PAKISTAN/ Bhatti: perché l’islam non si promuncia mai sui cristiani perseguitati?

- int. Paul Jacob Bhatti

Il fondamentalismo religioso di matrice terroristica comincia a colpire in Pakistan, influenzato dalla vittoria dei talebani in Afghanistan

Protese donne contro legge blasfemia
Pakistan, proteste contro legge blasfemia (LaPresse)

Era inevitabile che succedesse, con la vittoria dei talebani in Afghanistan, che certe frange dell’islam più radicale alzassero la testa anche in Pakistan. Per vent’anni qui, nei duemila chilometri di confine che divide i due paesi, i talebani avevano trovato rifugio e anche sostegno, tanto che sono riusciti a radicalizzare molti pachistani. Episodio significativo è quello successo a Islamabad nei giorni scorsi, dove sulla cosiddetta Moschea Rossa è stata issata la bandiera talebana, poi rimossa dalle autorità: il mullah Abdul Aziz, che gestisce la moschea, ha minacciato i poliziotti con un fucile, dicendo che i talebani gliel’avrebbero fatta pagare.

 “Questo è quanto sta succedendo” ci ha detto in questa intervista Paul Bhatti, chirurgo e presidente della Shahbaz Memorial Trust, fondazione in onore del fratello Shahbaz Bhatti, ministro del Pakistan per le minoranze religiose, ucciso da fondamentalisti islamici, che ha aggiunto: “Il Pakistan ha già accolto quasi un milione e mezzo di profughi dall’Afghanistan. Ci sono anche stati scontri armati con membri del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan, un gruppo terroristico pachistano alleato con i talebani afghani, ndr). La situazione è grave, tutto questo fa passare in secondo piano problemi endemici del paese come la discriminazione delle minoranze religiose, in primis i cristiani”.

Si registrano episodi allarmanti in Pakistan. La vittoria dei talebani in Afghanistan sta avendo ripercussioni sul paese?

Sì, in Pakistan esistono gruppi terroristici come il Ttp da sempre collegato con i talebani afghani che stanno riprendendo l’attività armata. Qualcuno sosteneva in passato che fossero finanziati da organizzazioni estere, ma è evidente che a sostenerli sono gli afghani. La loro vittoria li sta spronando a colpire nel nostro paese.

Il fondamentalismo religioso torna protagonista dopo la ritirata occidentale dall’Afghanistan?

L’Occidente ha cercato di eliminare il terrorismo, ma il risultato purtroppo è che l’Afghanistan sta andando indietro di cento anni. Non sono certo la persona che può parlare di errori, ma hanno voluto occidentalizzare il paese, cosa che è sempre destinata a fallire se non si cerca invece di dialogare, incontrare, capire la cultura locale di un paese. L’ideologia talebana, connessa con una certa visione dell’islam, è dannosa per tutto il mondo, non solo per noi pachistani, ed è una cosa che dovrebbe essere chiara, ma non è così.

In che modo si può cercare di cambiare la situazione, visto che adesso un nuovo intervento militare è ovviamente impossibile?

Sono i talebani che devono cambiare, se non si connettono con il resto del mondo resteranno per sempre così, chiusi in una barriera ideologica, in una gabbia. Certo, si può cercare di trattare con loro, ma con un paese dove l’oppio è il 70% delle risorse economiche, cosa si può ottenere?

In vent’anni gli americani non sono riusciti a distruggere questo commercio, sarà difficile che lo facciano i talebani, non crede?

In realtà gli americani ci hanno provato, hanno bombardato i campi di oppio, hanno cercato di convertire le coltivazioni ad altro. Ma bisogna anche tenere conto del tipo di terreno, che non si presta ad altre varietà.

Lei è intervenuto sostenendo che il problema del risorgente terrorismo in Pakistan mette in secondo piano i problemi delle minoranze religiose. Come è oggi la situazione dei cristiani?

La situazione è quella che può succedere in ogni paese dove la stabilità è minacciata. Se l’Italia, ad esempio, fosse un paese con gravi problemi interni, il problema dei migranti passerebbe in secondo piano, fortunatamente non è così. In Pakistan invece l’instabilità economica e politica alimenta la discriminazione nei confronti delle minoranze. C’è poi un grave deficit culturale, che si verifica a volte anche in Italia: l’odio razziale alimentato dall’ignoranza e dal pregiudizio. Basta prendere, ad esempio, il caso della famiglia pachistana di Brescia che ha ucciso la figlia (Saman Abbas, ndr) perché voleva vivere secondo la mentalità occidentale.

Lei è sempre stato un sostenitore del dialogo interreligioso, come propugnato sempre anche da papa Francesco. È ottimista in questo senso?

Sì, lo sono, ma bisogna fare importanti passi avanti. Non basta riunirsi in venti persone e rilasciare parole di condanna contro le violenze, il terrorismo, il fondamentalismo religioso, e finire tutto così. Ci vogliono risorse economiche, è necessario coinvolgere i leader politici, c’è bisogno di iniziative concrete che coinvolgano le voci più autorevoli dell’islam. E tutto questo deve succedere in Pakistan. Io dico sempre: se la tua religione ammonisce che non è concesso uccidere, ma non fai nulla perché cessi, allora cosa parli a fare?

(Paolo Vites)

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