BANCHE/ Contro la crisi Credit Agricole sceglie la tradizione

- Gianni Credit

La prima banca francese (tra le prime dieci del mondo) cambia i propri vertici scegliendo nella sua tradizione la sua exit strategy manageriale della Grande Crisi

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Un leader agricolo alsaziano e un “rural banker” (così lo ha definito la Reuters) originario dell’Ardèche, un dipartimento nel sud-est francese. Tutt’e due provenienti da quella “Francia profonda” che ha sempre alimentato il Credit Agricole di soci (6milioni tra agricoltori e piccoli imprenditori) e di clienti per le 7.200 filiali (un terzo del mercato francese).

Saranno Jean-Marie Sander (alla presidenza) e Jean Paul Chifflet, come direttore generale, a guidare la “Banque Verte” che oltre a essere il primo colosso creditizio d’Oltralpe è fra le prime 5 d’Europa e le prime 10 del mondo. E l’Agricole resta, in assoluto, il primo cooperativo strutturato del pianeta: la capogruppo (Caisse Nationale du Credit Agricole) è controllata da 41 Caisses Regionales, che a loro volta fanno da contenitori a oltre 2.500 casse locali. Ed è la loro Federazione il vero “patto di sindacato”: il punto di sintesi delle volontà e delle decisioni di oltre 32mila amministratori sparsi per l’Esagono.

E non è un caso che Sander e Chifflet siano rispettivamente il presidente e il segretario generale della Fnca: a riprova di come una grande banca europea non immune da rovesci, cerca nella sua tradizione la sua exit strategy manageriale dalla Grande Crisi.

Proveniva dalla “pancia” dell’Agricole anche la coppia uscente: il presidente René Carron (un “boss” verde della Savoia) e il Ceo Georges Pauget, un intero cursus interno al gruppo. Sono stati certamente loro ad attraversare la bufera di subprime e derivati, senza tenerne l’Agricole sufficientemente lontano, anche se la proiezione sui mercati finanziari globali era implicita nell’acquisizione del Credit Lyonnais, al giro di boa del millennio. Fu allora che il Credit Agricole approdò in Borsa, ma senza che le cooperative ne perdessero il controllo assoluto, assieme ai dipendenti.

È questa situazione che ha fatto sì che i leader regionali mettessero sotto pressione i vertici: la necessità di un aumento di capitale di 6 miliardi di franchi per rinforzare il bilancio non poteva ovviamente essere indolore, ma l’avvicendamento manageriale non ha messo in discussione il modello, anzi.

Le coop creditizie francesi hanno deciso di segnare la sterzata verso le radici con due nomine totalmente “ortodosse”. Solo nel passaggio cruciale della privatizzazione negli anni ‘80 (pressoché quasi in parallelo con quella delle mutue assicurative alla base di Axa) la Banque Verte fu pilotata da un tecnocrate come Philippe Jaffrè, allievo dell’Ecole Nationale d’Administration.

 

Ma prima e dopo l’Agricole è sempre stato innervato nella società economica nazionale, nel tessuto imprenditoriale tendenzialmente lontano dalla speculazione finanziaria e più vicino alle istanza dello sviluppo del sistema-paese. È da qui che una delle centrali del credito cooperativo europeo (con presenze forti anche in Italia: CariParma) vuol ripartire.

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