USA/ Il piano Geithner e la vittoria di Wall Street su Obama

- Gianni Credit

Non è certo che Obama e il suo bistrattato ministro del Tesoro abbiano voluto arrendersi, anzi hanno provato a reggere, sia dal punto finanziario che politico

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I banchieri di Wall Street: a) hanno violato le regole della prudente gestione – e in qualche caso del codice penale – e hanno lasciato milioni di persone senza casa in America e senza risparmi in tutto il mondo; b) hanno intascato nel contempo stipendi e bonus fantamilionari, in qualche caso trasferendoli direttamente dalle tasche altrui.

 

Gli stessi banchieri pretendono ora: a) di essere salvati grazie alle tasse pagate dei medesimi danneggiati (che quindi beneficeranno di minor spesa sociale e diventeranno cittadini di uno Stato più indebitato); b) di non rispondere né in via finanziaria né tanto meno in via giudiziaria dei danni causati (salvo benefici – rigorosamente fiscali – ad hoc per gli investitori super-Vip dei fondi Madoff); c) di proseguire indisturbati a gestire i mercati senza restrizioni per il futuro: anzitutto – ancora una volta – sui loro bonus.

Se sottoscrivete la sostanza di questo schema interpretativo, c’è il caso che veniate subito catalogati come manichei, demagogici, “giustizialisti” della crisi finanziaria, pericolosi “antimercatisti”. Più oggettivamente è probabile che vi troviate oggi tra coloro che hanno storto la bocca di fronte al “piano Geithner” annunciato ieri sera a Washington come “soluzione finale” della crisi bancaria.

Sareste comunque in buona compagnia: ad esempio con il Nobel per l’Economia 2008 Paul Krugman che sul New York Times ha criticato l’amministrazione Obama per essersi mostrata «troppo dipendente» dall’establishment finanziario. Potreste trovarvi d’accordo anche con gli analisti del Credit Suisse che – un’ora dopo il comunicato del Tesoro Usa – hanno subito mandato in rete tutto il loro “scetticismo” tecnico sull’impatto del piano e hanno ribadito la loro preferenza per la ricapitalizzazione delle banche piuttosto che per la maxi-ripulitura di titoli tossici.

Non vi è spiaciuta, probabilmente, la durezza di un economista italiano di Chicago, come Luigi Zingales, che stamattina sulle colonne de Il Sole 24 Ore ha accusato il nuovo esecutivo democratico di aver partorito nulla più e nulla meno che un “regalo” a Wall Street. Quest’ultima, tuttavia, ieri sera, puntualmente, ha ringraziato: regalando – a sé e a Obama – il primo, vero, convinto rally dopo il cambio alla Casa Bianca. Le Borse mondiali pure e i titoli bancari – anche in Piazza Affari – hanno trainato gli indici.

«La crisi è finita, i mercati hanno sempre ragione, il piano Geithner funziona e sarebbe stato bene far funzionare da subito il piano Paulson, basta con le polemiche e i moralismi sugli aiuti pubblici e gli stipendi dei banchieri». Questo vi sarà presumibilmente obiettato da chi adotta uno schema interpretativo opposto al vostro. Il sistema bancario ha accusato (soltanto) un (grosso) incidente di percorso e non affatto rivelato di essersi trasformato in una bisca fraudolenta.

La responsabilità di chi ha concesso i mutui subprime, li ha poi trasformati in derivati o li ha sottoscritto come gestore di fondo comune o fondo pensione non sono minori di quelle di chi ha chiesto/accettato quel mutuo insostenibile o di chi ha comprato un prodotto finanziario legato a operazioni ad alto rischio. Un risparmiatore che ha perso tutto, almeno in parte, non ha vigilato abbastanza su chi e come gestiva i suoi soldi.

Gli aiuti pubblici? Sono il costo di cui una collettività non può alla fine non caricarsi se non ha investito abbastanza nella vigilanza dei sistemi finanziario: se non ha dato più mezzi a banche centrali e authority, se non ha spinto i propri parlamenti a varare regole di governance societaria e istituzioni di supervisione realmente funzionanti. E sui bonus ai banchieri vi sentirete ripetere: è possibile pagare il capo di un’organizzazione internazionale con decine di migliaia di professionisti come un direttore regionale delle poste?

Attenzione: se tra sei mesi la stabilizzazione del sistema bancario si tradurrà in un ripresa dei mercati azionari, in un allentamento del credit crunch globale, nella diminuzione dei rischi di default di interi Stati e in un’accelerazione complessiva dell’uscita dalla recessione, avranno ragione i fautori della seconda visione e non solo culturalmente. Sarà certificato che i mercati finanziari sono «troppo grandi, troppo importanti per fallire», anzi: possono dettare sempre e comunque le loro regole alla politica e alla società civile. Saremo probabilmente entrati in una forma diversa di democrazia – e forse sarà il caso di discuterne. Ma il fatto storico – l’uscita dalla crisi – non potrà essere negato.

Non è certo che Obama e il suo bistrattato ministro del Tesoro abbiano voluto arrendersi, anzi: sollecitando il settore privato a un sostanziale “contributo di solidarietà” alla gestione della crisi, hanno provato a reggere, sia dal punto finanziario che politico. È chiaro che – dal punto di vista del neo-eletto presidente-democratico-nero – Wall Street non può pensare di salvarsi e di lucrare sul proprio stesso salvataggio per il fatto che l’Azienda America, il suo dollaro, il sistema pensionistico non possono collassare. Però ieri il Tesoro ha messo sul tavolo da 75 a 100 miliardi per mettere in piedi cinque “discariche” (bad bank) per almeno metà dei 2mila miliardi ufficiali di asset tossici e il settore privato si è limitato a festeggiare il rialzo delle Borse.

E si attende ancora che banche, hedge fund e altre istituzioni private investano cifre comparabili in queste maxi-holding che – nelle aspettative – dovrebbero rilevare a costo molto basso i titoli illiquidi e liquidarli poi nel tempo con riprese di valore. Il prezzo di “scarico” sarà ovviamente decisivo nel far pesare il costo sulle banche (sui loro azionisti, creditori e manager) oppure sulla bad bank: e quindi anche sui contribuenti che le finanziano.

Così come resta bollente il nodo dei bonus: le banche (non solo in America) sono state ricapitalizzate e ora vengono anche “ripulite” (e ora si passerà prevedibilmente ai colossi dell’auto). E’ giusto che chi ha gestito queste aziende finora rimanga al suo posto o abbia impunità finanziaria e giudiziaria? I casi di Merrill Lynch (8 supermanager auto-premiati prima della fusione in BankAmerica, aiutata da fondi pubblici) e di Aig (l’istituzione più aiutata in assoluto) costituiscono precedenti poco incoraggianti.

Vedremo ora se al G-20 di Londra (prima uscita europea di Obama) i capi di Stato serreranno i ranghi, incuranti delle accuse strumentali di ri-statalizzazioni indebite; o se invece l’apertura del cantiere sul “nuovo ordine finanziario” sancirà i confini di fatto segnati dalla crisi: con i banchieri a sfidare i politici a “venirli a prendere” nei loro bunker.

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