SPILLO/ I “fossili” che non aiutano il lavoro in Italia

In un’epoca in cui si parla di “professionalizzazione per tutti”, l’innovazione sul lavoro riveste una grande importanza. ACHILLE PALIOTTA ci mostra alcuni numeri sull’argomento

30.01.2015 - Achille Paliotta
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In unprecedente articolo si sono presi in considerazione alcuni aspetti, di quadro generale, relativi agli andamenti della struttura occupazionale italiana e si è anche provato a delineare qualche tendenza di medio periodo su dove questo sistema produttivo si stia indirizzando (con la crescente creazione di molteplici posizioni lavorative di bassa qualificazione), dopo aver commentato i dati sul cospicuo aumento delle occupazioni non qualificate e il contestuale decremento delle professioni tecniche e specializzate. Sempre facendo riferimento alla stessa indagine Isfol-Istat, Le professioni in tempo di crisi, si possono ora mettere in evidenza alcuni elementi di natura squisitamente qualitativa che possono confermare o meno tali tesi. 

L’obiettivo della ricerca Isfol-Istat è stato provare a descrivere quali innovazioni erano presenti nella struttura occupazionale nazionale, nei tre anni precedenti l’intervista, distinguendo tra quelle dovute a: tecnologie e macchinari; prodotti o servizi; materiali; organizzazione del lavoro; riferimenti normativi. In questo modo, si sono provate a individuare quelle occupazioni che sembrano mostrare gradi crescenti di apertura nei confronti delle trasformazioni attuali palesando così una maggiore dinamicità e vitalità rispetto a quelle che, invece, sembrerebbero essere connotate, all’opposto, da staticità e impermeabilità tanto da poter essere considerate, in una prospettiva ventura, maggiormente vulnerabili e a rischio di rapida obsolescenza. 

In generale, le occupazioni, nell’ottica della “professionalizzazione per tutti”, dovrebbero cercare di innovare continuamente sia la propria “base cognitiva”, su cui sono state fondate e da cui traggono la loro legittimazione sociale (vale a dire, l’aggiornamento dei contenuti disciplinari, l’obbligatorietà dei tirocini, l’acquisizione di diversi “accreditamenti”, la frequentazione di corsi formativi, ecc.), sia lo specifico “campo d’azione”, propedeutico alla conquista di nuovi mercati nei quali offrirsi come detentrici, in esclusiva, di specifiche competenze e abilità tecniche. 

Detto in altri termini, il consolidamento, l’espansione, nonché l’esistenza stessa, di un gruppo occupazionale, oltre a essere indissolubilmente legato all’acquisizione di un sapere specialistico, lo è ancor di più alla continua capacità di rispondere alle mutevoli richieste provenienti dal mercato e dai clienti. E il mercato, divenuto oramai strettamente interconnesso, è indubbiamente connotato da forti segnali di trasformazione sociale, tecnologica e organizzativa. 

Cercare di rispondere a tali quesiti non è, però, sicuramente facile, poiché le variabili da prendere in considerazione sono veramente tante e nessuna singola indagine lo può fare davvero in maniera esaustiva. È sicuramente meno complicato, allora, piuttosto che rilevare tali trasformazioni sul posto di lavoro, intervistare il personale addetto. Va specificato qui, dunque, a mo’ di avvertenza iniziale, che ciò che è stato sondato è la percezione che gli intervistati hanno nei riguardi del loro lavoro e che, pertanto, i dati seguenti non dovrebbero essere necessariamente intesi come indicatori reali della presenza o meno di innovazioni sia all’interno della professione che, più in generale, nella struttura occupazionale italiana (su quest’ultimo aspetto vanno rimarcate le notevoli performances di alcuni comparti di eccellenza, come messo in rilievo, in tante occasioni, da Marco Fortis). 

Tuttavia, la percezione che gli interessati hanno della propria, quotidiana, attività lavorativa rappresenta pur sempre un utilissimo segnale per fare luce su quale sia la loro personale riflessione, una sorta di sommaria autovalutazione, delle caratteristiche ideal-tipiche del loro fare giornaliero, soprattutto quando esso si riferisce sia alle innovazioni che alle modalità di aggiornamento professionale.

 

Innovazione

Ciò premesso, le innovazioni, o almeno la percezione che di esse ne hanno gli intervistati, sembrano essere veramente delle sconosciute vestali di cui tanto si parla ma che poche volte è dato incontrare nel proprio ambito lavorativo. Solo un’occupazione su quattro (il 26%) ha, difatti, fatto riscontrare una trasformazione nelle modalità di svolgimento del proprio lavoro (le occupazioni per le quali la maggioranza degli intervistati, con una percentuale di almeno il 60%, si sono espresse in maniera positiva). Tali occupazioni rappresentavano, nel 2012 (il periodo preso in esame), in base alle rilevazioni della Forze di lavoro dell’Istat, il 24% degli occupati totali. Dall’indagine, emerge, dunque, come dato sintetico, l’impalpabile diffusione delle pratiche innovative, almeno nella percezione di coloro che vorrebbero farne un utilizzo maggiormente intensivo. 

Questo dato si può ulteriormente approfondire disaggregandolo per i grandi raggruppamenti professionali (della classificazione delle professioni Istat CP 2011) i quali, per quest’analisi, sono stati riclassificati da otto a sei. In questo modo, nonostante il valore complessivo medio sia oltremodo basso, si può vedere come venga sostanzialmente confermato uno iato tra le professioni maggiormente qualificate rispetto alle altre, ovvero quelle del commercio, dei servizi e manuali. 

In dettaglio, qui di seguito, vengono riportati tutti i valori per ogni raggruppamento professionale:

“Dirigenti/imprenditori”: normativa di riferimento (34,4%); tecnologie e macchinari (24,7%); organizzazione del lavoro (20,2%); prodotti o servizi (11,5%); materiali (4,4%). 

“Professioni della conoscenza”: tecnologie e macchinari (27,3%); riferimenti normativi (27,1%); organizzazione del lavoro (15,1%); prodotti o servizi (9,1%); materiali (6,3%).

“Professioni esecutive d’ufficio”: tecnologie e macchinari (30%); riferimenti normativi (29,9%); organizzazione del lavoro (16,2%); prodotti o servizi (7,7%); materiali (2,6%).

“Professioni del commercio e dei servizi”: tecnologie e macchinari (18,0%); riferimenti normativi (15,8%); organizzazione del lavoro (9,6%); prodotti o servizi (6,6%); materiali (5,8%).

“Professioni manuali qualificate”: tecnologie e macchinari (20,9%); riferimenti normativi (14,5%); materiali (7,3%); organizzazione del lavoro (7,3%); prodotti o servizi (6,6%).

“Professioni manuali non qualificate”: tecnologie e macchinari (10,4%), riferimenti normativi (7,1%), organizzazione del lavoro (5,5%), prodotti o servizi (4,6%); materiali (3,0%).

A livello di singola professione, coloro che indicano i maggiori cambiamenti tecnologici sono soprattutto le professioni del settore audiovisuale e delle telecomunicazioni e i tecnici informatici (con valori di poco superiori al 50%). Decisamente più contenuti sono, invece, i cambiamenti di carattere organizzativo, i quali afferiscono soprattutto (ma con valori comunque esigui, compresi tra il 27 e il 33%) agli operai dei processi automatizzati e agli impiegati e dirigenti della Pubblica amministrazione. In quest’ultimo comparto sembrano esservi, comunque, le professioni la cui soggettiva percezione (il 70%) ha evidenziato un processo di trasformazione in atto, perlopiù direttori, dirigenti e funzionari della Pa, soprattutto nei comparti della sanità, dell’istruzione (docenti ordinari e associati), della ricerca (ricercatori degli Enti pubblici di ricerca) e, ancora, dirigenti e funzionari della magistratura, tecnici dei servizi pubblici e della sicurezza.

Da questo quadro dettagliato si vede assai bene come il pattern innovativo sia sempre sostanzialmente lo stesso con un utilizzo maggiore delle tecnologie e dei macchinari seguiti, a brevissima distanza, dai riferimenti normativi e, solo con un certo distacco, dall’organizzazione del lavoro e, ancor più, dai prodotti o servizi e materiali. Questo patternviene smentito, in parte, solo in alcuni casi: nel primo raggruppamento, quello dei dirigenti e imprenditori, dove i riferimenti normativi sono di gran lunga i maggiori, e negli ultimi due gruppi occupazionali, dove i materiali fanno registrare dei valori superiori, seppur di poco, ai prodotti o servizi. 

Dalla lettura di questi dati, si potrebbe sostenere che la poca innovazione che è stata iniettata nella struttura occupazionale italiana sia consistita, di fatto, in poche tecnologie e forse, in misura maggiore, in macchinari, soprattutto nelle occupazioni manuali, mentre la produzione normativa mantiene dei valori molto elevati nei primi tre raggruppamenti, quelli maggiormente qualificati. Per queste ultime professioni si potrebbe pensare che le continue normative siano necessarie a raggiungere diversi obiettivi, quali regolamentare conflitti giurisdizionali, favorire l’introduzione di innovazioni tecnologiche, fornire interpretazioni legittime, ecc. Tutte situazioni siffatte le quali, seppur hanno a che fare sia con la “base cognitiva”, sia con lo specifico “campo di azione”, spesse volte si limitano a produrre un consistente accumulo di atti regolatori, nonché di correlata interpretazione degli stessi, ma poco hanno a che fare con i reali processi innovativi, sulla cui diffusione è, dunque, lecito nutrire più di qualche dubbio. 

 

(1- continua)

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