FINANZA E POLITICA/ Telecom, Bpm e la sconfitta dei Warren Buffett italiani

- Gianni Credit

Marco Fossati e Andrea Bonomi, due capitalisti puri, si sono messi alla prova su due dossier di massimo livello nella finanza nazionale. Perché hanno fallito? Ce lo spiega GIANNI CREDIT

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Marco Fossati si agita in una delle trincee del campo di battaglia Telecom. Andrea Bonomi si ritira – con più ordine – dal labirinto della Popolare di Milano. Due storie calde di cronaca finanziaria, due aziende-Paese, due passaggi-chiave del “Grande Passaggio” italiano. E due cognomi che hanno già il loro posto nella “business history” nazionale. I brianzoli Fossati, nel dopoguerra, fondano la Star: caso di scuola del made in Italy agroalimentare, ceduto in più fasi ma comunque a peso d’oro già a cavallo degli anni ‘90. La nonna di Bonomi, Anna, è stata a sua volta protagonista della Milano ruggente del boom, fra industria e commercio innovativo (Mira Lanza, Saffa, Postalmarket), immobili (Brioschi), banche e Borsa (Bi Invest).

Marco e Andrea, entrambi esponenti della terza generazione delle rispettive dinastie, condividono il ruolo di “Warren Buffett tricolori”. Sono ormai finanzieri puri: Bonomi più proiettato al private equity professionale con la sua Investindustrial; Fossati – dopo la morte prematura del padre Danilo e del fratello Luca – è a capo della Findim, un veicolo d’investimento più tradizionalmente familiare. Entrambi si sono messi alla prova su due dossier di massimo livello nella finanza nazionale: i casi Telecom e Bpm “in progress” devono ancora trovare i loro esiti, ma salvo colpi di scena né Fossati, né Bonomi usciranno “vincitori” dai rispettivi “big deal” tentati.

Non è una buona notizia “a prescindere” per il capitalismo nazionale: anche perché sia Bonomi che Fossati, a differenza di altri nomi, magari più citati o altisonanti, sono e restano capitalisti veri, gente che dietro il cognome porta anche soldi veri e propri. Ed essendo entrambi finanzieri cosmopoliti, i loro “insuccessi” a casa loro fanno cattiva pubblicità a tutta l’Azienda-Italia: già strutturalmente poco accreditata nel mondo in quanto a offerta di condizioni ideali per grandi investimenti. Questo premesso, può essere utile appuntare qualche considerazione più oggettivamente problematica.

La prima e forse principale osservazione è che fra questi due finanzieri internazionali di riconosciuto nome italiano e il loro sistema-Paese la “chimica” non ha funzionato per nulla. Sia Bonomi – inizialmente appoggiato dalla Banca d’Italia per far nascere una “nuova Bpm” – sia Fossati (azionista di minoranza Telecom, ma con un pacchetto quasi dieci volte superiore a quello “golden” con cui la famiglia Agnelli poteva governare il colosso appena privatizzato) hanno sempre difficilmente comunicato con gli altri “players”: altri investitori, governo, banche, imprese, sindacati, opinione pubblica reale (diversa dagli editoriali accademici). I loro progetti non sono riusciti a porsi al centro di un vero “gioco di squadra”: non hanno convinto e appassionato né i mercati, né i diversi tavoli politico-finanziari. Di chi la colpa? Come sempre un po’ di tutti i “giocatori”.

Entrambe le partite si presentavano indubbiamente complicate. Quella di Bpm è una situazione che in questa nota abbiamo affrontato molte volte, anche di recente. E abbiamo sempre sottolineato i limiti della forzatura operata su Piazza Meda dalla Vigilanza di Mario Draghi ormai uscente: tentare un “commissariamento di mercato” con l’ingresso di un operatore di private equity, probabilmente convinto di poter trasformare rapidamente la Popolare in Spa e renderla contendibile in Opa o facilmente fondibile. Ma la Bpm – pur con tutti gli incidenti di percorso e i profondi problemi di governance creati dall’autogoverno dei dipendenti-soci sindacalizzati – non era e non è una banca fallita. E – pur con le sue anomalie – fa parte di un pezzo d’Italia che resiste da più di un secolo: le grandi banche cooperative. Che sono ormai quasi tutte quotate in Borsa, che si devono ricapitalizzare, che devono aggregarsi e rendersi più efficienti: ma non sono merce per nessun Warren Buffett.

E l’errore non è stato di Andrea Bonomi, ma di chi – da vent’anni – illude i mercati che le Popolari italiane prima o poi saranno prede da scalata. E col senno di poi, nel 2011, Bankitalia avrebbe forse fatto meglio ad aprire le porte di Bpm a Matteo Arpe: un banchiere italiano formato in Mediobanca. Vedremo ora su quali progetti e soprattutto su quali figure punterà Pietro Giarda, chiamato all’ennesimo tentativo di quadratura del cerchio alla Popolare.

Per paradosso, abbiamo l’impressione che Bonomi sarebbe stato – o potrebbe ancora essere – un eccellente partner di Marco Fossati in Telecom, se quest’ultimo non facesse il mestiere di Bonomi: se Fossati si presentasse – si fosse presentato – come “investitore principale” in Telecom. Come investitore di lungo periodo, con un forte impegno imprenditoriale e manageriale. Ci hanno già provato – è vero – Marco Tronchetti Provera e prima di lui Roberto Colaninno: due fallimenti (soprattutto quello della ”madre di tutte le Opa” nel ’99). È vero che Tronchetti Provera un’idea strategica l’aveva avuta, per quanto discutibile, per tagliare i debiti e rilanciare la strategia di Telecom: vendere Tim, aprire-cedere la rete, allearsi con Rupert Murdoch, proiettare il gruppo nella “media industry”. È vero che fu bloccato ancora dalla politica, anzi per la precisione dal governo Prodi . Però ora Telecom – al centro dell’Azienda-Paese – è a un bivio, anzi: lo era fino a che gli azionisti banco-assicurativi di Telco (Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo) hanno deciso cedere progressivamente a una riluttante Telefonica, nella distrazione nervosa dell’establishment politico-economico.

Il quale sarebbe prevedibilmente lieto se un businessman del profilo di Fossati presentasse un’ipotesi di rilancio del gruppo capace di evitare l’abbraccio di Telefonica. Se però la Findim resta essa stessa un fondo di private equity (lo stesso che aveva investito – forse più correttamente – in Apple), l’erede della Star non è il giusto “uomo nuovo” per Telecom: tanto meno se gioca da maschera per il rientro di Franco Bernabé, che per sette anni ha confermato le sue doti di epigono dei vecchi tecnocrati statali, ma non di presidente esecutivo di un gigante delle tlc da ristrutturare.

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