I NUMERI/ Quanto costa l’estate ai lavoratori italiani?

- Paola Liberace

L’avvicinarsi dell’estate ripropone un problema sentito dai lavoratori con figli a causa della chiusura delle scuole. PAOLA LIBERACE ci parla di una proposta per risolverlo

Madre_Lavoro_FiglioR400
Foto Fotolia

Si avvicina l’estate e tra circa un mese chiuderanno le scuole: e come ogni anno i genitori che lavorano si troveranno alle prese con il problema dell’affidamento dei loro figli, “orfani” della tutela scolastica a tempo pieno, nell’impossibilità di condividere con loro le vacanze durante la pausa estiva.

Un problema che coinvolge moltissime famiglie (secondo l’ultimo rapporto “Famiglia in cifre” dell’Istat, risalente al novembre dello scorso anno, le coppie con figli minori nel nostro Paese sono circa sei milioni, alle quali vanno aggiunti 650mila genitori soli con bambini al di sotto dei 18 anni), abituate ormai – come non era ancora solo qualche decennio fa – a fare affidamento sulle istituzioni scolastiche non solo per l’istruzione e la formazione dei bambini e dei ragazzi, ma anche per l’accudimento in loro assenza.

Se poi venisse anche solo ventilato un prolungamento delle vacanze scolastiche, com’è accaduto lo scorso anno in occasione di una proposta di legge del Pdl, ecco scatenarsi il vero e proprio panico tra i genitori lavoratori. La ragione è semplice: il venir meno del supporto scolastico impatta decisamente, più ancora che sulle abitudini e sui ritmi familiari, sulla spesa domestica.

I costi per affidare i bambini a terzi durante l’estate varia a seconda della soluzione scelta: dalla permanenza in città – dove si spazia dai (rari) campus comunali ai workshop organizzati dalle strutture culturali (come le biblioteche o i musei) – alle vacanze o ai campus tematici fuori porta. Lo scorso anno, prendendo le mosse dall’ipotesi di dilazione del calendario scolastico, SkyTG24 aveva provato a fare una stima dei costi, scoprendo che sarebbe in ogni caso difficile scendere al di sotto dei 2.000 euro, anche in presenza di servizi comunali o strutture pubbliche. In questo conto figura, tra le voci di spesa più importanti, quella dedicata alla retribuzione di una baby sitter, anche solo minimamente qualificata, che per tre mesi si prenda cura dei bambini: secondo i calcoli dell’emittente satellitare si trattava di almeno 1.500 euro, una cifra non irrilevante per il portafogli familiare.

A questo proposito, nella tavola rotonda sulla conciliazione tra famiglia e lavoro tenutasi ieri sera a Milano, Silvia Maltoni, presidente di un’associazione giovanile (e candidata Pdl al Consiglio comunale), ha proposto di introdurre il “baby sitter sharing”: vale a dire, la condivisione tra più famiglie della spesa per l’ingaggio di una educatrice professionale, soluzione già adottata in ambito europeo, in linea con i risultati di un’indagine sul territorio milanese che ha coinvolto circa 130 mamme. La chiave della proposta, discussa tra gli altri con la presidente della Commissione Cultura della Camera Valentina Aprea, con l’osteopata Andrea Manzotta e con il cofondatore di “Bravi bimbi” Riccardo Porta, sta nella collocazione del progetto all’interno delle strutture già esistenti: non solo scolastiche, ma anche religiose (come gli oratori) e più in generale pubbliche (come i parchi).

Un passo in avanti rispetto alle ipotesi, periodicamente risorgenti, di tenere le scuole aperte anche durante le vacanze (da ultimo se n’è sentito parlare intorno allo scorso Natale): ipotesi che tradiscono un approccio fondato sulla delega educativa allo Stato, che diventa il vero responsabile e tutore dei figli. Nel caso del baby sitter sharing, si tratta almeno di ricondurre questa responsabilità nell’ambito sociale, coerentemente con un’ottica sussidiaria. Almeno fino a quando all’esigenza di cura e di educazione personale dei figli da parte dei genitori non verrà riconosciuta una dignità tale da giustificare il ripensamento dell’organizzazione del lavoro, e se necessario della stessa società.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori