NODO RIFORME/ Draghi e la rimozione collettiva di quello che ci aspetta (nel ’22)

- Natale Forlani

Sul governo Draghi pesa una rimozione collettiva: quella delle condizionalità imposte dall’Europa per le “riforme”

piero ignazi draghi
Mario Draghi (LaPresse)

Dal 1993 ad oggi i governi guidati da personalità esterne alla politica (Ciampi, Dini, Monti, Draghi) sono stati caratterizzati da due fattori comuni, l’impossibilità di mantenere in vita una maggioranza politica parlamentare organica per affrontare le emergenze economiche, e la necessità di tenere conto dei vincoli esterni derivanti da intese europee, anche per evitare conseguenze negative sui mercati finanziari e per i costi della gestione del debito pubblico.

Le caratteristiche di questi vincoli sono mutate, anche radicalmente, nel tempo. Nei tempi più recenti, al governo Monti era stato affidato il compito di gestire la crisi del debito sovrano, nell’ambito delle politiche di austerità derivanti da patto di stabilità vigente per l’eurozona, per contenere  il deficit e il debito pubblico. Al governo Draghi di espandere la spesa per investimenti e di aumentare il tasso di crescita dell’economia, per far fronte alla repentina crescita del debito imposta dai provvedimenti introdotti per contrastare la pandemia. Cambiamenti che hanno risentito del mutamento delle politiche economiche delle istituzioni europee. Sull’onda dell’emergenza, il vincolo esterno è stato utilizzato da questi governi di emergenza per imporre, nei limiti del possibile, le riforme mancate per la scarsa coesione delle maggioranze politiche parlamentari (scala mobile, partecipazioni statali, politica dei redditi, pensioni, concorrenza, mercato del lavoro).

Il tema si è riproposto con l’avvento del Governo Draghi per conseguire tre obiettivi primari: aumentare l’efficacia della campagna delle vaccinazioni, portare a regime l’approvazione del Pnrr per l’utilizzo delle risorse europee, attuare un robusto programma di riforme convenuto con le autorità della Ue. Riguardo ai primi due obiettivi è largamente condivisa l’opinione che il Governo in carica abbia svolto un egregio lavoro, premiato dal parallelo aumento del  livello di fiducia interna delle imprese e delle famiglie, e dai riscontri positivi ottenuti dalle istituzioni europee e sui mercati finanziari. Fattori che stanno offrendo un significativo contributo alla intensità della ripresa economica.

Quello delle riforme, invece, si presenta come un terreno accidentato, che deve fare i conti con le diverse sensibilità delle forze politiche della maggioranza che sostiene l’esecutivo. Sulla riforma della giustizia la sintesi è stata problematica. Quanto a quelle del fisco, della concorrenza, del mercato del lavoro, del reddito di cittadinanza, delle pensioni, la mediazione appare ancora più complicata, se non altro per l’entità delle coperture finanziarie richieste. Senza sottovalutare la necessità di ricostruire nella pubblica amministrazione le condizioni per moltiplicare i livelli di efficienza necessari a scaricare nell’economia il potenziale delle risorse mobilitate con il Pnrr.

Sul fronte europeo si è aperta la discussione sulle regole del patto di stabilità che dovrebbe entrare in vigore dopo la sospensione prevista fino al dicembre 2022. Nella migliore delle ipotesi, quella di un consolidamento delle politiche di stampo keynesiano nel bilancio europeo (tutt’altro altro che scontata, data l’opposizione dei paesi del Nord e dell’Est Europa), e di un allungamento dei tempi di rientro del debito e su livelli più elevati nel rapporto debito/Pil rispetto a quelli delle regole attualmente sospese, queste condizioni potranno essere accettate solo nell’ambito di una crescita stabile dell’economia e di rigorosi meccanismi di monitoraggio dei comportamenti degli Stati aderenti più indebitati.

Questi aspetti vengono accuratamente trascurati nel dibattito nazionale. Per certi aspetti il ruolo rassicurante svolto da Draghi ha rimosso dalla coscienza collettiva il problema. Cosa comprensibile, dato che da almeno 6 anni la le forze politiche italiane dei diversi schieramenti sono state accomunate dall’ossessione verso i vincoli del patto di stabilità e dal teorizzare l’aumento del deficit della spesa pubblica corrente come fattore di crescita economica. Una condizione tra l’altro garantita in via di fatto dagli interventi della Bce sui mercati, rivolti a contenere il tasso di interesse sui debiti pubblici. Nel frattempo i vincoli imposti dalle autorità europee per l’utilizzo delle risorse del Pnrr, e quelli che saranno previsti dal nuovo patto di stabilità, sono destinati a far impallidire le condizionalità per l’utilizzo del Mes che avevano animato il dibattito politico fino a un anno fa. E saranno vincoli destinati a condizionare i comportamenti dei governi nazionali per molti anni.

In questa ottica l’opera del governo Draghi appare incompiuta. Nei prossimi 5 mesi sono attese due scadenze, l’approvazione della legge di bilancio 2022 e l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Scelte destinate a generare conseguenze per il medio e lungo periodo.

La legge di bilancio dovrebbe imprimere una svolta nella direzione di aumentare gli investimenti pubblici e di orientare una quota significativa del risparmio privato nella stessa direzione. Le condizioni sulla carta ci sono tutte, dato che a fronte di 180 mld di provvedimenti erogati dallo Stato per sostenere il sistema produttivo  e i redditi delle persone durante l’emergenza Covid, i depositi bancari delle imprese e delle persone sono aumentati di una cifra pressoché analoga (dati Banca d’Italia). Per un importo finale che supera quello del Pil. Ma l’orizzonte della nuova legge di stabilità è già affollato di richieste di aumentare le risorse da dedicare agli ammortizzatori sociali, reddito di cittadinanza, pensioni post quota 100, per una modica cifra di circa 15 mld di euro. Su un altro fronte, per rinviare in blocco la riscossione delle cartelle fiscali. La commissione parlamentare costituita per lo scopo ha presentato proposte per la riforma del fisco che, secondo fonti del Mef, potrebbero costare più di 30 mld. E ne servirebbero altri 7 per completare l’attuazione dell’assegno unico prevista dal Family act approvato dal parlamento.

Il populismo ha fallito, ma la subcultura che lo alimenta non è affatto scomparsa.

In parallelo è già in corso la strategia di posizionamento delle forze politiche per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica che segnerà in ogni caso il destino del governo Draghi. Sia per le ovvie conseguenze dell’elezione, data per probabile, dell’attuale presidente del Consiglio alla più alta carica dello Stato, e che ragionevolmente dovrebbe essere accompagnata dalla decisione di affidare ad un componente dell’attuale compagine governativa il compito di guidarla fino alla fine della legislatura. Configurando di fatto un “governo del Presidente” che potrebbe avere delle proiezioni oltre l’attuale legislatura.

Ovvero per eleggere una personalità di altro profilo funzionale a garantire il prosieguo della legislatura con il governo in carica.

I prossimi 5 mesi saranno quindi decisivi per comprendere se ci saranno le condizioni per completare la legislatura e l’opera avviata dal governo Draghi, con il rinnovo del patto accettato per affrontare l’emergenza da parte delle forze politiche della maggioranza. Oppure, come ventilato da diverse fonti, se prevarrà la sciagurata tentazione di consolidare gli equilibri interni alle malridotte componenti del centrodestra e del centrosinistra. Questa eventualità non va presa sottogamba. È l’origine dell’affollamento  delle rivendicazioni destinate a complicare l’approvazione della legge di bilancio. Letta e Conte coltivano l’idea di costruire un nuovo centrosinistra con una piattaforma programmatica caratterizzata da una politica economica centrata su una redistribuzione del reddito alimentata dall’ampliamento della spesa assistenziale, e da una radicalizzazione dei temi della sostenibilità ambientale e dei cosiddetti diritti civili.

Sul fronte del centrodestra, la competizione tra Lega e Fratelli d’Italia fa assumere toni grotteschi nella difesa degli interessi corporativi, con derive antisistema, e nella ricerca di alleanze europee con i governi e i partiti nazionalisti che muovono contromano rispetto agli interessi concreti del nostro paese sulle politiche economiche e per l’immigrazione dell’Ue.

Entrambe le componenti appaiono accomunate dalla tentazione di espandere la spesa pubblica, trascurando l’esigenza di rigenerare il tessuto imprenditoriale, il mercato del lavoro, il ruolo generativo delle famiglie. Le condizioni fondamentali per rendere stabile la crescita economica, la sostenibilità della spesa sociale e del rientro del debito.

Le scelte sulla legge di bilancio e sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica sono destinate inevitabilmente a far emergere le divergenze rimaste sottotraccia all’interno dei partiti, con un manifesto disagio espresso dai governatori regionali e dagli amministratori locali di entrambi gli schieramenti, per comprendere se il lavoro iniziato con il governo in carica può essere completato con la formazione di un blocco politico, di istituzioni e di forze sociali interessate  a convergere verso un nucleo di priorità coerenti con gli interessi del paese.

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