I NUMERI/ Disoccupazione, la “rottamazione” mancata da Renzi

- Giancamillo Palmerini

Nonostante il Jobs Act e la decontribuzione, il Governo stesso non prevede un significativo calo della disoccupazione nei prossimi anni. Di GIANCAMILLO PALMERINI

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Si è avviato, in questi giorni, il percorso parlamentare che dovrà portare allapprovazione della Legge di stabilità, una volta si sarebbe detto la Finanziaria, per il 2016. Sono usciti, quindi, improvvisamente fuori gufi di ogni genere: i tecnici delle Camere, le Regioni e i pericolosi ed eversivi sindacati.

Nella sua audizione in Commissione, Susanna Camusso ha, ad esempio, subito chiarito che secondo la Cgil siamo di fronte a una manovra non espansiva, che non crea lavoro per i giovani, sbilanciata verso le imprese e che opera a scapito del Paese. La leader maxima della Cgil ha subito sottolineato, parlando di lavoro, come solo per il 2015, oltre ai 5 miliardi di euro già previsti per la deduzione del costo del lavoro dall’imponibile Irap, nei primi otto mesi dell’anno si contano 1,4 miliardi di euro di mancata contribuzione per effetto degli incentivi legati al Jobs Act. In questo caso si è rimarcato come, a fronte di tali significativi incentivi per la creazione di un’occupazione “stabile”, i dati Istat rilevino, tuttavia, una crescita di soli 106.310 occupati “permanenti” nel periodo gennaio-agosto 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La segretaria del sindacato rosso, insomma, non è assolutamente tenera con il governo. Si sostiene, infatti, che con questa Legge di stabilità il Governo non crei occupazione e non riduca affatto la disoccupazione. Si ricorda, infatti, come già dalla Nota di aggiornamento del Def 2015, malgrado le costose misure di decontribuzione per i nuovi assunti con il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act e di deduzione dall’Irap del costo del lavoro dei dipendenti a tempo indeterminato, previste nella scorsa Legge di stabilità per il triennio in corso, il Governo programmasse un ritmo di crescita dell’occupazione piuttosto lento (dallo 0,1% del 2015 allo 0,7% del 2018) e poco ambizioso, visto che la platea dei disoccupati sfiora i 6 milioni contando anche le cosiddette “forze di lavoro potenziali”. 

Anzi, nella stessa Nota si immaginava un tasso di disoccupazione sopra il 10% anche nel 2019. Questo significa, inoltre, che, con la Legge Fornero e senza cambiamenti dell’assetto previdenziale, si immagina un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile attorno al 40% per tutti i prossimi 5 anni. Una scelta, almeno secondo la Cgil, poco sensata anche in riferimento all’inflazione, che si prevede al di sotto del 2% fino al 2020. 

Nei prossimi giorni si vedrà quale sarà la reazione a queste critiche e osservazioni da parte dell’esecutivo e da parte di Matteo Renzi. La prima sensazione è che si andrà a uno (l’ennesimo) scontro frontale. È da auspicare, tuttavia, che il Governo colga l’occasione per cambiare atteggiamento e faccia proprie almeno alcune delle riflessioni che la Cgil e le altre organizzazioni delle parti sociali stanno illustrando in questi giorni.

L’obiettivo di chi governa dovrebbe essere, infatti, quello di #rottamare la disoccupazione e non, come spesso si ha la sensazione, ogni forma anche soft, di legittimo dissenso rispetto alle scelte governative e di richiesta di un maggiore dialogo, sicuramente da innovare, con le parti sociali.





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