I NUMERI/ C’è un lavoro che aiuta i giovani già all’università

- Andrea Cammelli

Ponendosi come elemento di raccordo e di collaborazione fra università e mondo del lavoro, i tirocini e gli stage diventano sempre più importanti, come spiega ANDREA CAMMELLI

Giovane_Lavoro_LibroR400
Foto Ansa

Ponendosi come elemento di raccordo e di collaborazione fra università e mondo del lavoro, i tirocini e gli stage realizzati durante gli studi rivestono, nell’ambito della didattica non frontale, un ruolo assolutamente centrale che la riforma universitaria del 1999 ha fortemente incentivato.

Fra i laureati pre-riforma del 2001, infatti, i laureati con esperienze di tirocinio riconosciute dal corso erano solo il 18% del totale, mentre nel 2010 hanno svolto tirocini 57 laureati su 100: il 63% dei laureati di primo livello (chi non intende proseguire gli studi l’ha svolto più frequentemente di chi invece si propone di continuare la formazione), il 55% dei laureati magistrali e il 45% dei laureati magistrali a ciclo unico (grafico 1).

Quello che è avvenuto, dunque, è un’inversione di tendenza sul terreno dell’intesa e della collaborazione università-mondo del lavoro (pubblico e privato), il segnale importante di una nuova stagione di riconoscimento reciproco e di collaborazione fra le forze più attente e sensibili del mondo universitario e del mondo del lavoro e delle professioni. L’aumento di queste importanti esperienze risulta positivo anche a un’attenta analisi della qualità (si veda www.almalaurea.it/universita/altro/tirocini2009/).

Spingendo l’analisi al di là del dato aggregato di sintesi, emerge però l’estrema variabilità che caratterizza le perfomance di studio dei laureati, anche nel caso di tirocini e stage. In generale, si osserva una più ampia utilizzazione di stage e tirocini nei gruppi delle professioni sanitarie, educazione fisica, insegnamento, chimico-farmaceutico e agrario, fino ad arrivare al gruppo giuridico, in cui solo 14 laureati su 100 hanno svolto un’attività di tirocinio formativo riconosciuta (grafico 2).

Il 22% dei laureati ha svolto tirocini di durata superiore alle 400 ore. Sono generalmente più lunghi i tirocini svolti dai laureati dell’area tecnico-scientifica rispetto a quelli dell’area delle scienze umane e sociali e quelli effettuati dai laureati magistrali a ciclo unico (fra i quali il 39% ha svolto un tirocinio di durata superiore a 400 ore).

Tra i “tirocini riconosciuti dal corso di studi” vanno considerate anche attività lavorative svolte precedentemente. Queste ultime costituiscono il 17,5% del totale delle attività di tirocinio svolte dai laureati, con sensibili differenze tra livelli di laurea (16% fra i laureati di primo livello; 25% fra quelli magistrali; 8% fra magistrali a ciclo unico) e discipline di studio. I riconoscimenti di attività lavorative pregresse sono comprensibilmente più diffusi nei percorsi di studio più frequentati da lavoratori-studenti []. Indipendentemente dal livello di laurea, ciò riguarda i gruppi politico-sociale, linguistico, economico-statistico e giuridico (dal 27% al 30% delle attività di tirocinio); più rari, invece, risultano nelle discipline mediche delle professioni sanitarie e quelle del gruppo chimico-farmaceutico (al di sotto del 5%). La maggior parte dei tirocini organizzati dal corso di laurea viene svolta in aziende, enti, privati o pubblici. All’interno delle strutture universitarie, invece, vengono svolti i tirocini di medicina e odontoiatria e quelli del gruppo geo-biologico.

 

Il contesto di riferimento: il profilo dei laureati 2010

L’approfondimento qui proposto rimanda alla più ampia e completa documentazione contenuta nel XIII Profilo dei laureati italiani realizzato da AlmaLaurea (http://www.almalaurea.it/). E il quadro complessivo che emerge sui risultati raggiunti da chi ha concluso gli studi universitari nel 2010 è assai confortante.

Il timore che si potesse tornare indietro ai livelli preoccupanti che in passato hanno caratterizzato in negativo l’Italia anche nel confronto internazionale non trova fondamento (si ricorda che fra i laureati del 2001 l’età media alla laurea raggiungeva 28 anni e che oltre il 90% dei laureati concludeva gli studi fuori corso). La gran parte delle variabili osservate mostrano, nel tempo, un consolidamento su livelli assai migliori del recente passato. Si è incrementata la quota di giovani che terminano gli studi nei tempi previsti, è aumentata la frequenza alle lezioni, si è estesa, come si è visto, l’esperienza di stage e tirocini svolti durante gli studi, così come opportunità di studio all’estero (quest’ultima limitatamente ai percorsi di 2° livello).

 

[1] Nelle indagini AlmaLaurea lavoratori-studenti sono i laureati che hanno dichiarato di avere svolto attività lavorative continuative a tempo pieno per almeno la metà della durata degli studi sia nel periodo delle lezioni universitarie sia al di fuori delle lezioni.

Questo non significa che, all’interno di risultati sulla formazione universitaria complessivamente positivi, non si riscontri un’ampia variabilità. Tutto ciò impone di spingere l’analisi al di là del dato aggregato di sintesi, distinguendo le offerte formative tradottesi in risultati positivi da quelle in evidente stato di sofferenza, la capacità di valorizzare eccellenze ma anche quella di considerare i diversi punti di partenza apprezzando il valore aggiunto prodotto.

In generale, la documentazione ampia, aggiornata disponibile è supporto importante per esprimere valutazioni fondate sul processo riformatore, tanto più in questo periodo che vede una parte consistente del mondo universitario impegnato nella riscrittura degli statuti di ateneo. L’analisi attenta della qualità e della valutazione che del sistema universitario ci restituiscono i principali protagonisti rappresenta pur sempre la base indispensabile per ogni seria verifica e per ogni sforzo progettuale proiettato nel futuro.

Per questo vale intanto la pena leggerla questa documentazione, sottraendosi così all’insidia più diffusa anche nel mondo accademico: il rischio, come avvertiva Norberto Bobbio, di dare l’impressione di sapere benissimo come la società italiana deve essere, ma non sapere assolutamente com’è.

 

La sfida dell’università: la qualità dell’insegnamento

Vale la pena concludere con una breve considerazione sulla sfida che attende l’università italiana. Istruzione di massa uguale minore qualità, dunque – paradossalmente – aumento delle diseguaglianze in termini di opportunità formative? La domanda è provocatoria, ma è attorno a essa che ruota l’importante dibattito sulla qualità della formazione. L’accertamento della qualità degli studi compiuti e della preparazione dei giovani resta un aspetto centrale, ma anche di assai complessa determinazione.

Quello che appare importante è introdurre sistemi di valutazione delle istituzioni universitarie più sofisticati che prevedano l’utilizzo di criteri basati sulla misurazione del valore aggiunto. Ovvero, a parità di condizioni di partenza, come il singolo Ateneo o la singola Facoltà riescono a far crescere lo studente? Questo per andare effettivamente a distinguere realtà virtuose che operano in contesti disagiati e realtà più modeste che tali non appaiono solamente perché avvantaggiate da contesti favorevoli.

Non a caso, l’attenzione per la valutazione della performance del sistema formativo sulla base del valore aggiunto è più radicata nei paesi nei quali la cultura della valutazione è più diffusa. Si tratta di approfondimenti ai quali AlmaLaurea ha deciso di destinare parte significativa della propria esperienza e delle competenze maturate in quasi vent’anni di attività. Perché investire di più e meglio nell’istruzione di terzo livello e in ricerca non può che essere l’obiettivo a cui tendere. Per garantire un futuro alle giovani generazioni capaci e meritevoli, al mondo produttivo impegnato a competere sui mercati internazionali, all’intero Paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori