FINANZA/ Banche e derivati, la nuova batosta sul debito dello Stato

- Gianfranco D'Atri

La Repubblica spesso non si trova in condizione di negoziare il proprio debito – e le coperture derivate – in posizioni di equilibrio con le banche. GIANFRANCO D’ATRI ci spiega perché

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Alla fine lo sforzo del Movimento 5 Stelle (anche se alcuni dei meritori parlamentari hanno successivamente abbandonato la compagine) di far luce sul tema dei derivati sottoscritti dal Tesoro, e oggetto di una delle varie norme della Legge di stabilità, ha portato ad aprire un primo spiraglio conoscitivo. Come avevamo sollecitato su queste pagine, il Direttore generale del debito pubblico, Maria Cannata, ha presentato alla commissione Bilancio della Camera un’ampia relazione che inizia a fornire squarci di verità sulla gestione del principale ostacolo allo sviluppo della nostra economia: il debito pubblico.

Il tema dei derivati (circa 160 miliardi) rappresenta in effetti solo la punta dell’iceberg dei problemi che la stessa Cannata deve quotidianamente gestire, ma ha trovato conferma che, attualmente, la valorizzazione dei derivati  fa emergere un debito “implicito” di circa 40 miliardi di euro. Le indubbie capacità matematiche del Direttore generale ci tranquillizzano sulla gestione tecnica di questo non insignificante dettaglio: d’altronde questo valore di mercato negativo di “swaps e swaptions” dipende dai minori tassi di mercato e trova futura copertura in minori esborsi per interessi. Certo non abbiamo elementi per valutare le concrete scelte effettuate nel passato e di quali opzioni abbia potuto disporre nel tempo il Dipartimento del Tesoro: la mancanza di un organo di controllo e monitoraggio delle scelte – e l’assenza storica del ruolo incisivo del Parlamento – ci lasciano il dubbio che, come accaduto per altre vicende, i contratti sottostanti siano stati sottoscritti non necessariamente nell’interesse esclusivo della Repubblica. 

In ogni caso, dalla stessa relazione presentata emerge che la Repubblica spesso non si è trovata e non si trova ora in condizione di negoziare il proprio debito – e le coperture derivate – in posizioni di equilibrio, per cui le “condizioni di mercato” finiscono per essere condizioni “imposte dal mercato”. Ad esempio, nel caso specifico della ristrutturazione effettuata con Morgan Stanley nel 2012, al costo contabilizzato in bilancio di euro 2 miliardi precisa la relazione: “D’altronde, ignorare il vincolo contrattuale non era possibile, perché il danno reputazionale che ne sarebbe derivato sarebbe stato enorme, e assolutamente insostenibile, soprattutto in un contesto di mercato come quello”.

Le controparti bancarie internazionali, oltre a Unicredit e Intesa, sono quindi soggetti con cui lo Stato non può permettersi di negoziare neanche una modifica contrattuale, e deve affidarsi al loro buon cuore perché sottoscrivano titoli, ne determinino i tassi e, successivamente, ne definiscano le condizioni per limitare i rischi. Prendiamo atto che alla fine “guadagnano” quasi 40 miliardi, anche a seguito di queste condizioni. Su questi temi il ministro dell’Economia lascia che un integerrimo funzionario dello Stato funga da parafulmine, ma non lo autorizza a rendere pubblici i contratti stipulati e le condizioni (capestro?) imposte dalle banche.

Certo, Padoan veste in giacca e cravatta e non può permettersi di dire la verità, che la dottoressa Cannata ha potuto solamente lasciar scrutare sotto la punta. Una tabella sul sito del Mef  mostra che dobbiamo rimborsare 600 miliardi (degli oltre 2.000)  del debito nei prossimi tre anni: solo allettando gli intermediari finanziari (ovvero sottomettendoci al loro volere) possiamo sperare di ottenere di nuovo in prestito tali somme e, per questo, anche le nuove garanzie richieste, in maniera di legarci le mani, devono essere concesse obtorto collo.

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