NEW YORK, SPARATORIA IN METRO/ La ferita (armata) di un disperato bisogno di senso

- Riro Maniscalco

Nell’ora di punta, nell’affollatissima metropolitana di New York, stazione di Brooklyn, qualcuno ha fatto fuoco sui pendolari. È la 120esima sparatoria da inizio anno

america newyork sparatoria 2 lapresse1280 640x300
New York, la stazione del metro di Brooklyn (LaPresse)

MINNEAPOLIS – Brooklyn, 8.30 di mattina, rush hour, ora di punta per milioni di persone nel tragitto casa-lavoro. Martedì della Settimana Santa. C’è sangue sulla pensilina della 36th Street subway station. Qualcuno con indosso un qualcosa di arancione (come le giacche che indossano gli operai della subway) ed una maschera antigas sul volto, dopo aver lanciato una bomba fumogena ha aperto il fuoco sui passeggeri per poi darsi alla fuga. E adesso è caccia all’uomo, con mezza Brooklyn, il borough più popoloso ed animato di New York City, presidiata dalla polizia, le line D, N ed R della metropolitana bloccate, e tutti paralizzati dalla paura.

Quante volte mi sono fermato a quella stazione verso quell’ora? Migliaia. E tanti amici ci passano ancora, day after day, e ci sono passati anche oggi, qualcuno appena una manciata di minuti prima della sparatoria. Per andare da Brooklyn Bay Ridge a Manhattan quello della 36th Street Station è un passaggio obbligato che ti porta attraverso una zona chiamata “Sunset Park”, il parco del tramonto. Forse da oggi si ricomincerà a chiamarlo “Gunset Park”, il parco della pistola, come era stato ribattezzato nella tetra e violenta New York degli anni 70.

Non siamo in Ucraina, ma si continua a sparare anche qua. È la nostra guerra, diversa da quella che si combatte in Europa, ma che come l’altra nessuno sembra capace di fermare. Una guerra che esplode a fiammate con i colpi di arma da fuoco che risuonano in un angolo del Paese per poi sopirsi un po’, farci illudere che si è trattato di un fortuito scatto di follia di qualche squilibrato. Finché non accade di nuovo in un altro angolo di questa terra, e poi ancora, e ancora. Dall’inizio di quest’anno è successo già 120 volte. Centoventi!

Quasi – perdonatemi – viene a noia parlarne perché come tutte le cose che si ripetono non fa più notizia. Ci si abitua. E poi sono le notizie che nessuno vuol sentire, perché possiamo far finta di ignorare quello che sta succedendo dall’altra parte dell’oceano, ma è dura liberarsi con una scrollata di spalle di quel che accade nella subway di New York. Quel sangue sulla pensilina della 36th Street subway station, quelle chiazze rosse su cui lo sguardo non può fare a meno di soffermarsi almeno per un attimo ci costringono a chiederci da dove venga tanta violenza.

Che grido c’è dietro ad un gesto come quello di stamattina? Che malsano, sconfitto, imbarbarito desiderio porta ad armarsi e sparare su degli sconosciuti che vanno a cominciare la loro giornata di lavoro? Semplice follia? Se follia è, è diventata malattia contagiosa. Centoventi mass shootings

Quante volte viaggiando in subway e guardando i mie compagni di percorso ho visto su quei volti la ferita di un disperato bisogno di significato, di un gusto del vivere, ho visto volti che sono fatti per esserci ma non ci sono. È la violenza l’unica mossa di cui siamo capaci nel tentativo di riconquistare la nostra esistenza?

Martedì della Settimana Santa. C’è solo un altro sangue che può lavare quello della pensilina della 36th Street Subway Station.

Happy Easter, and God Bless America!

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA