I NUMERI/ La caccia al lavoro della “generazione perduta”

- Gianni Zen

Il ministro Andrea Riccardi ritiene che i giovani-adulti tra i 30 e i 40 anni non siano da considerare una generazione perduta e che occorra puntare sul lavoro. Il commento di GIANNI ZEN

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Andrea Riccardi (Infophoto)

Le recenti dichiarazioni del ministro Riccardi sulla “generazione perduta”, sui giovani-adulti, cioè dai 30 ai 40 anni, e sulla centralità del lavoro come “leva” sociale, meritano una ripresa. Perché dicono tante cose, anche se si limitano a indicare un problema, più che una possibile soluzione. La verità amara la sappiamo tutti, viste le tante ricognizioni che, quasi settimanalmente, ci vengono proposte. Penso qui alla recente indagine dell’Ocse. Giusto ricordarli questi dati, anche se si riferiscono ai giovani dal 15 ai 24 anni. In Italia meno di 1 giovane su 5 (18,8%) è occupato, contro una percentuale quasi doppia della media europea. Il dato italiano segna anche un ulteriore calo rispetto al quarto trimestre 2011 quando era pari al 19,5%. Nei paesi Ocse i giovani occupati sono invece il 39,1%.

Più complessa la situazione oltre i 24 anni, cioè sino alla soglia dei 40 anni evocata da Riccardi. Anche perché, rispetto a un passato di “stabilità” (non solo) nel lavoro per i cosiddetti giovani-adulti, oggi vediamo che così non è. In tanti parlano di una realtà “vischiosa”, cioè né immobile, né “liquida”. Questa vischiosità dipende essenzialmente dai valori multi task di queste generazioni, prima che dalla precarizzazione del lavoro; dal fatto cioè che, dopo decenni di crescita lenta ma lineare, ci eravamo abituati troppo bene, nel senso di opportunità per tutti, in funzione di quel mito del “posto fisso” come garanzia personale e sociale alla portata di ciascuno, prima o poi. Il lavoro era visto comunque come uno stabilizzatore sociale, e i diritti sociali letti e interpretati come lo sfondo di sicurezza e qualità della vita, in un contesto sostanzialmente immobile e ripetitivo.

La cornice del welfare mediterraneo era la conseguenza e conferma di questo quadro rassicurante. Il problema di chi doveva pagare i costi di questa rassicurazione nemmeno si poneva, era una domanda tabù. In poche parole, tutti si preoccupavano, sino a pochi anni fa, di come doveva essere distribuita la ricchezza, reale e presunta, più che, invece, di come crearla, in ragione dei valori del merito e delle reali pari opportunità. La Cgil era la massima interprete di questo orizzonte immobile. Ora i nodi sono arrivati al pettine. Se non ci fossero state l’Europa e la Bce a porci delle domande, non so come sarebbe oggi la nostra situazione italiana.

Al di là dei dati sui valori occupazionali, sulla dinamicità delle opportunità professionali, sul gap tra lavori richiesti e difficile relazione tra formazione e professione, interpreto il richiamo di Riccardi al lavoro come leva sociale, anche per i 30-40enni, come un invito, anzitutto “culturale”, a rimettere in circolo valori diversi rispetto al nostro recente passato, quello ancora legato non all’idea del lavoro, ma all’idea dell’occupazione di un posto di lavoro. Un richiamo al lavoro come fatto di identificazione personale, di valorizzazione del proprio essere-persona, oltre i vari funzionalismi spersonalizzanti.

L’essere giovani, in poche parole, viene riproposto come palestra della vita, cioè come scelta, senza essere ripiegati e timorosi di mettersi in gioco, di viaggiare con la testa e con il cuore verso nuove sfide, oltre i vari divertissement di pascaliana memoria, oltre i familismi, oltre le rendite di posizione, oltre le chiusure corporative. Davvero in una “società aperta”. Mi pare, invece, che la giovinezza sia ancora oggi vista come una categoria-limbo. Usata, più che pensata. Adattata solo alla gaia spensieratezza, senza opportunità reali di rimessa in gioco. Valida per tutti, anche per coloro che si nascondono dietro i “diritti acquisiti”.

Quando noto, ad esempio, che i ricercatori universitari hanno in media sui 40 anni, o che solo lo 0,4% degli insegnanti ha meno di 30 anni, qualche domanda me la pongo. Non credo, come cantava Gaber, che la sua sia una “generazione che ha perso”. Si tratta di imparare dalla vita, aprendo gli orizzonti, togliendo maschere e bavagli, dicendo semplicemente la verità. Ma questo implica averlo, questo coraggio della verità. I giovani del tempo di Gaber hanno letteralmente “occupato” tutti gli spazi, dai giornali alle università, alla politica, alla cultura, ai consigli di amministrazione. In nome dell’immaginazione al potere, della crescita continua, dei diritti senza le responsabilità, dell’egualitarismo di facciata.

Oggi i “fondamentali” personali, relazionali e sociali, vanno ripensati, rimeditati, secondo i nuovi “segni dei tempi”. Non solo nei termini del valore-lavoro. Perché il cuore pulsante è il nostro essere persona, oltre l’attuale dominante liberismo esistenziale dei diritti per i diritti, dell’egocentrismo portato a sostanza del solo “principio di piacere”. Perché poi vi è comunque il “principio di realtà”. Forse i nostri giovani, oggi supertecnologici e iperspecializzati sui frammenti, vanno aiutati a guardare in faccia la realtà, a comprendere che la vita è ricerca, anche sacrificio, conquista, capacità di adattamento, disponibilità a mettersi in gioco. Perché i posti di lavoro non si creano per decreto o con gli scioperi più o meno generali. Non basta, cioè, “indignarsi”. E non basta nemmeno possedere un pezzo di carta, laurea o diploma che sia, per pretendere un qualche contratto di lavoro. Il lavoro, dunque, come strumento di ripensamento individuale e sociale. Comunitario.

Ricordo bene la saggezza di mio padre contadino, cioè di quella generazione che si è sacrificata totalmente per il bene dei figli, mentre in pochi decenni abbiamo accumulato per i nostri figli (quasi) solo debiti. Non possiamo più, in conclusione, scaricare sui nostri figli le nostre contraddizioni. Oggi tutte le storture del recente passato stanno venendo a galla, senza risparmiare nessuno. Ma se do un’occhiata all’età media di coloro che hanno ancora oggi le redini ben salde sul potere economico, politico, culturale, universitario…

Non basta più l’arte di arrangiarsi, per i vincoli globali. Né possono bastare le vecchie scappatoie figlie delle varie concertazioni: basta vedere la crisi delle famiglie, le difficoltà di troppe aziende, il generale disorientamento dell’imminente ”autunno caldo”. Ho in mente il libro di Giavazzi e Alesina del 2007 “Il liberismo è di sinistra” sul merito e sulla competenza. Al di là di destra e sinistra, categorie politiche oggi obsolete, restano le scelte da farsi, oltre le ovvie resistenze. Compito di un “governo tecnico”, cioè vincolato solo al “principio di realtà”.

Che fare, dunque? Le scelte che competono a un governo che voglia davvero affrontare questi temi sono: prevenire l’abbandono precoce degli studi; stimolare forme di competenze che rispondano alle esigenze del mondo del lavoro; sostenere le prime esperienze e la formazione sul posto di lavoro; facilitare l’accesso dei giovani al lavoro, cioè l’apprendistato a più livelli; inserire vincoli di mandato in tutte le forme di rappresentanza, pubblica o nelle società di partecipazione.

Il governo Monti alcuni di questi nodi li ha affrontati. Vedremo se avrà il coraggio dei passi successivi.

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