ORLANDO INDAGATO/ E Palermo in dissesto: ora chi glieli darà i 50 mln chiesti a Roma?

- Manlio Viola

Bilanci falsi al Comune di Palermo: è il sospetto della Procura in una città che rischia il dissesto. Indagati il sindaco Leoluca Orlando e altre 23 persone

Leoluca Orlando
Leoluca Orlando, sindaco di Palermo (LaPresse)

Bilanci falsi al Comune di Palermo. Questo il “sospetto” della procura di Palermo, che al culmine di una lunga e articolata fase di verifica dei documenti contabili da parte della Guardia di Finanza ha notificato 24 avvisi di conclusione indagini al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ai suoi ex assessori al Bilancio e ad una moltitudine di dirigenti del Comune.

Sospetto, solo sospetto, perché in questa fase non c’è ancora nessun accertamento della verità in sede dibattimentale e a tutti gli indagati va concesso il beneficio del dubbio. Tutti sono innocenti fino a prova contraria. Ma, parafrasando una celebre affermazione proprio di Orlando, “il sospetto è l’anticamera della verità”.

Ancora una volta c’è da ricordare che tutto questo dovrà essere accertato, ma l’inchiesta non prende le mosse oggi. All’origine c’è una relazione della Corte dei conti che risale al 2018, nella quale di sospette irregolarità se ne rilevano diverse, a partire dal bilancio 2015. Adesso i sospetti contabili diventano sospetti penali, ma a partire dal 2016. Per un bilancio, forse, è scattata la prescrizione, ma per gli ultimi cinque no.

Secondo gli inquirenti, da un lato, sarebbero state gonfiate le entrate e sarebbe stato fatto in modo cosciente, avendo ben presenti gli accertamenti reali; dall’altro, sarebbero state sottostimate le uscite, mettendo a bilancio debiti di poche centinaia di migliaia di euro a fronte di milioni nei confronti delle Partecipate da Amat (trasporti pubblici, insomma autobus e tram) a Rap (raccolta rifiuti), passando per Gesip (Servizi vari) e Amia (società che precedeva Rap nella raccolta rifiuti, dichiarata fallita e ancora in procedura di fallimento).

Sospetti inquietanti in una città che rischia il dissesto e che a metà settembre ha avviato la fase di pre-dissesto e prepara un piano di rientro di quasi 80 milioni di euro l’anno per dieci anni. Piano di rientro inattuabile, secondo le opposizioni e anche parte della stessa maggioranza di Orlando. C’è chi, nel Pd (non nel centrodestra, ma nel Pd) chiede al sindaco di fare un atto d’amore e dichiararlo subito, il dissesto. E a dirlo è il deputato nazionale Carmelo Miceli, che chiede anche le primarie di coalizione per scegliere il successore di Orlando.

Ma tutto questo accadeva ore prima dell’esplodere dell’inchiesta. Che forse cambia qualcosa negli equilibri.

Lui, Orlando, non si scompone e si presenta, come nulla fosse, ad inaugurare il “Global Parliament of Majors”, iniziativa ispirata alla multiculturalità di cui lo stesso Leoluca Orlando si è fatto promotore. E ai giornalisti che gli chiedono, piuttosto, se intenda dimettersi risponde per tre volte: “Ripeta la domanda, non ho capito”. Alla fine, vista l’insistenza dei giornalisti, infastidito e palesemente nervoso, si affida ad un comunicato stampa nel quale, fra le righe, si prepara a scaricare su altri le responsabilità: “Esaminerò gli atti depositati dalla Procura della Repubblica e per fare massima chiarezza attendo di essere ascoltato dai magistrati titolari delle indagini sul merito e sulle competenze in una materia, peraltro, particolarmente tecnica”.

Ma se le opposizioni chiedono le dimissioni del sindaco e Salvini domani sarà a Palermo e lo annuncia proprio con un “Orlando a casa” (numerosi gli appuntamenti politici, poi andrà anche al Cimitero dei Rotoli, dove un migliaio di bare sono in attesa di sepoltura da un anno in una emergenza senza fine, ma in realtà viene in Sicilia per l’udienza del processo di sabato mattina che lo vede imputato nel processo Open Arms) c’è chi, invece, annuncia che non firmerà neanche una eventuale mozione di sfiducia. E’ il suo avversario alle ultime elezioni, Fabrizio Ferrandelli, oggi consigliere di +Europa (ieri candidato sindaco del centrodestra), per il quale “le dimissioni sarebbero una troppo semplice via d’uscita e un commissario oggi a Palermo sarebbe un disastro”.

Ma su tutto c’è  proprio il disastro dei conti. Appena tre giorni fa a Roma un inviato di Orlando (si dice il suo vice Fabio Giambrone), accompagnato dagli uomini del Pd, era andato a battere cassa. Cercava 50-60 milioni di euro per chiudere il bilancio e salvare “capra e cavoli”. Adesso chi glieli potrà dare mai? E Palermo rischia di affondare nel suo dissesto con tutto ciò che significa in termini di servizi che vanno “gambe all’aria”. E già la quinta città d’Italia non è che fosse ben messa per qualità della vita…

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA