SPILLO/ Gli Agnelli e i Merloni: la triste estate del tardo-capitalismo italiano

- Gianni Credit

GIANNI CREDIT commenta l’attuale situazione economica delle grandi aziende italiane, che sempre di più stanno migrando all’estero, impedendo una ripresa economica nel nostro Paese

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Antonio Conte - Infophoto

Sembra preistoria quando le estati della finanza autarchica regalavano puntualmente storie adatte alla stagione: si trattasse, quasi trent’anni fa, della scalata del gruppo Ferruzzi alla Montedison, oppure, vent’anni dopo, della “guerra  delle Opa” su AntonVeneta, Bnl e Rcs. Un’Italietta, certo:  tre vie attorno alla Scala di Milano, qualche palazzo romano. Qualche outsider magari solido ma troppo ambizioso – come Raul Gardini – o soltanto pittoresco come il banchiere padano Gianpiero Fiorani.  Bankitalia e Mediobanca – a lungo veri poteri costituiti, poi ridimensionati da una magistratura rampante anche attorno a Piazza Affari – a vigilare su sommovimenti alla fine sempre gattopardeschi, all’interno del cucciano “capitalismo senza capitali”, molto bancario e molto crony  nel gioco delle cooptazioni e delle espulsioni. Dall’Opa Telecom in poi, l’euro e la turbofinanza lasciano infine spazi e pagano pedaggi alle grandi banche globali, che però quasi mai “cooptano” o promuovono aziende italiane come protagoniste nelle varie top league  (salvo forse il gruppo Del Vecchio, unico nel mixare una forte base patrimoniale propria con un’eccellenza imprenditoriale in una singola industry).     

E’ dunque vero: di tutte quelle roventi cronache di mezza estate resta poco o nulla: non la chimica-ego di Gardini; non un Corriere della Sera realmente ricostruito e competitivo. Per contro, la Bnl (un tempo la prima banca italiana) è oggi la sussidiaria di un gruppo francese e Antonveneta ha affondato Mps prima e peggio di quanto abbia fatto poi la crisi del 2008. Ma al culmine dell’estate – nel 2001 – maturò anche la rapida resa di Roberto Colannino, appena due anni dopo la “madre di tutte le scalate” a Telecom. Il suo successore di allora – Marco Tronchetti Provera – non è più neppure padrone in Pirelli, dove ora comanda la russa Rosneft. I due campioni nazionali bancari che allora appoggiarono  Tronchetti in Telecom – Intesa e UniCredit – sono più grandi di allora e non stanno neppure malissimo nel panorama bancario europeo dopo l’uragano di fine decennio. Ma non sono aziende-Paese, non sono riuscite a dare un futuro all’Alitalia dello stesso Colaninno, ma neppure a Telecom (su cui Telefonica ha dato ieri segnali incontrovertibili di disimpegno);  non a Generali o a Fondiaria, non a Parmalat risanata o alla stessa Mediobanca. Nel prevedibile riassetto creditizio che prenderà le mosse dall’avvio della Unione bancaria, è più facile pronosticare per esse stesse un ruolo da prede piuttosto che da cacciatori, fra l’altro senza più presidi solidi e credibili presso l’ammaccata famiglia della Fondazioni.   

A proposito di Telecom alla boa del 2001: vi si affacciarono anche i Benetton, campioni di un capitalismo imprenditoriale  che sembrava davvero di nuova generazione nel  far evolvere l’industria verso la finanza, nel proporre alternative reali alla galassia Mediobanca”. Niente da fare: nel cuore dell’estate 2007 la famiglia di Ponzano voleva regalare le Autostrade nazionali privatizzate al capitalismo-bolla di Madrid. Davvero difficile distinguerli da quella famiglia Agnelli che ha appena delocalizzato la Fiat fra Olanda e Usa, quasi vent’anni dopo essere stata omaggiata della privatizzazione-gioiello di Telecom: spregiata con il famigerato investimento dello 0,6%.

La stessa famiglia di Torino – il nipote dell’Avvocato e il figlio di Umberto – oggi sta lasciando correre i rumor sulla vendita di Fiat a Volkswagen, trentasei ore dopo aver lasciato che l’allenatore della Juventus, Antonio Conte, annunciasse il suo divorzio dal club bianconero. E’ un evento di cronaca finanziaria, premesso che un tempo gli Agnelli aggiustavano i loro rapporti con un Cesare Romiti o con un Vincenzo Maranghi: non con un allenatore non di prima fascia. Conte, comunque, se ne va perché la Juventus, lungi dal garantirgli rinforzi in chiave Champions League, prepara cessioni rese più appetibili dai buoni mondiali disputati da giocatori come il clieno Vidal o il francese Pogba. Le dismissioni – con gli incassi e le plusvalenze più alti possibili – sono necessarie per riequilibrare il saldo negativo dello stato patrimoniale e un indebitamento oltre la linea. Certo, una famiglia Agnelli che vedesse nel proprio storico brand calcistico una strategia, non avrebbe timore di investire altri capitali ma soprattutto il proprio nome e il proprio standing imprenditoriale per inserire la Juventus nei circuiti in cui una Adidas s’impegna per un miliardo in dieci anni con un club come il Manchester United.  Soldi che serviranno ai Reds inglesi per rilevare da Torino quasi certamente Vidal e forse lo stesso Pogba. Non stiamo parlando di mecenatismo d’antan o di follie (ma qualche volta calcolate) da emiri: stiamo parlando di uno showbiz globale in crescita, confermata dal successo dei Mondiali 2014. E stiamo parlando di un mercato parzialmente inventato – nella sua declinazione contemporanea – da un imprenditore italiano di nome Silvio Berlusconi: lui pure, tuttavia, in triste ritirata.

  I due cugini torinesi – dicono – non vanno d’accordo.  La gestione della Juventus è di Andrea Agnelli ma le chiavi della cassaforte le ha Yaki Elkann: il quale – dicono – si sarebbe subito annoiato perfino del più sostanzioso riassetto in corso di Rcs. Un’altra storia impantanata di quest’estate triste e neppure più appassionante dell’acciaccato capitalismo italiano: una storia (il futuro fra l’altro della Gazzetta dello Sport e del Giro d’Italia) che potrebbe convergere con quella della Juve, del Milan, della Lega Calcio. Di Mediaset. Di Telecom, ha detto giusto ieri il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri.  Una storia in cui – chissà – potrebbe investire la famiglia Merloni: fresca protagonista di una non meno triste cerimonia degli addìì.

   Indesit venduta agli americani di Whirlpool: con 758 milioni sparsi fra le casseforti di una famiglia Merloni non più unita, tanto meno capace di mantenere vitale una tradizione imprenditoriale squisitamente italiana, germogliata in uno dei più classici distretti della penisola. Un passaggio già in perdita netta per l’Azienda-Italia, ammesso che la categoria non sia ormai abusata. Ma è impossibile dimenticare che Vittorio Merloni è stato presidente della Confindustria.  Se a lasciare l’Italia fosse poi anche il tesoro dei fratelli di Fabriano – magari verso qualcuna delle nuove piazze del private banking planetario, nel Vicino o Lontano Oriente – allora il cerchio sarebbe davvero chiuso. E nessuno potrebbe continuare ad accusare sempre e solo il premier di turno o l’Europa della signora Merkel della mancata ripresa italiana e del rischio di un declino storico.                           

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