati sulla melodia e l’armonia. Hanno anticipato questa ricerca.

Chi si è ispirato a lui? Ha influito sul vostro stile?

Walter: Molti di noi si sono ispirati a lui, anche se poi c’è stata un’evoluzione e sono emersi altri punti di riferimento.
Uno di quelli che si è dichiaratamente ispirato a Mitchelll è il batterista dei Red Hot Chili Peppers, Chad Smith. Addirittura in un suo video didattico parla di questa influenza e di tutti i patterns che si è studiato a memoria, come ad esempio quelli di Manic Depression e di tanti altri brani.

Non si può suonare con quelIo stile in ogni contesto. Lui stesso fece dei concerti anni dopo in Italia con De Gregori e, andandolo a sentire, non ebbi la sensazione che il feeling tra i due fosse esagerato.

Ellade: Anch’io ho avuto la stessa impressione rispetto a quella collaborazione. D’altronde non era un batterista “della tradizione” alla Steve Gadd, perfetto in ogni situazione. Mitch Mitchell (in questo è simile a Elvin Jones) suonava solo in quel modo. Stilisticamente vuol dire che ha sempre avuto le idee molto chiare su quello che voleva fare. In Italia che hanno seguito questa strada mi vengono in mente Giulio Capiozzo e Walter stesso.
Per quanto riguarda i miei riferimenti, devo dire che il mio gusto personale nel tempo è cambiato. In gioventù ero più attirato da batteristi creativi come Mitchell, in seguito ho preferito uno stile più pulito (e moderno) alla Ginger Beker, Buddy Miles (che prese poi il posto di Mitch) e Bobby Colomby. Il Ginger Baker di Croosroads rappresenta secondo me uno stile molto definito, una pietra miliare per un certo tipo di suono.


Discover Cream!

Se devo fare dei nomi di batteristi che per me sono stati un riferimento dico: Mitchell, Bonham, Bobby Colomby, Roger Hopkins e Bernard Purdie.

Quando Hendrix cambia  formazione sotto la pressione della comunità nera (con il nome di Band of Gypsys) e Buddy Miles prende il posto di Mitchell, come cambia il suono?

Walter: La comunità nera voleva riportare Jimi Hendrix in un’atmosfera più consona al suo mondo, più soul, funky.
Lo stile di Buddy Miles è meno aperto e continuo, come tutti i musicisti di colore più preoccupato del groove. La musica cambia parecchio, diventa più fisica, da ballare, non più un dialogo a tre.

Ellade: Tutto diventa più moderno, anche se forse con meno inventiva. Il suono della batteria si pulisce molto. All’epoca questo cambiamento non mi  convinse, mentre adesso lo trovo convincente e attuale. Oggi si suona così, anche se purtroppo la creatività alla Mitchell non ha più spazio.

(Carlo Melato)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori