NUOVA UE/ Dalla Merkel a DB: la settimana nera dei nuovi malati d’Europa

- Stefano Bressani

Tutto in sette giorni nerissimi come un pezzo di bandiera tedesca: dalla resa della cancelliera di Berlino a quella dei banchieri di Francoforte

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Il presidente francese Emmanuel Macron con la cancelliera tedesca Angela Merkel (LaPresse)

Martedì scorso – al termine del Consiglio europeo sulle nomine – la cancelliera tedesca Angela Merkel ha tenuto una conferenza stampa breve, banale, imbarazzata. Ha dovuto confermare una circostanza surreale:  il primo presidente tedesco della Commissione Ue nell’era di Maastricht, Ursula von der Leyen, era stata appena eletta dal Consiglio con l’astensione della Merkel, sua ex cancelliera e attuale leader di partito nella Cdu (ma il “contratto di governo” a Berlino non ha concesso deroghe alla netta contrarietà della Spd a Von der Leyen : che pure aveva retto in passato il dicastero della Difesa in una cornice di grande coalizione).

E mentre il presidente francese Emmanuel Macron festeggiava una nuova governance “interamente francofona” a Bruxelles, la Merkel doveva limitarsi a felicitare “due donne” ai vertici dell’Unione (oltre alla von der Leyen, la francese Christine Lagarde alla Bce): come se questo non segnasse in realtà la fine dell’esclusiva della cancelliera tedesca come potente “quota rosa” della grande politica globale. Poche battute ellittiche di circostanza sulla clamorosa sfiducia corale giuntale dai leader del Ppe sulla cervellotica candidatura del socialista olandese Frans Timmermans. Un rammarico d’ufficio dello spitzenkandidat bavarese del Ppe, Manfred Weber, bocciato assieme al tentativo di agganciare il capo della commissione Ue al voto degli euro-elettori.

Da allora “Merkel IV” – “The Europe’s Queen”, secondo l’ironico appellativo della stampa britannica – non ha più parlato: alimentando nuove voci su un momento di prostrazione personale prima ancora che politica. I media tedeschi, a cominciare dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, hanno cercato di riempito il vuoto con una violenta campagna a difesa della capitana-pirata Rackete e contro il vicepremier italiano Matteo Salvini, fino al grottesco appello di sabato del ministro dell’Interno tedesco. Horst Seehofer, a riaprire i porti siciliani. Ma lo stesso Seehofer, l’estate scorsa, era uscito sconfitto da un duro scontro con la stessa Merkel sulla necessità di chiudere le frontiere bavaresi, anche per contrastare la continua emorragia di voti della Csu.

I media finanziari internazionali hanno invece scandito una raffica di red alert ai vertici della Deutschland Ag, la poderosa macchina finanziario-industriale in azione fra Monaco e Amburgo, fra la Ruhr e Francoforte. Venerdì il capo della Bmw, Harold Kruger, ha annunciato il ritiro dopo aver verificato la mancanza di fiducia da parte dei grandi azionisti per un possibile rinnovo di mandato (Bmw ha perso il 35% del suo valore in Borsa ed è considerata dagli analisti non pronta alle sfide della nuova mobilità). Nelle stesse ore ha gettato la spugna anche Garth Ritchie, capo della discussissima divisione di investment banking della Deutsche Bank: il “pozzo nero” delle perdite sulla finanza derivata che la più grande banca tedesca ha accumulato a cavallo della crisi finanziaria (e finora tenuto “congelato” grazie a controverse normative e azioni di vigilanza Bce). Poche ore dopo, dimissioni forzate per il dioscuro del retail banking, Frank Strauss. teste mozzate alla vigilia del board di ieri, in cui il Ceo Christian Sewing ha scoperto le carte (anche se non tutte)

Una pulizia monstre da 74 miliardi di euro, ma per un corrispettivo lordo di 288 miliardi: le cifre della “ristrutturazione” Deutsche sono impressionanti, ma non è ancora chiaro quante sono le “perdite reali che dovranno essere ripianate e chi lo farà. I conti andranno in rosso, ma per ora la banca non lancerà una ricapitalizzazione. Invece – dietro il preannuncio di un drastico ridimensionamento delle attività di trading – è chiaramente atteso il sostanziale ritiro da Wall Street: vent’anni dopo lo sbarco-sfida oltre Atlantico ai colossi.

La grande malata d’Europa è la Germania. Non è una buona notizia: ma è una notizia. Ignorarla, negarla o nasconderla non serve: né alla Germania, né all’Europa, né alla Gran Bretagna che insiste a voler lasciare l’Europa. E lascia la Ue afona di fronte a un Vladimir Putin che dice al Financial Times che “la civiltà liberale è obsoleta” e poi viene in Italia per chiedere all’Europa di farla finita con le sanzioni alla Russia. Con cui la Merkel ha colpito anzitutto i grandi gruppi tedeschi: già bombardati da ovest dall’America First di Trump.

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