FINANZA/ Economia e/o fiction: la memoria di Mattei nei giorni di Marchionne

- Gianni Credit

Se Mattei era avversato dall’America e da Wall Street, Marchionne è stato cercato dalla Casa Bianca per togliere dal fuoco le castagne di Detroit. Ma entrambi sono prototipi di manager professionali

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La “fiction” di Raiuno (“Enrico Mattei, l’uomo che guardava al futuro”) già nell’ampia critica preventiva conferma che il fondatore dell’Eni rimane un personaggio gigantesco e scomodo nella storia imprenditoriale del paese. E fa impressione vedere – nelle due pagine dedicate da Il Corriere della Sera – spuntare un riquadro (giustamente piccolo e vagamente imbarazzato) riservato ai quattro articoli violenti e velenosi riservati a Mattei da Indro Montanelli nell’estate del ’62 appena tre mesi prima del misterioso incidente aereo di Bescapè.

La firma-principe del quotidiano della Milano industriale non usò toni molto diversi da quelli sostanzialmente minatori del Financial Times, due giorni prima della morte tragica del leader dell’Eni: «Il signor Mattei dovrà andarsene?». Allora, in ogni caso, le sette sorelle angloamericane del petrolio fecero a gara con l’establishment finanziario e industriale italiano nel combattere senza posa il grande pioniere di un capitalismo di Stato aggressivo e innovatore.

Alle prime non garbava certo che il manager pubblico di un paese piccolo (e vinto da poco in guerra) girasse per il Vicino Oriente scosso dai venti della decolonizzazione alimentando l’idea che «il petrolio è delle nazioni arabe»; né che lo stesso Mattei – anche nei suoi rapporti con l’Unione Sovietica – forzasse un’apertura “plurale“ e multilaterale delle economie nazionali, addirittura a cavallo dei blocchi. Il “gotha” del capitalismo nazionale, dal canto suo, non tollerava che proprio alle porte di Milano, le ceneri di un sogno fascista (l’autarchia energetica, il petrolio italiano) avessero fertlizzato una multinazionale statale, potente ai limiti della spregiudicatezza: ma anche autonoma scuola di impresa manageriale in un’Italia di grande industria familiare strutturalmente collusa con lo Stato e con il regime mussoliniano.

Non è un caso che la “fiction” sia stata fortemente voluta da Ettore Bernabei, il patron della Lux Vide, che fu – quasi negli stessi anni di Mattei – uno dei tecnocrati di Amintore Fanfani, teorico e artefice politico della “nuova” economia mista del boom del dopoguerra. E non è stata solo tattica politico-culturale quella di presentare la “saga” televisiva come una storia dell’“uomo Mattei”: non c’è stata la volontà di eludere il confronto con “Il caso Mattei” di Francesco Risi, il duro film del ’72 che sosteneva apertamente la tesi dell’attentato di mafia commissionato da vari “poteri forti”, nemici di Mattei.

Un cliché storico-mediatico di questo genere – ben confezionato ma ideologicamente pre-modellato – riduceva anche Mattei a leader dell’ala più oscura del potere democristiano di allora, prossimo a mescolarsi con altri poteri politici nell’era del centro-sinistra. Riandare invece all'”avventura di un “uomo” – senza nascondere tutte le durezze e le spregiudicatezze di un “cursus” di capo d’impresa – ha invece inteso scrivere nuove note a margine di un caso simbolo di “italiano del Novecento”: un “tipo ideale” che ha raramente raccolto consensi, quanto meno tra gli intellettuali nazionali.

Come poteva (può) del resto piacere uno come Mattei se non ai suoi fan? Piccolissimo borghese nato nell’interno delle Marche; “self-made-man” dell’industria chimica nella Milano fascista; partigiano cattolico impegnato nella “zona grigia” del finanziamento alla resistenza; poi testardo liquidatore dell’Agip, deciso a fare di un “ente inutile” del regime uno strumento di politica industriale ed estera dell’Italia repubblicana.

Mentre ancora ci si interroga se Mattei sia stato solo l’inventore di una frase difficile («I partiti politici sono come taxi, io pago e mi portano dove voglio»), chi in queste serate deciderà di stare alla tv per sentirselo ri-raccontare allo stesso livello di un Papa Giovanni o di un De Gasperi, lo farà dopo aver ascoltato nei notiziari della sera le ultimissime sull’alleanza Fiat-Chrysler (e forse Opel) e sulla ristrutturazione globale dell’auto in crisi affidata a Sergio Marchionne: un altro (semi)italiano poco conosciuto e forse più temuto che ammirato.

Se Mattei era avversato dall’America e da Wall Street, Marchionne è stato cercato dalla Casa Bianca per togliere dal fuoco le castagne di Detroit. Ma entrambi sono prototipi di manager professionali che hanno saputo emanciparsi dall’egemonia del capitalismo familiare e di quello partitico, dando vita a grandi progetti imprenditoriali: il primo creando da zero un gigante che tutt’oggi è tra le “blue-chip” italiane nelle disastrate Borse internazionali.; il secondo mettendo la propria credibilità (maturata nel rilancio della Fiat successivo alla scomparsa di Gianni e Umberto Agnelli) alla testa di una spedizione “in terra di nessuno”: perché neppure il tentativo (fallito) di Daimler di gestire Chrysler dall’Europa può essere paragonato alla “scommessa” di Marchionne, ricostruire un gruppo “pesante” con la logica virtuale e globale come può averne oggi un’azienda come Google.

E qui c’è certamente la memoria della “visionarietà” di Mattei, italiano anomalo come centinaia di migliaia di piccoli e medi imprenditori cresciuti molto dopo la sua morte: impastati di ambizioni personali ma spesso anche di passioni politico-sociali, leader prima che organizzatori di fattori produttivi, capaci di muoversi nei territori della tecnica ma anche in quelli del marketing internazionale: soprattutto “lavoratori al cubo”, mai dimentichi di essere stati poveri, alla ricerca di un successo che era anzitutto riscatto.



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