IL CASO/ I nuovi “mostri” che aiutano il lavoro su internet

Un’intuizione avuta 20 anni fa ha cominciato a cambiare la ricerca del lavoro, che oggi avviene anche attraverso Internet. ACHILLE PALIOTTA ci spiega come. Prima parte

21.02.2014 - Achille Paliotta
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Immagini di repertorio (Infophoto)

Vent’anni fa un innovatore e visionario, Jeffrey C. Taylor, fondava The Monster Board (TMB). La sua “idea mostruosa”, concepita agli albori del World Wide Web (454esimo dominio registrato) avrebbe assai presto rivoluzionato il mondo della ricerca di lavoro divenendo una delle prime dot.com e soprattutto una delle più profittevoli. Jeff Taylor riusciva, in pochissimi anni, a far accettare, alle imprese e alle persone, un punto di vista diverso su come si era svolta allora la ricerca di lavoro e di come essa potesse essere mutata grazie all’utilizzo, intensivo ed estensivo, delle nuove tecnologie della rete. Più tardi l’avrebbe definito un vero e proprio sogno.

All’epoca, Mr. Taylor possedeva la Adion Inc., una società che pubblicava inserzioni a modulo sui giornali (help wanted ads) e il suo intento era “semplicemente” quello di creare una smisurata bacheca elettronica, estesa e funzionale, in cui domanda e offerta di lavoro potessero finalmente incontrarsi, sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, riducendo al minimo i vincoli di spazio e di tempo. La motivazione economica prevalente era quella di tagliare i costi delle inserzioni a mezzo stampa e le tecnologie telematiche, in via di rapido sviluppo, in quel torno di tempo, potevano, per l’appunto, permettere la realizzazione di questo “miraggio”, così premonitore rispetto ai tempi.

Seppur alquanto diversi fra loro, i primi siti di reclutamento delle agenzie nacquero, quindi, da un’idea comune, quella di trasporre e riprodurre sulla rete la pubblicazione degli annunci di lavoro, già comparsi sui principali quotidiani, per proporre alle aziende e ai candidati un nuovo strumento: lo spazio web svolgeva, dunque, inizialmente una funzione di bacheca virtuale (job board) per le inserzioni.

Lo sviluppo tecnologico e le potenzialità insite nella rete modificarono ben presto, con il passare del tempo, questa impostazione iniziale, trasformando i siti dedicati alla ricerca di lavoro da semplici strumenti di veicolazione di annunci a luoghi virtuali di matching, in grado di offrire una serie di servizi sempre più complessi. Difatti, allo scopo di contrastare i principali concorrenti e di rafforzare la propria quota di mercato, molti operatori estesero la loro catena del valore (value chain) mediante l’erogazione di servizi ad alto valore aggiunto lungo due distinte direttrici di sviluppo: da un lato, i siti ampliarono notevolmente la sezione dei contenuti editoriali, dedicata al mondo del lavoro, dall’altro, si attrezzarono per fornire alle aziende clienti una serie di servizi di consulenza, sia nei processi di reclutamento, sia, più in generale, nei processi di gestione del personale.

Il canale internet, in forza delle sue precipue caratteristiche, nel tempo, ebbe successo grazie a una serie di vantaggi rispetto, ad esempio, al canale più tradizionale della carta stampata e che si può esemplificare, tra gli altri, in una maggiore visibilità nel tempo, poiché l’utente può consultare le inserzioni in rete in qualsiasi momento, e in una maggiore visibilità nello spazio, visto che il fruitore può visionare, semplicemente collegandosi alla rete, annunci di lavoro proposti da aziende straniere.

Oggigiorno, a vent’anni di distanza, altre visioni, altre idee innovative, altri sogni (seppur non così “mostruosi”) fuoriusciti dall’inesausta cornucopia tecnologica statunitense hanno preso vita e si sono concretizzate in potentissime realtà, non solo economiche ma soprattutto simboliche, quotate in Borsa, i social media, che portano i nomi, inverosimili solo pochi decenni orsono, di Facebook, LinkedIn, Twitter e Google+, per trattare solo dei maggiori web brands, mentre altre idee sono in nuce oppure stanno vedendo la luce solo adesso, quale Pinterest che è letteralmente “esploso”, nel corso del 2012, oppure l’ultimissimo fenomeno, Snapchat. Tali visioni vengono diffuse, in maniera oltremodo virale, da inediti dispositivi mobili (devices), smartphones e tablets e dalla correlata espansione di molteplici applicazioni (apps) che su questi dispositivi “girano”.

Ciò premesso, da qui in poi si possono presentare alcuni numeri riguardanti l’accesso alla rete, la fruizione di dispositivi mobili e, in ultimo, la diffusione dei social media poiché essi, molto meglio di tantissime circonlocuzioni, danno l’idea piena di quanto essi si siano diffusi, anche se qui ciò verrà solo brevemente accennato, a mo’ di quadro generale, mentre, nel prosieguo, a livello di modalità di ricerca di lavoro, essi saranno meglio contestualizzati, sia a livello di mercato statunitense che di quello italiano. È chiaro, poi, che gli Stati Uniti, il Paese dove essi sono perlopiù nati e dove si sono sviluppati in maniera esponenziale, è la realtà a cui bisogna guardare, sia per gli aspetti innovativi che per la loro pervasiva diffusione, tanto da rappresentare il benchmark naturale con il quale è obbligatorio misurarsi, nel cercare di mettere a fuoco la realtà italiana che è quello che si cercherà di fare nei prossimi paragrafi.

 

Internet e l’avvento dei dispositivi mobili

Ma cosa ha guidato questa crescita continua dei social media? Il fattore che ha influito maggiormente sembra essere l’utilizzo dei dispositivi mobili. Secondo i dati pubblicati da Nielsen (State of the Media. The Social Media Report 2012), relativi al mercato statunitense, sempre più persone sono connesse alla rete e per un lungo ammontare di tempo. Per quel che riguarda il periodo luglio 2011-luglio 2012, preso in esame dalla rilevazione, il numero di coloro che si connettono alla rete con: un mobile web, cresce dell’82% (da 52.435.000 utenti unici a 95.176.000); una mobile app, aumenta dell’85% (da 55.001.000 utenti a 101.802.000); un personal computer (pc), cala del 4% (da 213.253.000 a 204.721.000).

I minuti totali passati in rete sui dispositivi mobili e sul pc, nello stesso periodo di tempo, invece, sono cresciuti del 21% (da 430.4 a 520.1 minuti) con queste diverse variazioni: mobile apps +120% (da 58.8 a 129.4); mobile web +22% (da 23.0 a 28.1); pc +4% (da 348.6 a 362.7). Dallo studio si rileva anche che le persone continuano a passare più tempo sui social networks che in ogni altra categoria di siti (20% del loro tempo passato sul pc e ben il 30% del loro mobile time). Infine, il 17% del pc time di questi utenti viene “speso”/”investito” su Facebook, il sito più popolare negli Stati Uniti, ma non solo. Un ulteriore fattore che ha determinato la crescita continua dei social mediaè dato dall’avvento della cosiddetta “Generation Y”, la quale essendo nata con la rete è quella che oggi interagisce, in maniera preponderante, con essa; lo si vede anche dalla fascia di età che passa più tempo sui mobile web app che è quella dei 25-34 anni (11.05 minuti) seguita subito dopo da quella dei 18-24 anni (10.15 minuti). Seguono, a maggior distanza, in ordine di età crescente, tutte le altre fasce di età: 35-44 anni (8.46); 45-54 anni (5.20); 55-64 anni (4.06); +65 anni (3.42 minuti).

Adesso vale la pena verificare se la situazione italiana si discosta in qualche modo da quella statunitense oppure se anche nella realtà nazionale vi sia stato un deciso utilizzo dei nuovi dispositivi mobili. La fruizione della rete può essere monitorata mediante i dati Audiweb, dai quali risulta che, nel corso del 2013, l’accesso, da qualsiasi luogo (casa e lavoro) e mezzo (pc,smartphone tablet), ha interessato l’82% della popolazione italiana, tra gli 11 e i 74 anni, pari a 39 milioni di individui, di cui 22 milioni da cellulare e circa 7 milioni da tavoletta digitale. In particolare, disaggregando i dati a livello di circoscrizione geografica, si hanno i seguenti valori, sostanzialmente omogenei tranne un leggero divario del Meridione dal resto del Paese: Centro Italia (86%); Nord Est (85%); Nord Ovest (84%); Sud e Isole (78%). Riguardo ai livelli socio-demografici, la rete si è, oramai, diffusa in maniera omogenea, raggiungendo una penetrazione quasi totale tra i giovani (oltre il 96% degli individui tra gli 11 e 34 anni) e tra i profili più qualificati in termini di istruzione e condizione professionale, in particolare: studenti universitari (100%); dirigenti, quadri e docenti universitari (99%); laureati (98%); imprenditori e liberi professionisti (98%); impiegati e insegnanti (98%); studenti di scuole medie e superiori (98%). Da evidenziare che essa è assai diffusa anche tra chi è in cerca di prima occupazione (91%).

Più in dettaglio, l’accesso alla rete da casa, attraverso un pc, costituisce la modalità, da sempre, più utilizzata (35 milioni di individui tra gli 11 e i 74 anni, vale a dire il 75% dei casi). Sono, difatti, 15 milioni le famiglie che dispongono di un accesso a internet da casa attraverso un computer, con un tasso di penetrazione che supera l’86% tra le famiglie con quattro o cinque componenti. Inoltre, il 72% delle famiglie con accesso alla rete da casa tramite pc (10,8 milioni) dichiara di disporre di una connessione Adsl/Fibra ottica e quasi la totalità ha un abbonamento flat (10,2 milioni di famiglie). Infine, l’audience online da personal computer, nel 2013, ha registrato un valore medio giornaliero di 13,6 milioni di utenti e una media mensile di 28 milioni di utenti online.

Il profilo socio-demografico di coloro che si connettono da cellulare è chiaramente giovanile (oltre il 70% degli individui di età compresa tra gli 11 e 34 anni) e qualificata, in termini di istruzione e condizione professionale, in particolare: dirigenti, quadri e docenti universitari (79%); imprenditori e liberi professionisti (74%); laureati (69%); studenti universitari (77%).

Il profilo socio-demografico degli utenti che fanno, invece, uso del tablet è sicuramente più qualificato, in termini di istruzione e condizione professionale; difatti, a fronte di una diffusione media del 14,6% (sull’intera popolazione dagli 11 ai 74 anni), si registra una percentuale assai maggiore per: dirigenti, quadri e docenti universitari (36%); imprenditori e liberi professionisti (35%); laureati (28%). Si segnalano, inoltre, valori più elevati tra coloro che vivono nei centri più popolosi (con più di 100.000 abitanti) e nelle fasce di popolazione più giovani, in particolare tra gli studenti, universitari e non.

 

(1- continua)

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