DONNA E LAVORO/ Una “cura” alla disoccupazione arriva dall’America

Dall’11,9% del 2013, secondo il bollettino Istat, la disoccupazione italiana è destinata a raggiungere nel 2014 il 12,3%, e riguarda soprattutto le donne. Il commento di PAOLA LIBERACE

09.05.2013 - Paola Liberace
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Immagine di archivio

Lungi dall’arrestarsi, la disoccupazione italiana è destinata a crescere ancora. Dall’11,9% del 2013, secondo il bollettino Istat, è destinata a raggiungere nel 2014 il 12,3%: e questo nonostante la lieve ripresa dell’economia e in particolare del settore manifatturiero, che dovrebbe verificarsi entro un paio d’anni. La ripresa è destinata a non creare nuova occupazione, incidendo piuttosto sulla cassa integrazione – recuperando la forza lavoro a oggi in stand-by – e sull’aumento delle ore lavorate dalle risorse già attive. Le quali complessivamente continuano a essere in diminuzione: non solo per via dell’aumento di quelli che perdono il lavoro, vale a dire i disoccupati, ma soprattutto per l’incremento degli inattivi – vale a dire di coloro che non hanno un lavoro, e che non lo stanno neppure cercando.

Il crescente numero di “scoraggiati” misura un fenomeno forse ancora peggiore della disoccupazione: quello della perdita di speranza, riflesso tra i più profondi della crisi. Il dato ancora più inquietante è che gli “scoraggiati” italiani sono in realtà, quasi tutti, scoraggiate. Fotografando il fenomeno degli inattivi, il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile a cura del Cnel-Istat, ha messo in evidenza la prevalenza di giovani e donne. Le evidenze che emergono dal più recente bollettino Istat già citato sono ancora più preoccupanti. In un mese aumenta di 69 mila unità il numero delle donne che non hanno lavoro e non lo stanno cercando: se si pensa che il numero totale, comprensivo anche dei (pochi) uomini, si assesta a 70 mila, si comprende l’entità del fenomeno.

Ad aver perso finanche la speranza di trovare lavoro sono quindi, soprattutto, le donne lavoratrici: forse perché, come ha scritto Luigi delle Cave per l’Associazione Nuovi Lavori, sperimentano una difficoltà legata alla mancanza di servizi di assistenza alla prima infanzia (le donne con figli di età inferiore ai 3 anni avrebbero il 30% in meno di probabilità di lavorare rispetto a quelle senza figli). O forse la carenza, e persino la totale mancanza di servizi, non basta a spiegare l’esaurirsi di una speranza che in altri paesi, pure pesantemente toccati dalla crisi economica, non è venuta meno. Come ha scritto di recente sull’Huffington Post Lucina Di Meco, da anni cittadina newyorchese, negli Stati Uniti l’assenza di un welfare sul modello europeo – vale a dire di congedi parentali, di tutela delle lavoratrici incinte, di asili nido o di altri supporti alle neomamme -, acuito dalle difficoltà del mercato del lavoro, non ha impedito alle donne di continuare ad avere bambini in misura maggiore di quanto avvenga nel nostro continente (e nel nostro Paese in particolare).

Secondo la Di Meco, la chiave di questo comportamento sta nella speranza: il sentimento di ottimismo persistente – nonostante tutto – che conduce le statunitensi a credere in un mondo futuro migliore per loro e per i loro figli. Che il loro datore di lavoro cambi all’improvviso idea sul telelavoro, costringendo i dipendenti fuori sede a dimettersi – come è successo nella Yahoo! di Marissa Mayer -, o che invece conceda due settimane di tempo in più ai neopadri per aiutare le puerpere – come è successo sempre nella stessa Yahoo! della Mayer, impegnata a ricostruire un’immagine family-friendly dopo la precedente, impopolare decisione -, alle americane non importa.

Forse è da qui che dovrebbero ripartire le italiane, tanto quelle che resistono “dentro” che quelle finite “fuori”. Nel convegno intitolato appunto “Donne fuori e dentro il mercato del lavoro”, organizzato al Quanta Village di Milano oggi 9 maggio a partire dalle 17, le esperienze delle donne che hanno costruito la loro professionalità in azienda si confrontano con quelle delle imprenditrici e delle libere professioniste che hanno scelto di sperimentare nuovi modelli organizzativi. Due percorsi che, fuori dai nostri confini, non sono mai completamente alternativi, né definitivamente tracciati: grazie a una flessibilità anzitutto mentale – più che a nuove tutele, a nuove regole, a nuove rigidità.

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