NON SOLO VARIANTE OMICRON/ Le incertezze di Draghi tra manovra e Pnrr

- Stefano Cingolani

La prossima settimana si apre sotto l’ombra oscura del Covid-19 e con una serie di incertezze per il Governo di Mario Draghi

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Mario Draghi (LaPresse)

La variante omicron rischia di rimettere tutto in discussione. Non sappiamo ancora nulla sulla sua forza distruttiva, sulla capacità di bucare i vaccini, sulla letalità, tuttavia già ripropone il micidiale binomio pandemia-recessione. I mercati finanziari hanno reagito in modo nervoso, ma nient’affatto irrazionale, anzi interpretano la preoccupazione generale. 

Il tonfo delle borse ha chiuso una settimana molto positiva per Mario Draghi e il Governo nel suo insieme. Non solo è stato firmato solennemente il Trattato del Quirinale che ha saldato l’asse con Emmanuel Macron e invertito anni di tensioni tra Italia e Francia, ma anche il tumultuoso umore dei partiti è sembrato migliorare. Nella Lega ha vinto la linea Fedriga-Giorgetti, il M5S sempre più diviso non s’è messo di traverso, il Pd s’è allineato, così è passato il super green pass e si è capito come sarà la riduzione delle imposte sui redditi l’anno prossimo. La prossima settimana, invece, si apre sotto l’ombra oscura del Covid-19 e con una serie di incertezze. 

La prima incertezza riguarda ovviamente l’impatto di quella che già viene chiamata la quinta ondata mentre la quarta sta provocando nuove chiusure e zone gialle. Se la ripresa rallenta e soprattutto se s’invertono le aspettative, allora il 2022 rischia di aprirsi con una curva in discesa. È importante, dunque, che la Legge di bilancio non subisca intoppi e questo non è affatto garantito. La tregua raggiunta nel Governo non si trasmette automaticamente al Parlamento che appare malmostoso e inquieto. Ed è importante che le aspettative sui redditi futuri restino sostanzialmente positive. A questo scopo serve la riduzione dell’Irpef. Il Presidente della Confindustria Carlo Bonomi lamenta che bisognava dare priorità al taglio dei contributi per alleggerire il peso del fisco sul costo del lavoro. Bonomi fa il suo mestiere e difende le imprese, tuttavia, date le risorse (scarse) a disposizione non si poteva tagliar fuori i lavori autonomi. Possiamo dire che la prima parte della riforma fiscale tende in modo eccessivo a dare qualcosa a tutti e può succedere che alla fine nessuno sia contento, ma è facile comprendere che il Governo voglia lanciare un messaggio per così dire urbi et orbi. 

L’anno prossimo le aliquote dovrebbero scendere da quattro a tre e dovrebbe prendere il via anche un disboscamento più netto della giungla di deduzioni e detrazioni. Già adesso molti benefici vengono riassorbiti (il bonus Renzi ad esempio), mentre l’Assegno unico per le famiglie dovrebbe a sua volta superare le detrazioni precedenti. Per capire nel loro insieme i benefici distributivi, tra imposte e sussidi, bisogna calcolare tutte le voci. Lo si potrà fare meglio solo il mese prossimo nel momento in cui la manovra di bilancio verrà approvata in modo definitivo. I sindacati si agitano e Maurizio Landini ieri ha dichiarato che per i redditi imponibili sotto i 15 mila euro l’anno non c’è nessun sollievo, mentre il grosso si concentra sui redditi medi e su quelli oltre i 35 mila euro. Gli esperti del Governo replicano che Landini non tiene conto del reddito esente fino a 8 mila euro (quindi parla solo di aliquote marginali non medie), in ogni caso il primo scaglione sconta già oggi aliquote medie inferiori alla flat tax del 15%. Un po’ di demagogia non manca mai, ma di questi tempi è particolarmente dannosa. Soprattutto perché la nave delle tasse non è affatto giunta in porto.

Le incertezze parlamentari s’aggiungono a quelle ministeriali che riguardano la road map del Pnrr. Non tutto sta marciando come si deve e non tutto l’apparato burocratico si muove allo stesso passo. Un ministero chiave come quello per la Transizione ecologica resta ancora la fotocopia del ministero dell’Ambiente, non ci sono abbastanza tecnici e dirigenti in grado di coordinare un pacchetto consistente (34,6 miliardi di euro). Giorgetti, ministro dello Sviluppo, ha sollevato una questione chiave: l’impatto che il cambiamento avrà sulla struttura produttiva e vorrebbe un fondo ad hoc. Mentre da Bruxelles arrivano i primi cartellini gialli. 

Il mese prossimo Draghi chiederà la prima tranche che dovrebbe arrivare nei primi mesi del prossimo anno, per questo non ci dovrebbero essere intoppi i quali, però, cominciano e si moltiplicano da marzo in poi fino a un vero e proprio accumulo a giugno: legge sulla concorrenza, legge delega sul pubblico impiego, legge sulla prevenzione sanitaria e decreto sul dissesto idrogeologico. Ebbene a marzo ci sarà un nuovo presidente della Repubblica. Ci sarà anche un nuovo Governo? Si andrà a elezioni anticipate? Nessuno oggi è in grado di rispondere, non c’è dunque da stupirsi se a Bruxelles sono preoccupati. Semmai va detto che siamo preoccupati anche Milano, a Roma e nel resto d’Italia.

Nell’elenco delle incertezze possiamo aggiungere anche quelle che vengono da un doppio risiko finanziario che ha un impatto politico molto evidente. Il primo riguarda le telecomunicazioni con l’offerta da parte del fondo americano Kkr di comprare Tim. Qui è direttamente interessata la Cassa depositi e prestiti della quale il ministero dell’economia è azionista di riferimento, ma l’esecutivo ha in mano anche il potere di veto (golden power) sulle attività strategiche. Si discute di scorporare la rete e di farla gestire da una società a partecipazione statale. Il Parlamento mormora, i politici straparlano, l’esito della partita segnerà senza dubbio il Governo Draghi che nel frattempo guarda con attenzione anche alla scalata di Leonardo Del Vecchio e Francesco Caltagirone alle Assicurazioni Generali. Palazzo Chigi vuol restare spettatore, vedremo se ci riuscirà.

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