SPILLO/ Quel Draghi “renziano” contro la Buba

- Gianni Credit

Mario Draghi, ieri, ha ricordato non poco Matteo Renzi. Il ribasso di 10 punti-base dei tassi di riferimento è una mossa simbolica, altro è il senso politico. GIANNI CREDIT

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Mario Draghi, ieri, ha ricordato non poco Matteo Renzi. In consiglio Bce non ha concretizzato molto della grande manovra di politica monetaria per la quali si era speso parecchio, in termini di comunicazione e costruzione di consenso, nelle settimane precedenti (l’ultima volta a Jackson Hole, ponendo un po’ machiavellicamente la lotta alla deflazione fra gli obiettivi dell’Eurotower, sullo stesso piano della lotta istituzionale al deprezzamento della moneta).

Il ribasso di 10 punti-base dei tassi di riferimento – virtualmente a zero – è una mossa simbolica, senza reali effetti attesi sulla congiuntura recessiva dell’eurozona: è per certi versi il “grido di dolore” di un tecnocrate che ostenta l’utilizzo totale degli strumenti a sua disposizione, anche solo a fini di appello politico ai governi (ma anche ai colleghi banchieri centrali) per un salto di qualità nella gestione della crisi europea. La decisione di principio sull’acquisto di Asset Backed Securities da parte di Francoforte per aiutare le banche a dar credito a imprese e famiglie è stata datata a ottobre e con una dichiarata assenza di cifre: decisione presa per di più a maggioranza, come del resto tutto, ieri al vertice Bce. Per non parlare della discussione sull'”obiettivo grosso”: il quantitative easing replicato dal dollaro sull’euro, che Draghi non ha rinunciato a porre sul tavolo, pur sapendo che la Bundesbank avrebbe di nuovo detto nein.

La banca centrale tedesca continua a detenere la golden share dell’euro rispetto a tutte le Italie, le France, le Spagne, i Cipri, le Slovenie, etc.  La pelle di Jens Weidmann non è stata neppure sfiorata né dall’autorevole articolo di fondo di Le Monde, né dalla pagina di analisi del Financial Times che mercoledì confermavano un endorsement forte e trasversale – dalla gauche francese ai merchant della City – per gli orientamenti espansionistici e stimolatori del capo della Bce. È un fatto: pieno di economia e di politica, ma alla fine un fatto nudo e crudo, poco prescindibile. Come l’enorme debito pubblico italiano e il Pil debole incombono ogni volta che Renzi tenta un colpo di reni per sfuggire al passato e al presente e tuffarsi nel futuro. 

Anche il quantitative easing che Draghi vorrebbe copiare dalla Fed e dall’amministrazione Obama è – nella severa visione tedesca  – un rischioso investimento allo scoperto, una specie di future sulla ripresa del ciclo in Europa. Uno scambio atteso tra moneta virtuale oggi e Pil reale domani. In America ha funzionato (un po’), certamente: ma sono 70 anni che gli Stati uniti fanno girare l’economia e la finanza globali attorno al dollaro. La “nuova Germania” invece segue oggi una strategia opposta: l’euro d’acciaio – così diverso dal dollaro elastico di Wall Street – tiene l’economia reale tedesca in posizione di forza strutturale rispetto a economie (come quella italiana) schiacciate dal rigore valutario nell’export e da quello fiscale nella domanda interna.   

È stato così che − nel condurre la discussione con i governatori dell’E-18 e nel gestire la successiva conferenza stampa – Draghi ha dovuto ricorrere a molte di quelle abilità che anche i critici riconoscono al premier italiano. Ma i mercati finanziari hanno mostrato di “credere” a Draghi in misura poco non dissimile dalla fiducia che l’elettorato italiano ha tributato a Renzi lo scorso maggio, in occasione del voto europeo. La voglia di una fase nuova nell’eurozona – l’attesa di un “autoavveramento” delle idee di Draghi − non pare parsa troppo diversa dal volontarismo con cui gli italiani hanno dato − al neo-premier più che al Pd – una cifra inattesa e mai raggiunta in passato.  Anche questi sono fatti. E in fondo il Draghi che pone i governatori dell’euro di fronte alle loro responsabilità di politica economica è lo stesso che non cessa di richiamare Renzi ai suoi doveri di riformismo reale. Tutt’e due, in ogni caso, hanno avuto negli ultimi mesi lo stesso merito di porre la questione del ritorno alla crescita in Europa nella cornice corretta di riequilibro serrato, più politico che economico-finanziario, tra paesi-membri vecchi e nuovi della vecchia e della nuova Europa.      

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