FINANZA/ Fazio va a processo, la gang di Lehman Brothers no. Perché?

- Gianni Credit

A un anno dal crack di Lehman Brothers due vicende molto diverse corrono parallele negli Usa e nel Bel Paese. Sono le conseguenze giudiziarie del crack, da un lato, e la vicenda Unipol/Fazio, dall’altro. GIANNI CREDIT ci aiuta a leggere questo parallelismo

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Negli ultimi giorni i grandi media – italiani e internazionali – hanno riservato spazi enormi al primo anniversario del crack di Lehman Brothers, collasso topico della finanza di mercato. Ma ben pochi osservatori si sono interrogati – e tanto meno si sono sorpresi – del fatto che l’ex capo della banca fallita – (Dick Fuld, “Knife”, coltello per gli amici) sia tuttora a piede libero: impegnato a liquidare il suo patrimonio e, si dice, a tentare di rifarsi come consulente. Ben poco si sa, d’altronde, dodici mesi dopo sulle indagini giudiziarie in corso oltre Atlantico sulla più grave bancarotta sistemica della storia. Il presidente della Fed Ben Bernanke si è guadagnato nel frattempo una riconferma anticipata fino al 2014 (anche se molto criticata da un commentatore italiano ultraliberista come Luigi Zingales, molto ascoltato anche negli Stati Uniti).

Tim Geithner, l’ex capo della Fed di New York (cioè il “banchiere centrale” direttamente impegnato su Wall Street) è divenuto segretario al Tesoro nell’amministrazione Obama, mentre il suo predecessore (ed ex capo della Goldman Sachs) Hank Paulson, è tornato a vita privata, in apparente tranquillità. L’ex numero uno della Fed, Alan Greenspan (così benevolo per anni con “l’esuberanza irrazionale dei mercati”, cui non ha mai fatto mancare abbondante liquidità “ad alto potenziale”) è un ricco pensionato, solo un po’ in ansia per il suo nome appannato: da tutelare con un intervento ben piazzato sul Financial Times o con un’accorta partecipazione a un convegno.

La Sec, la “polizia” di Wall Street, ha cambiato capo in modo alla fine fisiologico nonché politicamente corretto: il nuovo presidente “rosa” – Mary Schapiro – ha pubblicato qualche giorno fa un paper di 477 pagine per dire che la Sec (anzi: la Sec che c’era prima) avrebbe effettivamente potuto vigilare meglio sulle attività Bernard Madoff. Stop. A proposito: l’eccentrico e truffaldino gestore di decine di miliardi di dollari (in gran parte affidate dalla pur attentissima comunità ebraica statunitense) è stato condannato, lui sì, a un’infinità di anni di carcere. Ma l’unico vero “cattivo” finora esemplarmente punito era a ben guardare un “utilizzatore finale” di Wall Street: non uno dei proprietari-macchinisti del mercato, non un banchiere “originatore” di finanza ultrarischiosa e opaca, non un “cane da guardia” distratto o addormentato con qualche polpetta.

Sempre la scorsa settimana il Gup di Milano ha invece deciso di rinviare a giudizio, dopo quattro anni di indagini, l’ex Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio per il caso della scalata italiana alla Bnl organizzata nel 2005 per contrastare l’Opa lanciata dal gruppo spagnolo Bbva (in parallelo alla controscalata della Banca Popolare Italiana su AntonVeneta, in opposizione al take over dell’olandese Abn Amro) Sono state riconosciute dunque valide – ai fini della meritevolezza di processo – le tesi della pubblica accusa: In sintesi e in sostanza: la contro-Opa organizzata da Unipol – e appoggiata dalla stessa Bpi, da Banca Carige, dagli immobiliaristi romani (Ricucci, Coppola, Statuto, Caltagirone, etc) e da colossi esteri come Deutsche Bank – ha violato penalmente molte regole del mercato, a cominciare da quelle sull’aggiotaggio (manipolazione di informazioni e transazioni).

Il Governatore della Banca d’Italia – cui faceva capo allora in via esclusiva la vigilanza sulle aggregazioni bancarie – ne sarebbe stato pesante complice, abusando del suo ruolo di authority indipendente sul mercato per favorire il “giocatore italiano rispetto a quello estero. Il caso, com’è noto, ha avuto una robusta interfaccia di tipo politico: l’Opa Unipol-Bnl veniva apertamente sostenuta dai Ds e il recente scontro attorno al Gip milanese Clementina Forleo (riguardante la perseguibilità del leader Ds Massimo D’Alema) vi è direttamente innestato. Per di più – come emerge da documenti di una parallela inchiesta romana – la vicenda ebbe per protagonisti anche l’allora premier Silvio Berlusconi e personaggi del calibro di Antoine Bernheim, presidente (oggi in scadenza) delle Generali.

 

Nel merito deciderà – dal febbraio prossimo – il Tribunale di Milano in un processo che si annuncia in ogni caso di estremo interesse "civile" perché Fazio sarà obbligato a difendersi in pubblico: esattamente come tanti altri protagonisti di quella vicenda dovranno (e potranno) fornire la loro ricostruzione dei fatti. E non è un caso che dal vertice della Consob (la Sec italiana) sia già filtrata l’ipotesi che il presidente Lamberto Cardia – peraltro uscente – possa essere teste a discarico dell’allora "collega" di Bankitalia: se non altro per difendere l’autorizzazione allora concessa dalla stessa Consob all’Opa Unipol-Bnl. E mentre a Parma continua – peraltro a fari mediatico spenti – il processo Parmalat per la "madre di tutte le bancarotte" – cresce l’aspettativa anche per la chiusura delle indagini su AntonVeneta. Là, tra l’altro, il ruolo di Fazio è più rilevante ancora: avrebbe infatti violato la sua princale consegna istituzionale, la vigilanza sulla stabilità del sistema bancario, in particolare sulla solidità patrimoniale delle banche (Bpi e AntonVeneta).

Vale la pena di ricordare (questa nota settimanale lo ha fatto più volte) che il crack Lehman – e i suoi gemelli – hanno avuto alla loro base l’abbandono deliberato di ogni regola di prudenza su leva finanziarie coefficienti patrimoniali e la cecità (o il silenzio) delle authority di controllo americane. Di più: la bolla finale – che esplodendo ha travolto banche, Borse, risparmi, bilanci statali, Pil, imprese e occupazione – era stata gonfiata dallo snaturamento corruttivo del business immobiliare. Lo stesso di molti azionisti Bnl rinviati a giudizio, peraltro dopo anni di violentissime polemiche sul ruolo arrembante dei "nuovi ricchi" del mattone: il primo dei quali, è in fondo, il presidente del Consiglio in carica. Due pesi e due misure in Italia e America? L’interrogativo si pone nel mentre alcuni intellettuali cosiddetti riformisti, hanno avviato un dibattito giornalistico sul rapporto storico in Italia tra le cosiddette "élite" e gli "outsider" (nella fattispecie Silvio Berlusconi). Procede in modo carsico, inoltre, un altro confronto: quello sul ruolo della magistratura "come pensiero e come azione", con l’intento dichiarato di bonificare "il mercato" (finanziario, degli appalti pubblici, etc), ma lasciando taola l’impressione oggettiva di proteggerne gli equilibri costituiti.

 

Il ruolo dei "media" è d’altronde ancora una volta sotto i riflettori. Il processo Bnl si radica nelle paginate di intercettazioni telefoniche pubblicate dai grandi giornali italiani nell’estate del 2005. Registrazioni che – dopo il caso Telecom-Tavaroli – non si è più neppure certi che fossero quelle ordinate dai magistrati e che in ogni caso erano i primi materiali di fascicolo istruttori appena aperti. In alcuni casi su reati nuovi di zecca ("market abuse") e "in tempo reale" su vicende in pieno svolgimento, con effetti diretti sull’esito delle stesse. Nulla di questo si è visto sull’archetupica stampa anglosassone impegnata sul crack Lehman. Solo il New York Times ha provato a sollevare – ma basandosi esclusivamente su "record" pubblici) il caso della proporzione tra le telefonate fra Paukson e i suoi ex colleghi della Goldman Sachs rispetto a quelle intercorse con i top manager delle altre banche d’affari nei gionri più concitati a Wall Street. Ma su cosa si siano detti o sulla consistenza dei potenziali conflitti d’interesse dell’ex banchiere divenuto ministro nulla si è detto. Invece resta la proporzione tra gli spazi riservati dalla stampa italiana alle intercettazioni nel 2005 e al "colore" del crack Lehman nel 2008 e 2009 rispetto a quello (limitato e asettico) sulla decisione senza precedenti dei giudici italiani di processare un ex banchiere centrale per gravissime imputazioni finanziarie. C’è voglia di rimozione? L’appuntamento – anche per i colleghi giornalisti – è per le udienze del processo.

 

 

Ps: nelle stesse settimane del 2005 in cui fu "colpito e affondato" Fazio (cattolico, eterodosso rispetto alla tradizione rigidamente laica della Banca d’Italia e di molto establishment finanziario italiano) Rocco Buttiglione dovette rinunciare alla designazione italiana a commissario Ue alla Giustizia per aver sostenuto le sue convinzioni politico-culturali su famiglia e sessualità davanti a una commissione del Parlamento europeo. Fu Giorgio Vittadini, in una breve nota di allora, ad accostare Buttiglione a Fazio come bersagli della crescente violenza culturale laicista. La stessa evocata, in questi giorni, da Sandro Magister su "IlSussidiario.net" a proposito del caso Boffo.

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