FINANZA E POLITICA/ La metafora Corriere e l’Italia (sempre) al bivio

- Gianni Credit

L’ormai famoso editoriale di Ferruccio de Bortoli contro Matteo Renzi è arrivato nello stesso giorno del cambio di format del Corriere. Il commento di GIANNI CREDIT

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Infophoto

L’ormai iconico column firmato da Ferruccio de Bortoli su Il Corriere della Sera di mercoledì ha avuto un pretesto – se non un obiettivo – molto interno, molto professional-editoriale. Il direttore ha voluto togliere la scena al suo giornale: al Corriere della Sera che per de Bortoli è stato casa, scuola, un po’ chiesa, infine reggia, in qualche momento (forse anche ora) perfino prigione. Ebbene, il “Corriere di de Bortoli” – quel Corriere fondato a Milano nel 1876 – proprio mercoledì ha cessato di essere tale. O meglio: ha cessato di essere tale per il suo direttore, che ha elaborato tutte le sue emozioni – ma anche tutte le sue strategie – in un testo di cui ci si ricorderà (forse più di altri suoi, pur magistrali, editoriali). Un articolo che ha comunque oscurato la vera “notizia del giorno”, in via Solferino.

Il “formato Times” è stato per 138 anni molto più che un abito di lavoro per il quotidiano di via Solferino: è stato un’identità più forte di tutte le cronache e di tutte le storie. Più tenace della lunga normalizzazione fascista ma anche di chi, già all’indomani del 25 aprile, avrebbe volentieri rottamato il Corriere, per sempre. Giornale guerrafondaio nel 1915 e “atlantico” nel secondo dopoguerra, infatuato dopo il 1968 dalla sinistra intellettuale infatuata dalle Br, ma capace poi di allevare pazientemente sulla sua prima pagina un premier tecnocrate come Mario Monti. Un mondo capace di mettere alla porta Indro Montanelli dopo 44 anni, ma anche – subito dopo – di venire fuori dal tunnel P2. Di mettere o tenere in riga – più specchiandoli che giudicandoli – proprietari e lettori, palazzi della finanza e della politica: forse più nel lungo periodo che nel breve.

Un giornale che non mise certo il lutto per l’assassinio del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, ma pianse poi la morte di Pier Paolo Pasolini, pagato stratosfericamente (forse più di Gabriele D’Annunzio molti decenni prima) per tre soli elzeviri. Un giornale di cui la famiglia Agnelli è infine diventata prima azionista, ma non ancora “padrona”. Di cui le grandi banche milanesi sono sempre state “patronesse”: ora fatalmente un po’ meno (e al Corriere si sente).

Il quotidiano milanese è divenuto col tempo forse la miglior metafora dell’Italia reale ed è comprensibile che il cambio di formato sia stato subìto – e quindi enfatizzato – da de Bortoli in questa chiave: come cesura brusca, sofferta, alla fine ingiustificata. Non a caso il suo editoriale ha soprattutto stupito: per un’amarezza esibita soprattutto nella forma raffinatamente sgradevole, così come la sostanza era studiatamente fuori dai canoni della razionalità giornalistica del Corriere. Poteva del resto il direttore – per quanto uscente – non essere presente in prima, nella prima edizione tabloid 24 settembre 2014? Ma poteva “comporre” un classico editoriale “ai lettori” su “un Corriere che si rinnova con i tempi, ecc. ecc.”? Ha preferito, de Bortoli, ostentare se stesso come metafora di una “fine dei tempi” che lui stesso sa essere opinabile: anzi, facilmente negabile dalla “generazione Renzi” che si propone strutturalmente come soluzione di continuità nell’Italia di cui il Corriere è prima metafora.

Il direttore del Corriere per primo sa d’altronde che il suo caso non è il primo in via Solferino. L’inventore delCorriere moderno, Luigi Albertini, fu separato dalla sua creatura da quel regime mussoliniano che via Solferino aveva covato nel primo dopoguerra nel campo industriale e reazionario. Giovanni Spadolini – ultimo direttore del Corriere di stretta ascendenza élitaria e di ortodossia laico-risorgimentale (“massonica”) – fu spedito a Roma a far politica quando Milano e tutto il Nord ribollivano di rivolte operaie e studentesche. Alberto Cavallari, che aveva fatto il partigiano nelle file laico-radicali di Giustizia e libertà, accettò la direzione delCorriere che tanti avevano rifiutato in pieno crac piduista. Ma in meno di tre anni Bettino Craxi, all’apice della sua parabola, ne chiese la testa e la ottenne. Il Premier socialista milanese (“alla mattina per prima cosa leggo il Corriere”) insistette anche a Tangentopoli già cominciata, quando dalla Stampa agnelliana, in via Solferino arrivò Paolo Mieli, dopo la direzione “tecnica” di Ugo Stille.

Anche de Bortoli – dioscuro di Mieli lungo l’intera Seconda repubblica – ha già conosciuto un sacrificio metaforico come direttore del Corriere: nel 2003 si lasciò dimissionare dopo uno scontro al calor bianco con Previti, il più duro fra i pretoriani romani di Silvio Berlusconi. Gli succedette Stefano Folli: un direttore “istituzionale” indicato direttamente dal Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi, lettore classico del Corriere “senza tempo”. Neppure due anni dopo Folli non era già più al timone di via Solferino. Era ritornato Mieli, ma intanto “i barbari bussavano alle porte”: erano l’immobiliarista Stefano Ricucci (che nel 2005 accumulò il 18% di Rcs), e la razza padana allargata che stava scalando AntonVeneta e Bnl. I “capitani coraggiosi” si chiamavano Gianpiero Fiorani della Popolare di Lodi (protegé del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio) e Giovanni Consorte di Unipol.

Avevano partner e sponsor di primo livello: Berlusconi ma anche i Ds di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Pietro Fassino (che dopo l’avventura Telecom volevano “avere una banca”); Francesco Gaetano Caltagirone, ma anche i banchieri-duumviri Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, pur dietro silenziosi no comment. Mieli, quell’estate rovente, non ebbe timore di incrociare casualmente Ricucci a una festa (così come ieri è comparso alle nozze fiorentine di Marco Carrai, nel “cerchio magico” di Renzi). D’Alema si godeva la fine incolore del Berlusconi-2 e pregustava una rivincita che poi non si materializzò: dopo la vittoria risicatissima del 2006, non gli restò che fare il vice del debole Prodi-2 e si vide superato da Giorgio Napolitano. Ormai lontani i tempi e i fasti di fine anni ‘90: quando doveva scomodarsi Indro Montanelli per un invito a pranzo al Rigolo, a due passi da via Solferino. Fatto scendere il direttore del Corriere de Bortoli, al caffè un’ostinata querela di D’Alema veniva amichevolmente cestinata.

 

(Ieri il primo Corriere domenicale restilizzato ha aperto con una monumentale intervista anti-renziana a D’Alema. Nel frattempo Diego Della Valle, che nel 2005 era fra gli azionisti-difensori di Bnl, ha proseguito nell’escalation contro Renzi. Ma neppure quando “vinse” nel 2005 – e la Bnl finì a Bnp Paribas – il suo successo andò al di là di qualche decina di milioni di plusvalenza. La Fiat di Yaki Elkann e Sergio Marchionne – ora come allora e come sempre – attende sulla riva del suo credo secolare: “Siamo governativi perché lavoriamo con qualsiasi governo”. Anche loro hanno cambiato “format” dopo la fusione con Chrysler: ma – a differenza di de Bortoli – a loro Renzi piace. Tanto che hanno allontanato Luca di Montezemolo dalla Ferrari prima che la crisi di Ntv, condivisa con Della Valle, costituisse un peso sgradito nei rapporti cementati dalla visita di Renzi al quartier generale di Fca a Detroit).

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