I NUMERI/ Le “trappole” nei dati su contratti e lavoro

- Francesco Giubileo

Recentemente abbiamo assistito a un balletto sull’occupazione, con dati contrastanti diffusi nell’arco di pochi giorni. FRANCESCO GIUBILEO ci spiega perché è successo

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Prima il Presidente dell’Inps Tito Boeri sulle richieste di decontribuzione per assunzioni a tempo indeterminato, poi il ministro del Lavoro Giuliano Poletti che ha reso pubblici i dati sulle assunzioni avvenute tra gennaio e febbraio, le quali sarebbero cresciute del 38,4%, e infine sono arrivati i dati Istat, che parlano di un quadro sostanzialmente identico al passato, anzi i disoccupati sarebbero ben 23 mila in più. I vari comunicati hanno prodotto il “caos”, c’è chi parla di complotto, di “truffa” da parte del Governo, chi invece vorrebbe riformare l’intero sistema dell’analisi dei dati e così via. In realtà, non c’è stato nessun complotto o errore, semplicemente si tratta di due strumenti diversi che studiamo il mercato del lavoro e producono informazioni totalmente diverse.

I dati del ministero sono le cosiddette Comunicazioni obbligatorie (Co), ovvero informazioni che le aziende trasmettono al ministero del Lavoro, tramite compilazioni (prevalentemente on-line) che una volta raccolte formano un vero “tesoro”, un censimento delle assunzioni di carattere subordinato (dove si comprendono anche i rapporti parasubordinati e tirocini). Dal censimento restano escluse: le Partite Iva (soci-cooperativa o associati in partecipazione compresi) che sono informazione disponibile presso la Camera di Commercio ma non facili da utilizzare per l’analisi dei dati; tutte quelle informazioni che sfuggono alle Comunicazioni obbligatorie perché antecedenti alla nascita di questo sistema di raccolta di informazioni oppure perché sono lavoro sommerso.

Questo strumento permette di realizzare modelli di analisi accurati, ad esempio mappe di densità per individuare bacini occupazionali e sviluppare di conseguenza azioni di marketing territoriale per migliorare il network dei servizi per l’impiego, ma purtroppo fornisce solo un quadro parziale del mercato del lavoro, per questo si chiamano dati di “flusso”, che spesso generano anche confusione. 

In Italia all’anno ci sono circa 10 milioni di avviamenti al lavoro, ma questo dato non significa che altrettante persone hanno trovato un lavoro. Infatti, soprattutto per alcune tipologie professionali, si tratta della stessa persona assunta più volte all’anno. Questo capita di frequente per attività connesse al commercio e al settore alberghiero. In alcuni casi si tratta effettivamente di nuove assunzioni (la persona ha trovato nello stesso anno più lavori), in altri il dato è solo “fittizio”, si tratta di una sorta di proroga non registrata come tale. A ciò si aggiunge, il noto problema del sistema di istruzione scolastica, la modalità di assunzione a termine e le supplenze producono in questo settore un dato non affidabile.

Al contrario i dati Istat offrono un quadro complessivo del mercato del lavoro in Italia. Tale quadro, a differenza delle Comunicazioni obbligatorie, è però una stima, ovvero una possibile approssimazione di quanto avviene nel mercato del lavoro attraverso un campionamento della popolazione italiana. La scelta del campione viene realizzata attraverso procedure complesse e ai soggetti estratti, se disponibili (per legge non sono previste sanzioni in caso di rifiuto), si somministra un questionario.

La procedura appena descritta presenta lacune non indifferenti, forse maggiori rispetto alle Co, quali: la desiderabilità sociale di chi risponde (potrebbero distorcere alcune informazioni); l’auto-selezione del campione (alla fine rispondono solo coloro che sono disponibili ai sondaggi) che riduce il livello di accuratezza della stima; e infine il rischio di errore o manipolazione dell’informazione da parte dell’intervistatore. Per evitare tali problemi l’Istat interviene in due maniere: l’indagine riguarda decine e decine di migliaia di soggetti, in modo che queste distorsioni risultino contenute; i dati una volta raccolti subiscono una serie di confronti con altre fonti amministrative, che vanno dal database dell’Agenzia delle Entrate alle stesse Comunicazioni obbligatorie. 

Tuttavia, è bene ribadire che anche in presenza di strumenti volti a migliorarne la stima, i dati Istat si prestano bene al calcolo dei tassi di occupazione, disoccupazione o inattività (cosa che non è possibile fare oggi con altre fonti amministrative) oppure per conoscere l’uso o meno di alcuni canali di ricerca del lavoro (contatti tra amici, agenzia di selezione, autocandidature, ecc.), ma non possono essere utilizzati per strumenti utili alle politiche attive, perché non sufficientemente precisi (fornirebbero un quadro aggregato troppo approssimativo).

Alla luce di quanto descritto, i commenti del Ministro Poletti non sono in contrasto con quanto dichiarato dall’Istat: l’analisi è stata fatta sulla base di due dati con fonti distinte (fonti amministrative vs indagine campionaria), raccolti in modo altrettanto diverso (Co dato oggettivo e parziale vs Istat dato soggettivo e complessivo) e indicatori diversi (avviamenti al lavoro vs tasso di occupazione o stima dei lavoratori assunti).

In altre parole, è assolutamente possibile che le Comunicazioni obbligatorie mostrino un quadro positivo, semmai l’errore del Ministro Poletti è stato quello di divulgare i dati amministrativi senza opportune verifiche (questi dati spesso subiscono variazioni o modifiche rispetto alle comunicazioni iniziali, sono pertanto necessarie accurate analisi per avere un dato definitivo relativo a un determinato periodo), mentre tale quadro non è rilevato dall’Istat che richiede più tempo per la raccolta delle informazioni e necessita anche di un tempo maggiore per evidenziare modifiche consistenti nel mercato del lavoro.

Dentro a questa confusione e complessa situazione, esiste una soluzione e richiama i dati citati dal Presidente dell’Inps Tito Boeri, ovvero sfruttare dopo una serie di attente verifiche e opportune integrazioni con altre fonti amministrative i micro-dati dell’istituto di previdenza sociale, l’unico in grado di analizzare il mercato del lavoro nella sua intera complessità a un livello di accuratezza e precisione nettamente migliore rispetto all’indagine Istat sulle forze di lavoro.

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