I NUMERI/ Che laureati servono alle nostre imprese?

- Andrea Cammelli

ANDREA CAMMELLI ci illustra i dati sul rapporto tra laureati e mondo del lavoro, che non sono purtroppo molto confortanti

Universita_AulaR400
Foto Imagoeconomica

Il Consorzio AlmaLaurea, a cui aderiscono 61 università e che rappresenta il 76% dei laureati italiani, ogni anno indaga l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani che escono dall’università. La documentazione più recente indaga oltre 210mila laureati intervistati nel 2009 a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo: una popolazione raggiunta dalla crisi economica che ha fatto lievitare disoccupazione e scoraggiamento tra i più giovani, tanto più nel Mezzogiorno e fra le donne.

 

La disoccupazione lievita sensibilmente non solo fra i laureati triennali, quelli “meno preparati perché hanno studiato di meno”, come sentiamo ripetere tutti i giorni (dal 16,5% al 22%), ma anche fra i laureati magistrali, quelli che “hanno studiato di più”: dal 14% al 21%. E cresce anche fra i laureati specialistici a ciclo unico (come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza): dal 9% al 15%.

Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre e a cinque anni dal conseguimento del titolo. Diminuisce, inoltre, il lavoro stabile mentre le retribuzioni, di poco superiori a 1100 euro a un anno dalla laurea, perdono potere d’acquisto. Ciononostante, lacondizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore.

Tutto ciò avviene nonostante la contrazione della popolazione giovanile che ha caratterizzato il nostro Paese: il numero dei giovani 19enni è diminuito del 38% negli ultimi 25 anni! Pochi giovani, dunque, ma anche poco scolarizzati. Ancora oggi il confronto con i Paesi più avanzati ci vede in ritardo: 19 laureati su cento di età 25-34 contro la media dei Paesi Oecd pari a 34. È un ritardo dalle radici antiche e profonde: nella popolazione di età 55-64 sono laureati 9 italiani su cento, meno della metà di quanti ne risultano nei Paesi Oecd e che riguarda ovviamente, sia pure su valori diversi, anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati. Forse sta qui il tallone di Achille di una società che fa fatica a comprendere il valore strategico degli investimenti in formazione superiore e in ricerca.

Il Paese è dunque di fronte a scelte difficili. Una delle principali arene su cui si gioca il futuro dell’Europa e dell’Italia è quella in cui si forma e si utilizza il capitale umano. Approfondire una riflessione di ampio respiro su questo versante, evitando i catastrofismi – certo – ma anche la politica dello struzzo, vuol dire avere a cuore il futuro ed evitare che il nostro Paese, all’uscita dalla crisi, si trovi in posizione marginale nel contesto internazionale. Vuol dire farsi carico di una vera e propria emergenza giovani evitando che alcune generazioni di ragazze e ragazzi preparati restino senza prospettive e mortificati fra mercati del lavoro che non assumono e un mondo della ricerca privo di mezzi.

Una proposta al Governo per agevolare le imprese capaci di valorizzare il capitale umano di elevata qualificazione, strada da perseguire insieme a facilitazioni rispetto all’accesso al credito, è stata presentata da AlmaLaurea ricevendo, fra gli altri, l’apprezzamento e il sostegno dei segretari confederali Cgil, Cisl e Uil, di rappresentanti di Confindustria, del direttore del Centro studi di Unioncamere e del presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari.

 

Quello che serve è una riflessione meno incentrata sulla ricerca delle responsabilità (che in ogni caso non risparmierebbe nessuno) e più interessata all’individuazione delle cause che stanno all’origine dei ritardi, degli sprechi, delle difficoltà, dei malfunzionamenti e delle azioni indispensabili per contrastarle e in grado di favorire per davvero il merito come principale metro di valutazione. Vanno sostenuti, invece, progettualità e successi di tante buone pratiche che sono andate diffondendosi nelle nostre università e nelle nostre imprese, spesso prive di sostegni economici, senza riconoscimenti e senza clamore, frequentemente per iniziativa di quelli che potremmo definire veri e propri “samaritani della cultura e della scienza”.

 

Molte realtà aziendali anche di piccole dimensioni, si sono rivelate capaci di riqualificarsi sui mercati nazionali e di riposizionarsi su quelli esteri, innestando capitale umano di qualità e così cambiando profondamente il modus operandi dell’impresa, senza mettere in discussione il ruolo dell’imprenditore. Il loro successo, oltre a rappresentare una prospettiva concreta per tanti laureati capaci, è forse anche il retroterra indispensabile sul quale avviare la riflessione e il confronto fra l’università delle competenze e l’università dei saperi, fra over-education, under-employment e under-skilling.

 

Se è vero che ricerca è uguale a sviluppo e sviluppo è uguale a occupazione, obiettivo prioritario è investire di più e in modo più efficiente in formazione e ricerca, come fanno tutti i Paesi più avanzati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori