FINANZA/ Dagli Usa il “metodo Lega” nella guerra a Goldman Sachs

- Gianni Credit

A quasi tre anni dal crack di Northern Rock sotto il peso dei derivati, la Sec apre un’inchiesta contro Goldman Sachs. Perché questa mossa contro il gigante di Wall Street?

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In fondo non è casuale che in Italia – paese esemplare della sovranità globale della Goldman Sachs – una forza politica come la Lega Nord (profondamente territoriale e alla fine poco omogenea al turbocapitalismo finanziario) abbia scelto di scuotere violentemente il sistema bancario all’indomani di una sua avanzata elettorale, proprio negli stessi giorni in cui a Wall Street pare sul punto di crollare l’ultimo muro, l’ultimo Fort Apache dei cosmocrati finanziari, la “madre di tutte le investment bank”.

A ormai quasi tre anni dal primo crack di Northern Rock sotto il peso di subprime e derivati, accelera la resa dei conti fra tutti i protagonisti di crisi e post-crisi: una ristrutturazione di rapporti che ormai non può più essere contenuta nei documenti finali dei G-20 o descritta da etichette tecnocratiche come “exit strategy”, “Volcker’s rule” o “Basilea 3”.

L’azione della Sec per frode a carico della Goldman Sachs è un primo punto d’arrivo – certamente ancora intermedio e incerto negli sviluppi – di un confronto lungo e aspro come non poteva non essere quello che ha interessato gli standard di vita di centinaia di milioni di persone, ma anche la stabilità di ampie società democratiche come gli Stati Uniti o l’Unione europea.

Da un lato continuano a premere i “popoli” di elettori-contribuenti-risparmiatori-imprenditori-lavoratori colpiti duramente dal crollo dei mercati finanziari (e dalla successiva recessione economica). Dall’altro resiste irriducibilmente il sistema dei grandi intermediari finanziari internazionali: comprensibilmente preoccupato fin da subito di “salvare il salvabile” (anzitutto il proprio ruolo in termini di quote di reddito e influenza) agitando la teoria dell’“incidente di percorso” e della “crisi di crescita” e lo spettro del ritorno dello statalismo, dell’inquinamento del mercato, dell’arresto di un progresso politico-economico unidirezionale e irreversibile.

Né hanno mai rinunciato, i banchieri, a far leva su una sorta di ricatto implicito: solo noi sappiamo far funzionare la macchina della finanza globale, quella che sorregge i fondi pensione dei paesi avanzati o affronta e gestisce molte onde d’urto provenenti dalla aree emergenti del pianeta, perfino dalle grandi organizzazioni criminali.

Le decine di miliardi di aiuti pubblici alle banche in crisi – in questa chiave – erano una “tassa sulla salute finanziaria”, un pedaggio pagato alla privatizzazione del sistema bancario e alle crisi sistemiche dei gruppi “too big to fail”. Ancora: i megabonus (come quello da 9 milioni di dollari autoassegnatosi dal Ceo della Goldman Lloyd Blankfein) non sarebbero incompatibili con i salvataggi pubblici. Qualcun altro (a cominciare dai capi di governo del G-20) saprebbe pilotare l’astronave planetaria dei sistemi di pagamento, della gestione del risparmio, del credito alle imprese?

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Perfino venerdì, quando Goldman Sachs ha cominciato a crollare al Nyse, zavorrando l’intero listino e le altre Borse, c’è chi ha pensato all’ennesimo “gioco pesante”: lo stesso che era stato intravisto nella performance nettamente negativa del Dow Jones al termine dell’“inauguration day” di Barack Obama, nel gennaio del 2009. Ma ormai anche il compromesso tattico tra il primo presidente afroamericano e Wall Street sembra superato e Tim Geithner – segretario al Tesoro con Obama dopo aver guidato la Fed di New York – non sembra più così distante dal suo predecessore Hank Paulson nella grande istruttoria che la Sec ha alla fine deciso di aprire sul meltdown dei mercati.

 

Paulson, il presidente della Goldman Sachs chiamato – esemplarmente – nel 2006 da George Bush al Tesoro per gestire una crisi la cui gravità e irreversibilità era ormai abbastanza chiara all’intero stablishment finanziario. Certamente a quell’esclusivo network globale di tecnocrati, governanti, accademici, businessmen costruito e mantenuti per decenni dalla Goldman Sachs. In Italia ne hanno fatto parte l’ex premier Romano Prodi, l’ex commissario all’Antitrust Ue, Mario Monti, l’attuale governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi (che di Goldman è stato executive vicepresident per l’Europa dal 2002 al 2005) e l’attuale sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta.

 

Un network che ha tenuto in fondo agganciate anche voci mediatiche importanti. Tanto che già mercoledì 8 aprile gli osservatori più attenti avevano notato un inedito doppio focus acceso dal Financial Times. Sia la rubrica Lex che gli “editorial comment” esprimevano perplessità sul fresco bilancio 2009 della Goldman e in particolare alla lettera agli azionisti del Ceo Lloyd Blankfein: giudicato debole, guarda caso, nel rispondere alla crisi reputazionale della banca e soprattutto ai crescenti sospetti che Goldman avesse giocato (e lucrato) contro i suoi clienti.

Difficile dire se il Ft abbia tentato un delicatissimo scoop, o volesse “stanare” la Sec, o desiderasse solo smarcarsi all’ultimo istante da un nome che per 20 anni è stato uno dei suoi beniamini e profeti. Otto giorno dopo, in ogni caso, la Sec di Mary Schapiro ha bussato alla porta della Goldman con un atto d’accusa “esemplare”, di chiara valenza politica.

 

Il caso Abacus è “in nuce” la quintessenza della Grande Crisi: un po’ di mutui subprime sono stati “impachettati” in un veicolo e i suoi derivati offerti e rivenduti a investitori come minimo non informati, probabilmente destinatari di informazioni falsate ad arte. La Goldman – con la complicità di un hedge fund che puntava sul default di quei subprime e con la connivenza di alcuni advisor apparentemente indipendenti – avrebbe quindi registrato a guadagno le perdite provocate ai suoi clienti. Ed è la stessa banca che con un derivato “magico” avrebbe consentito fin dal 2001 alla Grecia di occultare un buco crescente di decine di miliardi di euro, provocando oggi la prima seria crisi dell’Eurozona.

 

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In ogni caso, “Government’s Sachs”, la “banca centrale del pianeta”, virtuale erede congiunta delle case rinascimentali che finanziarono re e crociate e di moderni istituti d’emissione come la Bank of England, è alla sbarra. Lo stesso presidente Obama – la cui ascesa è peraltro blandamente favorita da una Goldman rigorosamente “bipartisan” nei suoi agganci – non ha potuto fare a meno di elaborare politicamente l’esteso scontento della società civile americana (e globale) contro il circo di Wall Street: che alla fine ha arricchito (molto) gli “happy few” delle banche e impoverito (spesso moltissimo) tutti gli altri.

 

Sarà però interessante vedere anzitutto se l’attivismo dell’amministrazione Obama – dal progetto di riforma bancaria all’inchiesta Sec – contagerà ora anche l’ambito giudiziario: ancora sostanzialmente (e poco comprensibilmente) inerte a 18 mesi dal crack della Lehman Brothers.

L’eco (tutt’altro che remota) del caso Goldman giunge in un’Europa assillata e divisa dalla crisi greca e in un’Italia tesa negli equilibri politici e in quelli bancari. Da un punto di vista concettuale, le mosse dell’amministrazione Obama contro Wall Street e la rude escalation della Lega Nord sulle grandi banche italiane hanno parecchio in comune: la voglia di rivincita del pubblico sul privato, del sociale (più che dello “statale”) sul mercato, a un trentennio dall’avvento del thatcherismo/reaganismo che mandò in soffitta lo statalismo della ricostruzione post-bellica.

 

Gli esiti di queste grandi dinamiche non sono facili da prevedere. Certo, la riforma bancaria messa in cantiere da Obama muove i suoi passi sul sentiero di quella sanitaria, ormai impostata: ci sono beni che sono irriducibilmente “collettivi” e il binomio moneta-credito lo sono al pari della salute. Si può discutere sulle modalità tecniche di gestire al meglio questi beni, lasciando il massimo dello spazio alle forze dell’iniziativa privata e del mercato (e la sussidiarietà è un tentativo di teoria e pratica economico-istituzionali aggiornate su questo terreno).

 

Ma una protezione “minima accettabile” da rischi finanziari sistemici – analogamente a una tutela “minima accettabile” della salute della popolazione – sta ritornando a essere una priorità della politica, laddove il mercato ha dato cattivo prova al termine del grande tentativo strutturale di globalizzazione finanziaria a cavallo tra XX e XXI secolo.

 

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Il primo banco di prova (che riguarda direttamente il sistema bancario italiano e milioni di grandi e piccole imprese del paese) sarà lo sviluppo di “Basilea 3”: verso il quale l’opposizione – guidata da sempre dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti anche contro il Governatore Mario Draghi, leader del Fsb – si sta facendo ormai compatta. E – come nel caso Goldman – sul tavolo ci sono gli “statuti” dell’economia finanziaria: le regole per concedere miliardi di dollari a un’Opa ostile a Wall Street devono essere gli stessi con cui una banca di credito cooperativo finanzia per 10mila euro un laboratorio artigiano lombardo o bavarese?

 

Perché la cosiddetta “autovigilanza prudenziale” dei mercati alla fine non ha funzionato. E alla prova del rischio, le banche meno patrimonializzate, più spericolate e meno trasparenti si sono rivelate quelle attorno alle quali “Basilea 1-2-3” sono state pensate e sviluppate: quelle che finanziavano le Borse, non l’impresa e l’occupazione.

 

P.S.: Questa mattina sulla prima pagina del Corriere della Sera, il professor Francesco Giavazzi riesuma un suo storico cavallo di battaglia: la crociata contro le Fondazioni di origine bancaria. Lo fa per deplorare la rudezza delle pretese della Lega Nord sulle Fondazioni settentrionali grandi azioniste nei colossi bancari nazionali.

 

Nel “column”, Giavazzi è certamente coerente con se stesso e con le posizione assunte nel tempo dal quotidiano: sempre a favore della trasparenza del mercato e diffidente di tutte le possibili commistioni tra sfera politico-istituzionale e sfera economico-finanziaria. È nell’argomentare l’opinione che l’autore cade in imprecisioni e incoerenze che val la pena di segnalare non per polemica sterile, ma sempre per curiosità dello “zeitgeist”: di “spirito dei tempi” a cavallo tra banche, accademie, “media” nell’analizzare “qui e ora” vicende finanziare avvenute “qua e là allora”.

 

Giavazzi scrive che «la prima istituzione al mondo a diventare insolvente e a dover essere salvata non fu una banca americana, ma la Landesbank della Sassonia, una cassa controllata da amministratori pubblici di questa regione della Repubblica federale tedesca». Non è vero: il primo crack conclamato, nell’agosto 2007, fu quello dell’inglese Northern Rock, una public company. Che fu oggetto di “corsa agli sportelli” e fu salvata in tempo reale con decine di miliardi di sterline di finanziamenti d’emergenza della Banca d’Inghilterra, tenuti segreti per settimane.

 

E a quell’epoca è altamente probabile che fossero già prossime al default anche molte delle major di Wall Street fallite nei dodici mesi seguenti, da Bear Stearns a Lehman Brothers. Soltanto l’uso manipolatorio (e probabilmente criminoso) dei principi contabili e la costruzione di “veicoli sommersi” consentì a molte banche angloamericane di occultare per mesi i propri crack e quello complessivo della finanza derivata. Il collasso dei mercati e tutto quanto è accaduto dopo lo hanno creato Wall Street e la City: non le Casse di risparmio europee.

 

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Giavazzi scrive: «Perché quelle banche avessero acquistato mutui immobiliari in luoghi esotici come Florida e Nevada sembrò incomprensibile. Poi si capì: i politici locali chiedevano alle loro banche di aiutare le aziende della regione, spesso erogando credito a condizioni non di mercato. A fine anno, però, essi pretendevano in quanto azionisti, ricchi dividendi. Per i dirigenti della banca, venir meno a queste richieste significava mettere in forse il loro incarico. L‘unica via d’uscita era compensare le perdite sui prestiti cercando di guadagnare con la finanza e le banche lo fecero acquistando titoli ad alto rendimento senza preoccuparsi dei rischi».

 

Perche una Landesbank avesse in portafoglio quei titoli tanto esotici quanto alla fine letali, invece è comprensibilissimo: erano subissate di telefonate dai funzionari della Goldman Sachs e delle sue sorelle che offrivano – col loro nome – “titoli ad rendimento senza preoccupazione per il rischio”. Erano i dirigenti delle Landesbanken tedesche a rischiare di passare per fessi antidiluviani a rischiare se perdevano tempo e fatica a far piccolo credito alle imprese tedesche.

 

Era più facile comprare e – apparentemente – si guadagnava molto di più ad accordarsi con la Goldman Sachs in cinque minuti al telefono su 100 milioni di euro che prestare 10mila euro a 10mila imprese. E poi, ogni mattina, sui giornali di tutt’Europa il professor Giavazzi e i suoi fratelli glorificavano le sorti magnifiche e progressive di quella finanza, di quelle banche, di quei mercati: e chi era di opinione contraria era un eretico, veniva deriso, combattuto, espulso, “bruciato”.

 

Ora se ne comprendono definitivamente i motivi: l’azione della Sec contro la Goldman è scaturita dalla denuncia di un ex dipendente della Goldman arrabbiato per aver guadagnato “solo” 45 milioni di dollari contro i miliardi dei suoi principali. Cifre (e poteri collegati) che hanno mostrato di valer bene qualsiasi “mala gestio”, qualsiasi crimine (non ultima: qualsiasi crociata cosiddetta culturale). 

 

Spietato con i Land tedeschi, Giavazzi si dimostra più magnanimo verso le Fondazioni bancarie italiane «che controllano le grandi banche italiane e hanno nominato amministratori delegati indipendenti e non hanno cercato di influire sulle scelte creditizie». Ma l’economista del Mit e della Bocconi non è sempre stato così sportiva: per esempio, durante la fase più aspra della “battaglia di Mediobanca”, ormai sette anni fa, sparava sul Corriere editoriali a raffica contro l’“anomalia italiana” delle Fondazioni (7 e 11 marzo e poi 30 giugno e 2 luglio). E il 18 febbraio 2004 additava invece apertamente – per le banche italiane – il “modello americano” versus quello delle Fondazioni.

 

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Nel frattempo (tra fine 2003 e inizio 2004) lo stesso Giavazzi aveva condotto una dura campagna “ad personam” contro la Fondazione CariVerona e il presidente Paolo Biasi, che fu poi estromesso dal consiglio delle Generali da un controverso emendamento alla Finanziaria. La Fondazione veronese (che aveva condotto con altre banche e fondazioni italiane la scalata nazionale alle stesse Generali) era e resta grande azionista di UniCredit: come la Fondazione Crt, che nelle scorse settimane ha acquistato il 2% della compagnia del Leone e ha candidato il suo segretario generale Angelo Miglietta a consigliere d’amministrazione.

 

Ma per il professor Giavazzi, stavolta, non sembra un “case study” degno di attenzione accademica: forse perché, chissà, il dominus della Fondazione Crt, Fabrizio Palenzona, è membro forte dell’esecutivo di Mediobanca, tanto da esserne stato perfino vociferato come presidente nel recente riassetto. Ma come ebbe a dire Cesare Geronzi – presidente uscente di Mediobanca ed entrante di Generali – in un’intervista all’attuale direttore del Corriere della Sera «la coerenza è una parola grossa».

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