SPILLO/ Al Palio del Montepaschi manca ancora un giro

- Gianni Credit

Ieri il cda di Montepaschi di Siena ha dato il via libera all’aumento di capitale da 5 miliardi. Il futuro della terza banca del Paese, spiega GIANNI CREDIT, è tutt’altro che chiaro

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Alessandro Profumo (Infophoto)

Chissà se il 2 luglio – quando si disputerà il primo dei due Palii del 2014 – a Siena gli assetti del Montepaschi saranno meno incerti di quanto lo sono tuttora: anche all’indomani del cda che ha caricato di due altri miliardi l’aumento di capitale già programmato per tre. Un’operazione che tiene sul chi vive da almeno sei mesi le contrade di Rocca Salimbeni: forse più di quanto avvenga fra le fazioni in campo nella più celebre corsa storica di cavalli del mondo.

Ieri non c’è dubbio che Alessandro Profumo – cavallo di razza per eccellenza del sistema bancario italiano – abbia assestato un buon colpo di coda a un passaggio non meno insidioso della famosa di curva di San Martino, dove si concentra il grosso degli incidenti al Palio. Il presidente ha sicuramente restituito il “colpo proibito” (ma nella carriera senese tutto è permesso) subito a fine 2013, quando la Fondazione bloccò inizialmente la ricapitalizzazione-salvataggio decisa dalla banca. Poi l’ente presieduto da Antonella Mansi ha allentato l’arroccamento, ma non senza decidere in autonomia un maxi-collocamento in Borsa e due vendite riservate a due investitori istituzionali sudamericani (il messicano Fintech e il brasiliano Btg). Con essi la Fondazione ha annunciato un patto di sindacato forte, sulla carta, del 12.5%: apparentemente una linea di ritirata onorevole, ancora avanzata rispetto a ogni ipotesi di resa sul fronte della municipalità del Monte. Ora però il rilancio di Profumo sembra aver fatto nuovamente crollare la “house of cards” faticosamente ricostruita da Mansi fra Siena, Roma, Francoforte, Bruxelles, Londra.

Il “pugno” sferrato da Profumo e dall’amministratore delegato Fabrizio Viola (sicuramente appoggiati da Bankitalia, dal Tesoro e anche dalle cabine di regia europee) non è stato avvolto in alcun guanto di velluto. Forse il management Mps ha sperato di poter restare in scia del “Renzi’s rally” che ha regalato incredibili rialzi a Carige e Banco Popolare, “cugine” del Monte nel chiedere al mercato mezzi freschi per ribilanciarsi. Resta il fatto che il titolo senese è di nuovo crollato al listino, che non ha certo interpretato la richiesta maggiorata come un segnale di forza, tutt’altro: come la comunicazione di problemi ulteriori in vista dell’imminente Asset quality review da parte dei nuovi “vigilantes” della Bce. Né Piazza Affari sembra per ora apprezzare un effetto-contendibilità che a Rocca Salimbeni promette di essere effettivo dopo l’aumento di capitale. Ma la Fondazione e i suoi partner “latinos” staranno al tavolo di una ricapitalizzazione molto più onerosa del previsto? E cosa farà Blackrock, che non nel suo maxi-shopping primaverile in Italia non si è fatta mancare neppure un robusto 5,7% del Monte (ma secondo Milano Finanza la quota sarebbe superiore)?

Non siamo ancora all’ultimo giro in quello che è già il “palio dei palii”, 542 anni dalla nascita di una banca municipale modello nel combattere l’usura (la malafinanza del tempo) e dotata inizialmente di standard anti-rischio severissimi. Profumo farà certamente di tutto per realizzare ciò che è del resto nei “desiderata” politici del premier Matteo Renzi (disarticolare il “groviglio armonioso” tardo-Pci di Siena) e in quelli finanziari del suo “treasurer” Pier Carlo Padoan, che vuol riportare a casa i 4 miliardi di finanziamento pubblico d’emergenza.

È altrettanto verosimile che Banca d’Italia e Bce vedrebbero con favore un Monte agganciato a un grande gruppo, italiano o di un altro Paese dell’Eurozona, ma non è escluso che il destino finale di Rocca Salimbeni sia un forte ridimensionamento: con il break-up del gruppo a multiregionale e la vendita di grandi parti (come l’appetibile rete Antonveneta nel Nordest) ad altri poli. Ma non è inimmaginabile neppure una convergenza – per quanto “competitiva” – fra la Fondazione dell’imprenditrice Mansi e la banca pilotata da un inossidabile paladino della public company.

L’ascesa del giovane Profumo, dal Credit appena privatizzato alle fusioni “monstre” fra UniCredit, Hvb e Capitalia, fu costruito sull’equilibrio – alla fine sempre stabile – fra grandi Fondazioni, partner europei come Allianz, tycoon come Leonardo Del Vecchio e – ultimamente – fondi di ultima generazione come il “sovrano” arabo Aaabar. 

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