I NUMERI/ Lo “sconto” che può aiutare il lavoro in Italia

- Giuseppe Sabella

L’Italia è tra i paesi europei con il più basso tasso di occupazione femminile. GIUSEPPE SABELLA ci spiega quali interventi si stanno studiando per ovviare al problema

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Nei paesi in cui sono più alti il lavoro rosa e la presenza di imprese guidate da donne, maggiore è la crescita economica complessiva. In tal senso l’Italia sembra però lontana persino dagli obiettivi europei imposti a Lisbona nel 2007 (60% occupazione femminile): sono molti infatti i casi in cui le donne non trovano un impiego, hanno un lavoro precario, ricevono una retribuzione inferiore rispetto agli uomini oppure sono costrette a rinunciare alle proprie ambizioni professionali per la mancanza di un adeguato sostegno alla famiglia e al lavoro femminile.

Il nostro Paese ha un tasso di occupazione femminile fra i più bassi di tutta l’Unione europea. Peggio di noi, per dare la dimensione del problema, fa solo Malta. In Italia, infatti, solo il 46% delle donne lavora, mentre per esempio in Francia, Spagna e Germania siamo intorno al 60%, nei paesi Scandinavi oltre il 70%, in Islanda addirittura all’80% (ultime rilevazioni Ocse). Quella italiana appare come una situazione quasi paradossale, se si considera che le ragazze sono il 60,1% dei laureati, secondo i dati di AlmaLaurea, finiscono prima gli studi e con maggior profitto (voto medio 104,2 contro il 101,4 maschile). Alla luce di questi dati, diviene ancora più difficile spiegare il gap salariale tra maschi e femmine, che varia tra il 10% e il 18% a parità di qualifica.

Rispetto alle misure che riguardano l’occupazione femminile, il decreto “Salva-Italia” ha agito in due direzioni: da una parte sulle pensioni, parificando l’età di uscita delle donne a quella degli uomini; dall’altra, sul costo del lavoro, per migliorare l’inclusione della donna nel mercato del lavoro in un Paese abbondantemente sotto i livelli europei. Per quanto riguarda l’età pensionabile, si è detto abbastanza e soprattutto sono due anni che si lavora in Parlamento anche per allinearci alle direttive dell’Ue. Ricordiamo che, con la recente manovra, a partire dal primo gennaio 2012 l’età pensionabile delle donne che operano nel settore privato viene elevata a 62 anni e salirà progressivamente fino a 66 anni nel 2018, stessa età di pensionamento degli uomini. D’altronde, nel resto d’Europa funziona allo stesso modo: in Germania e in Spagna l’età pensionabile è parificata a 65 anni, in Francia lo è a 62 anni, ma sono previsti innalzamenti progressivi che sono iniziati il 1 luglio dello scorso anno.

Le ultime misure del governo Berlusconi avevano stabilito che l’età di pensionamento delle lavoratrici del settore privato sarebbe sì aumentata, ma a far data dal 2020, in modo lento e graduale, per eguagliare quella degli uomini nel 2032. Un’equiparazione quindi più graduale che, proprio per la sequenzialità dell’intervento, non consentiva il recupero di risorse utilizzabili per la crescita. Cosa che consente invece questo innalzamento così repentino. Ricordiamo anche che, per quanto riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato, l’Ue lascia agli stati nazionali molta più flessibilità di quanta ne riconosca nel settore pubblico, non ricadendo la questione nell’articolo 141 del Trattato Ue: lo Stato in questo caso agisce da “imprenditore” e, quindi, non è ammissibile un suo comportamento discriminatorio. Sulla legislazione nazionale è libero invece di fare quello che ritiene più giusto.

Il punto più interessante dei provvedimenti del governo Monti in materia di occupazione femminile, riguarda tuttavia le misure volte a incrementare l’inclusione della donna nel mercato del lavoro, ovvero i benefici fiscali per le imprese: sono state infatti introdotte più consistenti agevolazioni Irap per quelle imprese che assumono donne (e giovani sotto i 35 anni). In particolare, viene incrementato l’importo Irap che il D.Lgs. n. 446/1997 (art. 11, co. 1, lett. a), n. 2) consentiva in deduzione su base annua per ogni lavoratore dipendente a tempo indeterminato assunto nel periodo d’imposta. Se prima questo importo era pari a 4.600 euro, ora per chi impiega lavoratrici e giovani sotto i 35 anni viene riconosciuto un beneficio fiscale di 10.600 euro, che sale fino a 15.200 per il Sud; 15.200 euro rispetto agli attuali 9.200 euro per Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Inoltre, l’applicazione di questo maggiore bonus Irap riguarderà non solo le nuove assunzioni, ma anche le donne e i giovani già impiegati a tempo indeterminato nel periodo d’imposta. Alla luce di queste nuove misure, la riduzione del carico fiscale per le imprese è stata quantificata in circa 1 miliardo di euro all’anno a partire dal 2012. Restano escluse da questa agevolazione le pubbliche amministrazioni e le imprese attive in specifici settori, tra le quali banche, assicurazioni e società operanti nell’energia, nell’acqua, nei trasporti e nelle telecomunicazioni.

Questo intervento è dunque un tentativo volto a incentivare l’assunzione a tempo indeterminato di personale, in particolar modo di donne e di giovani, da parte delle imprese che troppo spesso sono strozzate da costi del lavoro elevatissimi. Ma il governo sembra orientato ad andare oltre: lo stesso Monti, nel suo discorso programmatico alle Camere, ha parlato di una “tassazione preferenziale per le donne”. Non è un’idea del tutto nuova, ma forse questa volta le quote rosa sono davvero destinate a salire.

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