I NUMERI/ Quei tempi “supplementari” che complicano il lavoro

- Paola Liberace

Quasi la metà degli italiani trascorre al lavoro un tempo nettamente superiore alle 8 ore previste, per questo, spiega PAOLA LIBERACE, le imprese dovrebbero aumentare il welfare aziendale

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Ci sono almeno un paio di recenti notizie alle quali il neo-ministro del Welfare, Elsa Fornero, alle prese con il difficile compito di far convivere riforma e salvaguardia dello Stato sociale, dovrebbe guardare con particolare attenzione. Notizie che svelano, dietro la retorica imperante sulla crisi, una dimensione inedita della vigente organizzazione del lavoro, e che indicano la via maestra per una sua revisione.

La prima notizia, emersa un paio di settimane fa, riguarda il dilagare di un comportamento lavorativo apparentemente encomiabile: secondo un sondaggio realizzato dalla società Regus, che fornisce soluzioni d’ufficio a livello globale, nel nostro Paese quasi metà dei lavoratori trascorre al lavoro un tempo nettamente superiore alle 8 ore previste. Secondo Regus, il 45% degli italiani occupati trascorre abitualmente al lavoro tra le 9 e le 11 ore al giorno, e il 17% di loro supera addirittura le 11 ore. Un dato superiore a quello globale, che vede rispettivamente il 38% dei lavoratori superare la soglia delle otto ore, e solo il 10% quella delle undici ore. Ancora più significativo il fatto che il 51% degli italiani, pur abbandonando l’ufficio o la sede di lavoro all’orario stabilito, più di tre volte a settimana completi poi il lavoro a casa nelle ore serali, rispetto al 43% del dato globale.

La lettura che Regus offre del fenomeno è quella di un lavoro che “tracima” ormai in casa, esponendo i lavoratori al limite persino a problemi di salute. Ma, sebbene il fenomeno venga latamente ricondotto a una pressione crescente sul lavoro, dovuta alla crisi incalzante e alle universali raccomandazioni a incrementare la produttività (finora tradotte soltanto in provvedimenti come la cancellazione dei “ponti” festivi), non è altrettanto certa la correlazione tra l’aumento del tempo dedicato al lavoro e la reale crescita dell’efficienza di questo lavoro. In altre parole, non ci sono elementi per dedurre dalla crescente quantità di lavoro un contributo effettivamente maggiore all’economia di quello offerto da un lavoro svolto nei “tempi regolamentari” (puntando magari sulla concentrazione e sul multitasking). E, d’altro canto, è invece almeno lecito sospettare che un’attività lavorativa così strutturata possa ripercuotersi negativamente, a lungo andare, sull’equilibrio vitale degli occupati.

Forse per questo, sempre più aziende si concentrano sul welfare aziendale, puntando a incentivare il benessere dei dipendenti per migliorare non solo la loro resa lavorativa, ma l’equilibrio complessivo tra vita professionale e privata. La seconda notizia da tenere d’occhio ha a che vedere con il convegno promosso lo scorso 24 novembre nella sede di Altis, l’Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica di Milano, dedicato a “Valorizzare le persone”. L’incontro, nel corso del quale è stata presentata la ricerca di Sace sul Work life balance, si è concentrato su quello che viene ormai definito il sistema “integrato” del welfare aziendale, frutto della consapevolezza ormai crescente che i provvedimenti “spot” per risolvere singoli problemi pratici non vengono incontro alle reali esigenze né delle aziende, né dei lavoratori.

Come ha spiegato Alessia Coeli, responsabile della divisione Welfare aziendale e Innovazione sociale, i dipendenti chiedono, anzitutto, flessibilità e tempo: esattamente quello che manca in un’organizzazione del lavoro rigida e falsamente efficientista, che non di rado genera ipertrofie come quella osservata dalla ricerca di Regus. Non basta dire conciliazione, dunque: occorre passare a un esame attento le falle di questo tipo di organizzazione, che dietro le parvenze di un’indefessa laboriosità cela un malessere nocivo per entrambe le componenti (professionale e privata) del sistema; e adottare quindi correttivi nel senso di una comprensione più ampia dei bisogni vitali – siano quelli della maternità, della cura familiare o di altra natura.

Un obiettivo ambizioso, per la nuova gestione del Welfare (con delega alle Pari opportunità); ma necessario da tenere presente, se non ci si vuole limitare a qualche festeggiamento in meno in calendario e a quale timbratura tardiva in più (che non sembrano sinonimo di ritrovata energia anti-crisi: piuttosto, forse, il contrario).

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